Un bilancio a freddo della diffusione di COVID-19 in Italia

Grazie all’ultima tranche di dati sui decessi in Italia nei primi quattro mesi e mezzo del 2020, diffusi dall’ISTAT lo scorso 18 giugno, siamo ora in grado di ragionare a freddo e descrivere con precisione l’andamento del virus e la sua letalità sull’intero territorio nazionale (fino al 15 maggio).

Qui su Neos abbiamo già avuto modo di osservare (1 e 2) la preziosità di tali dati, ancora in pieno corso dell’emergenza, come principale punto fermo in grado di misurare (benché in ritardo) la magnitudo della crisi epidemica – mentre la precisione dei bollettini giornalieri della Protezione Civile lasciava alquanto a desiderare. Ora, con il peggio alle spalle e il lockdown ormai terminato, alcuni report pubblicati dall’ISTAT, dall’INPS e dall’Istituto Superiore di Sanità (l’ultimo è qui) hanno chiarito definitivamente che l’entità dei decessi “sommersi” è di molto superiore ai dati del sistema di Sorveglianza integrata contro COVID-19. Ovvero, il dato riportato dai bollettini della Protezione Civile è insufficiente a spiegare l’eccesso dei decessi rispetto alla media del quinquennio precedente – e quindi il vero impatto della pandemia in Italia.

Per usare le stesse parole dell’ISTAT: “una misura più universale dell’impatto dell’epidemia sulla mortalità della popolazione è data dall’eccesso dei decessi, per il complesso delle cause […]; si assume implicitamente che la diffusione dell’epidemia produca un aumento dei decessi anche non direttamente riferibili alla sorveglianza Covid-19”, in quanto questo sistema “fornisce solo una misura parziale […] essendo riferito ai soli casi di deceduti dopo una diagnosi microbiologica di positività al virus” ed è quindi influenzato “dalle modalità di classificazione delle cause di morte, ma anche dalla presenza di un test”.

Pur di fronte a questa constatazione, manca ancora la possibilità (e la volontà) di ritoccare a posteriori il conteggio ufficiale delle vittime. Va anche tenuto conto dell’impossibilità di distinguere, nel computo dei “sommersi”, tra quanti sono morti (a casa o nelle RSA) a causa di COVID-19 ma senza poter ricevere né cure adeguate, né un tampone che ne attestasse la positività, e i deceduti a causa di altre patologie nel quadro della crisi generalizzata del sistema ospedaliero.

Ad ogni modo, basti sapere che in tutta Italia l’eccesso di decessi rispetto al quinquennio precedente è stato di 26.350 morti a marzo (+48,6% rispetto alla media) e di 16.283 morti ad aprile (+33,6% rispetto alla media). Della mortalità in eccesso, la quota ufficialmente riconosciuta dalla Sorveglianza COVID-19 è stata un magro 54% a marzo (15.114 decessi) e di un più incoraggiante 82% ad aprile (13.447 decessi); in altre parole, i decessi in eccesso rimasti “sommersi” sono scesi dal 46% del totale al 18%. Certo, attribuire all’incidenza diretta di COVID-19 tutti i 42.633 decessi anomali tra marzo e aprile, in luogo dei 28.561 censiti, non è un esercizio con pretese di rigore metodologico – a partire dal fatto che è calcolato da una media di anni diversi tra loro dal punto di vista epidemiologico – ma ha il vantaggio dell’obiettività in merito al tracollo del sistema ospedaliero, nella sua generalità. Nei primi quindici giorni di maggio, invece, la mortalità è stata virtualmente uguale alla media del quinquennio precedente (+0,09%).

Quali osservazioni trarre da questi dati? Innegabilmente, la crisi epidemica in Italia ha avuto il suo picco critico a marzo, quando la crisi sanitaria ha travolto anche il sistema di raccolta dei dati, mentre ad aprile – grazie alle draconiane misure di contenimento adottate – la pandemia ha attraversato una fase di assestamento e miglioramento graduale. In seguito, il miglioramento ha notevolmente accelerato il suo corso, come abbiamo visto: tuttavia, “niente più decessi in eccesso” naturalmente non deve significare “niente più decessi per COVID-19” – anzi, in quelle due settimane ne furono registrati 3.643. Semplicemente, la fase emergenziale era finita: il sistema ospedaliero era ora completamente in grado di assorbire la domanda di letti e il virus era ormai rientrato nei ranghi delle cause di morte statisticamente ordinarie (pur con vistose differenze territoriali).

