Progettare il nuovo spazio fisico e sociale. Urbanistica e prossemica nel mondo post-Covid

L’esperienza di questa pandemia lascerà un segno indelebile nella nostra memoria collettiva. Tra le tante sofferenze e difficoltà che sta provocando, un corollario particolare è rappresentato dall’esigenza di ripensare lo spazio, i nostri modi di utilizzarlo e di abitarlo. Nello sforzo collettivo per la ricostruzione, il contributo del mondo del progetto (architetti, urbanisti, designer) risulterà dunque fondamentale per definire una nuova normalità che consenta alle nostre società di aumentare la propria resilienza.

Durante questa reclusione forzata, le nostre case si sono trasformate in uffici, scuole, palestre, sale riunioni. Che siano diventate qualcosa di simile a quelle case-macchine (machines à habiter) immaginate un secolo fa da uno dei pionieri del modernismo architettonico, Le Corbusier? Si direbbe di no. Al contrario, nota Gianfranco Bombaci, pare che la quarantena abbia portato al collasso la distinzione tra la dimensione pubblica e quella privata degli spazi a nostra disposizione, stringendole in un abbraccio di promiscuità che in talune situazioni può diventare soffocante.

Dal canto suo, l’efficienza modernista si fondava su una netta separazione funzionale: sicché, com’era prevedibile, ad un certo punto quell’irrigidimento è entrato in crisi. Con l’avvento del postmodernismo, il rapporto tra forma e funzione è andato diluendosi, tanto che si è parlato del passaggio dall’epoca del funzionalismo a quella dei «funzionoidi», strumenti che invece di avere una sola funzione ne hanno tante quante sono le necessità di chi li utilizza (il computer è lo strumento polivalente per eccellenza, soprattutto in quarantena). Eppure, questa ibridazione dello spazio domestico – all’interno del quale sono venute eccezionalmente a sovrapporsi attività ritenute prima inconciliabili – potrebbe portare a un «corto circuito progettuale potenzialmente liberatorio per il disegno degli spazi e degli oggetti».

Ad ogni modo, seguire troppo da vicino il paradigma modernista rischia di portarci a esiti incoerenti rispetto alle esigenze poste dall’attuale emergenza. Le ciclopiche soluzioni abitative di Corbusier, le celebri Unitées d’Habitation (la più famosa inaugurata a Marsiglia nel 1952), erano vere e proprie città verticali, dei transatlantici ancorati al suolo. Traducevano nella solidità del cemento armato le convinzioni del loro ideatore, per cui non esiste una reale distinzione tra l’abitare individuale e il vivere collettivo, tra l’architettura e l’urbanistica. Nell’antropologia dello spazio targata LC (la cui chiave di lettura è la moderna proporzione aurea del Modulor, per un’architettura a misura d’uomo), la radiosa città funzionalista è un monumento che sa di manifesto politico, in una Francia che doveva ricostruire ad un tempo se stessa ed un’Europa dilaniata dalla guerra. Tuttavia, pur avendo offerto un alloggio ottimizzato, funzionale e pulito alle generazioni inurbate del boom industriale, questi colossi architettonici dall’elevata densità abitativa scoprono i loro piedi d’argilla in situazioni limite come quella del distanziamento sociale, ad oggi unica arma contro la diffusione del contagio.

Riprogettare lo spazio nelle nostre società post-Covid significa dunque (anche) riconsiderare le nostre strategie urbanistiche. È probabilmente giunto il momento di fare i conti con un’urbanizzazione talvolta selvaggia, sempre meno compatibile sia con la sostenibilità ambientale che con quella sociale. Di proposte alternative ce ne sono finché si vuole, con gradazioni variabili di fattibilità e diversi livelli di adattabilità.

Si potrebbe prevedere un tessuto urbano meno denso e più verde, come quello delle garden cities immaginate da Ebenezer Howard, il quale proponeva una fusione tra il paesaggio cittadino e quello rurale con il duplice obiettivo di salvare la città dal congestionamento e la campagna dall’abbandono, mantenendo l’efficienza della prima e la genuinità della seconda. Il progetto di Howard, che si colloca nel solco dell’utopismo (Thomas More) e del cooperativismo (Charles Fourier, Henri de Saint-Simon), voleva fornire una risposta concreta ai crescenti problemi sociali che attraversavano l’Inghilterra industriale di fine Ottocento: era mosso dalla visione di una società armonica ed equilibrata, rifondata a partire da una nuova rete di città che avrebbero dovuto essere antispeculative ed egualitarie, obiettivi da raggiungersi per mezzo della proprietà collettiva del suolo.

