Una non-analisi del voto statunitense

Siamo inondati da inchieste ed analisi da autogrill sulla presidenza Trump, affoghiamo fra gli instant book su Joe Biden scritti dai soliti giornalisti. Ma cosa rimane dell’America oltre ai programmi politici ed ai conteggi dei grandi elettori? Ogni 4 anni articoli e servizi televisivi analizzano il sistema elettorale a stelle e strisce, ci dicono che gli swing states non sono mai stati così in bilico e ci spiegano come cambierà il ruolo dell’America nel mondo. Onestamente di questi riti che alla fine di ogni mandato si rinnovano ci saremmo anche stancati.

A due secoli dalle osservazioni di Tocqueville l’America continua ad essere il Paese nel quale democrazia e violenza sono inestricabilmente intrecciate l’una nell’altra. E scrolliamoci di dosso quell’idea adolescenziale che l’elezione di un candidato rispetto ad un altro possa cambiare un paese, specialmente se il Paese in questione è il principale impero globale. Fra quattro anni l’America non si sarà scrollata di dosso le sue decennali contraddizioni interne, quindi abbandoniamo per sempre i soliti manicheismi.

Non importa quale candidato vinca, non importa per quale America tifiate, se quella dei cowboy solitari o quella degli artisti di Brooklyn, quella dei pionieri o quella dei guru della Silicon Valley, il secolo americano resta, e passa sia per l’America orizzontale delle praterie che per quella verticale dei grattacieli. Le mille sfumature d’America, i suoi contrasti e le sue contraddizioni, i suoi operai, scrittori, imprenditori e registi.

È questo che rimane oltre alle urne. Le contraddizioni e la stanchezza che deriva dall’essere impero, dallo stare perennemente sopra agli altri. E quando si sta in cima da soli per decenni la paura prevale anche sull’orgoglio, il timore di perdere il proprio status è dominante rispetto ai nuovi obiettivi, alle prospettive future. Decenni in cui si convive con lo spettro della guerra, pronti a farne parte in qualità di arbitro del mondo. Che poi questo avvenga o meno poco importa, l’idea del conflitto è imposta dalla condizione di impero-nazione. Il solo stare con la testa dentro al pensiero della guerra stanca, condiziona. Dorme tranquillo solo chi non ha nulla da perdere, e Washington questo non se lo può permettere.

Photographer: Sarah Silbiger/Bloomberg

A tutto questo negli ultimi anni si sono aggiunti i sensi di colpa. Il revisionismo storico e l’iconoclastia verso le statue e gli altri simboli della storia americana. Tutti i grandi imperi hanno commesso atti nefasti, di cui poi hanno sentito i sensi di colpa. Ma essere impero vuol dire anche conviverci, sopportarli. Nel momento in cui una collettività non li sostiene più, e quando i sensi di colpa gravano eccessivamente, è segno che quella civiltà è diventata post-storica ed è invecchiata fortemente. Non può più difendere la potenza, inizia a fare discorsi che magari sono ritenuti più alti, moralmente giusti, ma va a perdere sul piano della forza. Tra questi estremi balla il momento degli USA. Ma è davvero così? Forse sono ancora abbastanza giovani, violenti per sostenere tutto questo. E guardando ciò che gli ultimi anni ci lasciano, da Obama a Trump, traiamo l’immagine di un impero che forse sta affinando la sua posizione dominante. Essere impero non vuol dire solo intervenire quando si vuole, perché magari si ritiene giusto inventare una  nuova democrazia in Medio Oriente. Vuol dire anche scendere in campo quando un’altra soluzione non è più praticabile, fare di tutto per non sprecare le risorse di una società in parte stanca. Gli americani forse si stanno avvicinando a questo più maturo dettame imperiale, necessario per proseguire la loro esistenza sulla cima del Pianeta.

Per scoprire ciò che accadrà sul lungo periodo possiamo solo aspettare, ma almeno ci tireremo fuori dagli entusiasmi a vittoria avvenuta o dalle delusioni post-voto, dai commenti a caldo e dagli odiosi giudizi ideologici.

Mark Twain diceva che “è stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancora più meraviglioso ignorarla”. Non sappiamo quanto sia vero, ma ciò che è certo è che dalla Grande Guerra in primis, ma dal secondo conflitto mondiale sopratutto, noi l’America non possiamo più ignorarla. Ed anche solo per non averci fatto parlare di terapie intensive, DPCM e contagi per qualche giorno, “God bless America”.

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