Nelle quattro carte tematiche che seguono, preparate sulla base dei dati dell’ISTAT, osserviamo l’eccesso dei decessi complessivo provincia per provincia, come appena spiegato, durante quattro distinte fasi di questa prima parte del 2020: gennaio e febbraio 2020, marzo 2020, aprile 2020 e la prima metà di maggio 2020. Il termine di confronto è sempre la media dei decessi nel quinquennio precedente (2015-2019).

Aprendo i link e scorrendo il cursore sulle mappe, appariranno per ogni provincia i seguenti dati:

  1. la variazione percentuale del numero dei decessi rispetto al quinquennio precedente (cioè, l’eccesso di decessi);
  2. la copertura in termini percentuali della popolazione provinciale: difatti, pur trattandosi di un campione virtualmente completo, l’8% dei comuni italiani, pari al 7,5% della popolazione residente, manca ancora all’appello in questa rilevazione[1];
  3. la media dei decessi registrata nel quinquennio precedente (in termini assoluti);
  4. i decessi registrati nel 2020 nello stesso periodo.

Fonte immagine (gennaio-febbraio)

Fonte immagine (marzo)

Fonte immagine (aprile)

Fonte immagine (maggio)

Una rapida occhiata alla carta di gennaio-febbraio rispetto a quella di marzo rivela senza ombra di indugi il carattere improvviso della crisi epidemica in cui il paese si è ritrovato a inizio marzo, praticamente da una settimana all’altra. Il boom dei ricoveri in terapia intensiva e il conseguente picco di mortalità si è presentato in Lombardia e di lì si è diffuso in gran parte dell’Italia centro-settentrionale, risparmiando in gran parte il meridione e le isole, ma anche Toscana, Umbria, Veneto e Friuli-Venezia Giulia.

Prima del decollo esponenziale delle vittime, è accertato che il virus fosse libero di circolare, pur sottotraccia, già per tutto il mese di febbraio, secondo le stime più caute. Tuttavia, appare anche evidente che la situazione pre-epidemica, per quanto concerne la mortalità, vedesse valori stabilmente inferiori alla media in tutto il paese, in assenza di picchi influenzali particolarmente letali. Come illustrato nel seguente grafico sui decessi giornalieri pubblicato dall’INPS, la situazione di partenza era simile a quella prodottasi nel 2016 – e forse sarebbe rimasta tale in assenza di COVID-19.

Su questo contesto a marzo si è abbattuta con violenza la crisi ospedaliera, prodromo di quel che si sarebbe replicato con un’espansione virulenta in tutta Europa e poi in tutto l’occidente. L’epicentro, come noto, è stato in Lombardia. Su un piano di totale eccezionalità, non solo in Italia, dobbiamo porre la provincia di Bergamo, con un’anomalia della mortalità pari al +573% rispetto alla norma: i decessi provinciali quel mese sono stati più di 6.000, a fronte di una media del periodo di circa 900. In primissima fascia, per quanto riguarda l’eccesso di decessi, si situano poi le altre cinque province della dorsale centro-padana, tra Lombardia ed Emilia: Cremona (+402%), Lodi (+378%), Brescia (+292%), Piacenza (+272%) e Parma (+209%). Tutte insieme, con il loro fittissimo tessuto industriale e il loro interscambio agricolo e commerciale, queste sei province costituiscono il core della tragedia a livello nazionale. A seguire, hanno più che raddoppiato i propri morti anche Lecco (+185%), Pavia (+137%), Pesaro-Urbino (+126%), Mantova (+123%) e Monza e Brianza (+102%). Si tratta di quattro province lombarde, territorialmente contigue al core predetto, con un’eccezione marchigiana. Milano (+97%) si è invece attestata appena al di sotto del raddoppio della mortalità, meritando un discorso a parte: difatti, pur esibendo un bilancio molto pesante in termini assoluti, la metropoli non ha raggiunto anomalie percentualmente paragonabili ai territori contigui del core, nonostante il pendolarismo massiccio da queste aree continuasse indisturbato fino a fine febbraio. Questo, se non altro, ha evitato il prodursi di una catastrofe numericamente ancor più agghiacciante.

