Il dominio marittimo a stelle e strisce ed il tentativo di contro-globalizzazione da parte di Pechino

Della globalizzazione ci viene quasi sempre descritto il suo aspetto economico, quella condizione che consente agli scambi commerciali di avvenire in unico mercato globale. Altre volte si asserisce alla diffusione su scala mondiale di tendenze, idee, costumi e problematiche. Ma qual è il senso geo-strategico di un fenomeno tanto discusso e complicato?

La globalizzazione come nasce, perché esiste, quando finirà?

Nel 2019 il 90% delle merci che si sono mosse lo hanno fatto via mare. E’ dunque evidente che chi controlla i mari controlla la quasi totalità dello scambio di beni ed è in grado di creare un unico, grande mercato globale.

A farlo, dopo l’implosione dell’URSS,  sono stati gli americani, rimasti l’unica superpotenza mondiale.

Dunque la globalizzazione che viviamo è sostanzialmente il controllo dei mari e degli oceani da parti degli USA.

Washington comprensibilmente non controlla gli oceani chilometro per chilometro, cosa umanamente impossibile, ma ha il dominio su tutti quei passaggi ineludibili per ogni tipo di rotta: gli stretti e gli istmi del globo. Gli americani hanno di fatti la possibilità di interdire ogni potenza dall’attraversarli, nessuna esclusa. Lo strapotere marittimo americano consiste in questo ed è tuttora inattaccabile.

Gli Stati Uniti sono indiscutibilmente una talassocrazia: guardano il mondo dal mare,  si sono fatti isola rendendo il Nordamerica tale e giudicano gli altri sulla base delle capacità altrui di stare sul mare.

Perché tutto questo peso all’egemonia marittima? Oltre che per il fattore commerciale per altri due grandi motivi. In primo luogo perché le infrastrutture marittime esistono in quanto tali e non costano nulla: il mare già c’è, bisogna tutt’al più avere le competenze e la possibilità di navigarlo. In aggiunta perché il controllo dei mari consente di soffocare qualsiasi nemico che su di essi si affaccia, impedirgli di uscire di casa.

Non sono solo le piazze finanziare a fornire le questioni che determinano l’esistenza del pianeta, spesso queste questioni sono concrete e viaggiano sull’acqua.

Quello che accade oggi nel mondo è un tentativo di contro-globalizzazione. Ci si può dunque interrogare sulla durata della globalizzazione per come è vissuta oggi, sulla sua evoluzione e la sua fine. Bisogna allora premettere che la globalizzazione strategica non è sempre sinonimo di libero commercio. In fondo il libero commercio nella sua forma teorica e totale non sempre esiste: tutti i paesi e le confederazioni del mondo applicano dazi su qualcosa o contro qualcuno. Chi ne applica meno è il perno del sistema: gli Stati Uniti.

Questo è stato fatto, per lo meno in passato, importando grosse quantità di beni dagli altri paesi per creare dipendenza. Importando massicciamente si rendono infatti gli altri dipendenti da sé, e fisicamente si mette nelle mani altrui la propria moneta.

È inevitabile che sul lungo andare questo fenomeno a qualcuno non vada bene, e nel tempo presente questo qualcuno è la Cina. Pechino non è una potenza marittima, è una potenza mondiale che sta tentando di sfidare Washington attraverso una contro-globalizzazione che chiama “via della seta”. Gli strateghi cinesi ne sono consapevoli, sanno che esportano buona parte del loro PIL e che per il 90% lo fanno su rotte controllate dai nipoti dello zio Sam. Ad oggi non sono i cinesi ad insediare gli americani nel Golfo del Messico, ma sono gli americani ad impedire ai cinesi di arrivare a Taiwan. Questa è la distanza fra le due potenze. Con la via della seta la Cina vuole sfidare la globalizzazione americana, con la principale differenza che la globalizzazione cinese vuole essere, e per esigenza deve essere, terrestre e non marittima. Pechino vuole costruire infrastrutture che via terra vadano dalla sue coste alla Germania. C’è poi una dimensione anche marittima nella via della seta cinese, è una dimensione che non sfida apertamente lo strapotere americano, per il momento inscalfibile. Pechino sfida il mare a stelle e strisce pensando di costruire porti nell’Oceano Indiano che conducano all’Europa, dove ha già acquistato il porto del Pireo e dove desidera mettere le mani sul porto di Taranto. Non potendo andare apertamente in mare pensa di appoggiarsi a infrastrutture costiere. Se intendiamo la globalizzazione come il controllo delle rotte marittime da parte di una sola potenza sicuramente non è messa in discussione dai dazi di Trump.

La mondializzazione finirà quando gli americani non avranno più la forza o la capacità di controllare i mari e gli oceani. Potenzialmente quando la Cina, che sta notevolmente espandendo i propri mezzi navali, sarà in grado di interdire agli americani il controllo di almeno un mare, quando quindi sarà Pechino a balcanizzare una parte della globalizzazione. In quel momento quella globalizzazione non sarà quella che consociamo oggi, sarà una globalizzazione parziale, con una divisione del controllo e dei compiti nell’ambito marittimo. Naturalmente queste sono solo congetture, fantasie geopolitiche che non trovano riscontro nella realtà dei fatti. E prima di fare previsioni su una ipotetica egemonia globale del Dragone è sempre bene tenere a mente, almeno per ora, l’impenetrabile tallasocrazia statunitense.

Sarebbe giusto evitare di confondere la natura globale dell’economia capitalista con la globalizzazione, fattore strategico tanto quanto economico.

Gli Stati Uniti sono senza dubbio un impero e sulle sue rotte negli anni ’90 è nata la globalizzazione. La dimensione imperiale implica uno stato di belligeranza permanente perché l’ordine mondiale non venga stravolto, e sul lungo periodo crea certamente stanchezza. Un eventuale ritorno di Washington alla sua dimensione nazionale, quindi, cambierebbe per sempre il volto con cui la globalizzazione oggi si presenta.

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