Si noti poi che quello di Pesaro-Urbino costituisce il principale focolaio esterno all’Italia nordoccidentale e va a comprendere anche le province Rimini (+70%) e Ancona (+52%). Tolte queste, il resto delle province che hanno registrato a marzo un aumento della mortalità compreso tra il +50% e il +100% si situa appunto nel nord-ovest del paese, tra Lombardia, Emilia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta – con l’unica eccezione a nord-est costituita dal Trenino-Alto Adige. In ordine decrescente, abbiamo Vercelli e Alessandria sopra il +90%, Biella, Novara e Reggio Emilia sopra il +80%, Sondrio e Bolzano sopra il +70%, Trento, Imperia, Como e Aosta sopra il +60%, e infine Genova, La Spezia e Modena sopra il +50%. Infine, tra le province colpite in misura più moderata (eccesso dei decessi compreso tra il +20% e il +50%), troviamo il residuo del nord-ovest (Verbania, Asti, Savona, Torino, Varese, Cuneo), con sporadiche incursioni nel nord-est (Verona, Treviso, Rovigo, Belluno), in Emilia-Romagna (Bologna e Forlì-Cesena), in Toscana (Massa-Carrara, Pistoia) e lungo l’arco adriatico (Pescara, Fermo, Teramo, Foggia).

Fin qui abbiamo visto quanto è accaduto in termini percentuali. In cifre assolute, il costo in termini di vite umane misurato con l’eccesso dei decessi vede una top ten leggermente diversa, in cui rientrano Milano – al terzo posto, dopo Bergamo e Brescia – e Torino – al settimo posto, dopo Cremona, Parma e Piacenza e prima di Pavia, Lodi e Monza.

Altre 61 province hanno avuto un eccesso di decessi inferiore al +20%, di cui 30 addirittura inferiore al +5%. In molte zone del paese di importanza primaria (Roma, Napoli, la Sicilia, la Calabria, il Salento, la Basilicata, il Lazio, parte della Toscana), la mortalità si è appiattita sul livello medio o è rimasta addirittura inferiore alla norma. In queste aree, i decessi dovuti a COVID-19 non sono occorsi in numero sufficiente a sbilanciare un quadro statistico fondamentalmente positivo.

Se ora spostiamo l’attenzione su aprile, come detto, la situazione generale senza dubbio migliora. Ma ciò vuol dire (in estrema sintesi) che i picchi più “astronomici” di mortalità sono stati appianati, non che abbiano cessato di sussistere situazioni di notevolissima gravità. Così, pur scomparendo tutti i picchi maggiori del +200%, le province con un’anomalia superiore al +100% sono rimaste dieci (erano undici), con il podio ricomposto che comprende Cremona (+161%), Brescia (+141%) e Pavia (+137%). L’outlier Bergamo scende al quinto posto (+125%), dietro anche a Lecco. Restano superiori al +100% anche Parma, Piacenza, Monza e Mantova, con l’aggiunta di Milano (che passa dal +97% al +102%), mentre un miglioramento radicale riguarda Lodi, che scende a +80%. Nel complesso, le province con un’anomalia compresa tra il +50% e il +100% passano da 17 a 21, quelle tra il +20% e il +50% da 18 a 19; quelle inferiori al +20% da 61 a 57 e tra queste ultime, le inferiori al +5% da 30 a 31.

Insomma, come si può apprezzare da queste indicazioni di massima (e più in dettaglio sulla cartina), il principale motivo di sollievo di aprile è stato l’appianamento degli outliers, il che indica se non altro che in quei territori il rischio di collasso del sistema ospedaliero è stato riassorbito. D’altro canto, però il grosso delle province ha mantenuto ad aprile lo stesso andamento osservato a marzo; non sono mancati, anzi, casi in cui l’anomalia è aumentata. Si è trattato per lo più di province contigue rispetto alle zone del core di COVID-19 (ma anche alcune grandi città del centro-nord risparmiate a marzo), indicando con ogni evidenza l’esistenza di una sorta di “onda lunga” della crisi epidemica, che nemmeno il lockdown è stato in grado di strozzare. Se consideriamo gli aumenti più vistosi rispetto alle condizioni di partenza più tenui, Asti passa dal +40% di marzo al +82% di aprile; Varese dal +34% al +69%; Macerata dal +17% al +46%; Bologna dal +24% al +51%; Cuneo dal +25% al +50%; Genova dal +57% al +72%; Firenze dal +11% al +31%; Trieste dal +19% al +39%. Vi sono poi altre province in cui la situazione era già molto grave in marzo e che non hanno mostrato alcun miglioramento apprezzabile in termini percentuali: Pavia, Monza, Milano, Sondrio, Biella, Trento, Novara, Como – per citarne solo alcune.

In termini assoluti, l’eccesso dei decessi in aprile vede Milano in prima posizione, seguita da Brescia, Torino, Bergamo, Pavia, Genova, Monza, Cremona, Varese e Bologna. Non cambia quindi, pur con alcune new entries nel centro-nord, l’assoluta preminenza del nord-ovest in questo terribile computo. Per il secondo mese di seguito, al contrario, l’arco tirrenico che va da Grosseto a Reggio Calabria rimane sostanzialmente immune dall’aumento della mortalità, comprese le province interne appenniniche e insieme alle isole, al Salento e alla zona friulana. Anche l’arco adriatico torna quasi ovunque su valori più moderati (bene Pesaro-Urbino, Rimini e Ancona; in controtendenza solo Macerata).

Il quadro delle prime due settimane di maggio, infine, appare radicalmente più confortante dal punto di vista statistico. La temuta seconda ondata di contagi e di decessi dovuta all’allentamento del lockdown non si è verificata. Solo 12 province mostrano un’anomalia della mortalità superiore al +20%, con un podio formato da Lecco (+35%), Pavia (+32%) e Varese (+28%): valori infinitamente più moderati dei corrispettivi di aprile. 69 province delle restanti 95 registrano incrementi inferiori al +5%, con il caso emblematico di Bergamo, che rientra nella norma (+1%) prima e più nettamente delle altre province facenti parte del core. Si tratta complessivamente, con ogni evidenza, di una pallida coda dell’emergenza COVID-19 in Italia, con il virus che si attarda a formare anomalie percepibili solamente tra il Trentino, la Lombardia occidentale e il Piemonte orientale, il cluster di Pesaro e della Romagna e alcuni sprazzi isolati nel meridione (Crotone, Siracusa).

Non è mancato, tra i clinici e i ricercatori, chi ha parlato di un’aggressività del virus ormai molto diluita, invitando perciò a devolvere maggiori energie e attenzioni al tracollo economico che ha colpito il paese, nonché alle sue inevitabili conseguenze sul piano sanitario e psicologico. I virologi più accreditati, come Andrea Crisanti – cui si attribuisce, a ragione, il successo del Veneto nel tracciare i contagi e contenere i danni fin dalle prime fasi della crisi – non negano questo stato delle cose, ma invitano alla prudenza: “Il virus è lo stesso, noi non capiamo ancora perché a certi livelli di densità di persone infette si manifesta con malattie così gravi e invece quando i casi sono di meno, apparentemente la virulenza diminuisce”. Il quadro tratteggiato da tali dichiarazioni sarebbe del tutto coerente con il percorso delineato dalle carte tematiche di marzo e aprile: quello cioè di un virus, SARS-CoV-2, che a parità di misure di contrasto è rimasto difficile da imbrigliare ed estirpare laddove la densità infettiva avesse raggiunto livelli elevati; mentre non sia riuscito a farsi strada in misura massiccia e allarmante laddove la densità di partenza fosse sufficientemente bassa.

Se le cose stanno così, potremmo persino pensare che la strategia iniziale adottata a marzo dal governo italiano sia stata la migliore possibile. Al di là del non trascurabile macigno della mancata zona rossa della bassa Val Seriana, che precedendo di qualche giorno il lockdown dell’8 marzo avrebbe evitato almeno in parte i valori outlier di Bergamo, bloccare tutto il paese con le medesime regole ha permesso di cristallizzare la bassa virulenza di COVID-19 nei territori non ancora infetti, riportando al contempo sotto controllo con immenso sforzo i picchi peggiori. Il rifiuto opposto ad una riapertura differenziata a livello regionale durante le ultime fasi del lockdown apparirebbe invece meno giustificabile, nonostante l’accento sul social distancing e sull’uso obbligatorio delle mascherine al coperto e nelle situazioni di affollamento (su cui perfino l’OMS pare aver raggiunto una posizione coerente). Fortunatamente, le evidenze di maggio paiono suggerire che il governo italiano l’abbia imbroccata – se vogliamo essere cinici – o avesse in mano gli elementi adeguati a decidere con lucidità.

L’improvvisazione non è motivo di conforto, né gli immensi coni d’ombra che ancora circondano SARS-CoV-2, che ha lenito la sua violenza in tutta Europa e in Estremo Oriente mentre si accanisce sugli USA e accelera in America Latina, in Africa e in certe aree dell’Asia. In attesa di quel che sarà, soprattutto in autunno, i dati che l’ISTAT ci fornisce (e l’infinita sequela di lutti che essi descrivono) invitano tutti noi alla cautela – e le autorità a devolvere le risorse necessarie a mantenere il sistema sanitario all’erta.

 

NOTE:

[1] Per 81 province su 107 è censita almeno il 90% della popolazione residente; altre 22 province si collocano tra il 75% e il 90% della copertura; solo a Campobasso, Barletta-Andria-Trani, Belluno ed Enna sono censiti meno dei tre quarti degli abitanti. Le province di Sondrio, Piacenza, Rovigo, Gorizia e Trieste sono censite al 100%, mentre il minimo appartiene ad Enna (59%).

 

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