Di utopie realizzabili parlava anche un altro visionario come Yona Friedman, in una stagione (quella successiva al maggio francese) in cui utopia architettonica e filosofica si compenetravano producendo una quantità di progetti e di visioni che interpretavano l’anelito dell’uomo (post-)moderno all’emancipazione. Tra i suoi progetti più noti di architecture mobile si annovera quello della Ville Spatiale: una città verticale opposta a quella di Marsiglia, in cui infrastrutture sospese, reticoli, travi e tralicci s’innalzano restituendo una tensione eterea in luogo della pachidermica possanza dell’Unité. Questa leggerezza preconizzava per Friedman l’emancipazione dell’utente, in difesa di una comunità libera e democratica, capace di stringere un rapporto genuino con la natura e il territorio. Se vogliamo, una realizzazione concreta di quelle «città sottili» scaturite dalla penna di Italo Calvino in una piccola perla della nostra letteratura, Le città invisibili.

Un altro, suggestivo suggerimento è quello delle città elastiche, divise in blocchi funzionali autosufficienti e isolabili secondo necessità. L’elasticità farebbe qui riferimento alla possibilità di contrarre ed espandere lo spazio, alla «flessibilità tra la vicinanza e il distanziamento». Urbanizzazione distribuita e condivisione coordinata degli spazi pubblici diventano così le parole d’ordine, con un ruolo chiave ricoperto da quegli spazi semipubblici (come balconi, tetti, cortili) attraverso i quali prolungare i confini della vita domestica mantenendo una socialità rispettosa delle distanze.

Ora, le misure di distanziamento sociale aprono di fatto le porte ad una nuova prossemica, cioè un nuovo modo di concepire, utilizzare e abitare lo spazio umano – sia personale che sociale. Una nuova semiologia dello spazio deve ripensare i termini, i criteri e le modalità del nostro comportamento spaziale e del nostro linguaggio non verbale. Edward Hall, fondatore della disciplina, parlava di quattro sfere di prossimità: le «quattro distanze della prossemica». La distanza intima (fino a 50 cm), quella personale (fino a 1,2 m), quella sociale (fino a 3,6 m) e infine quella pubblica (oltre i 3,6 m).

Con una distanza minima interpersonale raccomandata di almeno un metro, tutti i contatti che normalmente avevano luogo nelle sfere intima e personale finiscono ora schiacciati in quella sociale. Le implicazioni, tanto a livello fisico (gli spazi di cui abbiamo bisogno) quanto psicologico (come ci relazioniamo agli altri), non sono trascurabili e meritano, al pari dei modelli urbanistici, una considerazione seria. Le immagini dell’installazione pneumatica Restless sphere dei decostruttivisti di Coop Himmelb(l)au (1971), in cui delle persone si muovono all’interno di sfere giganti, tornano oggi incredibilmente attuali; ed è facile associarle a quelle di fantasiosi ristoratori che offrono in dotazione ai propri avventori originali copricapi per invitarli a osservare un minimo distanziamento.

Insieme alle distanze, cambiano le modalità delle nostre attività. Se partiamo dall’impossibilità (piuttosto intuitiva) di estendere indefinitamente gli spazi, rimane l’operazione speculare di rarefarli, riducendone cioè l’affollamento. Nelle varie situazioni di convivenza organizzata, tempo dilatato e spazio rarefatto andranno rimodulati l’uno sull’altro in modo nuovo: turni alternati, nuove strutture, nuovi ambienti, metodologie ibride.

Laddove il distanziamento spaziale non risulterà sufficiente, si renderà necessaria una complementare diluizione temporale. Quello che chiamiamo smart working, con un anglicismo che ne sottolinea il carattere «intelligente» (e che in italiano rendiamo con il più sobrio «telelavoro»), è verosimilmente destinato a diventare la nuova realtà lavorativa e performativa per molti lavoratori in diversi settori (o quantomeno ad integrare in maniera importante il lavoro in presenza). La fruibilità di molti siti (dai bar ai cinema, passando per i negozi e le chiese) è già drasticamente ridotta, così come è stato stravolto il trasporto pubblico.

Forse dovremmo riprendere in mano il nostro Calvino, e come lui sforzarci di riscoprire le «ragioni segrete» che hanno spinto gli uomini a vivere nelle città, ragioni valide «al di là di tutte le crisi». Chiederci, insomma, cos’è oggi la città per noi. Chiederci come possiamo riprogettare i nostri spazi urbani: come renderli più resilienti per rendere resilienti , di riflesso, le nostre comunità. Quando parliamo di spazio urbano (lo spazio umano per antonomasia), intendiamo riferirci allo spazio pubblico, che permette agli individui di incontrarsi e riconoscersi come cittadini, membri della comunità.

È giunto il momento di rispolverare quella teoria sociale dello spazio pubblico che, grazie ai contributi di pensatori del calibro di Hannah Arendt, Zygmunt Bauman e Richard Sennett, ci ha consegnato un’interpretazione dello spazio pubblico come teatro indispensabile dell’interazione collettiva, e cioè della politica intesa come cura della polis, che riconosce nella partecipazione consapevole il presupposto necessario per una cittadinanza libera e democratica. È necessario recuperare (o ridefinire) dei luoghi che siano non solo pubblici ma soprattutto civili: concretizzazione spaziale di un bene comune non riducibile all’aggregato di propositi (o peggio angosce) individuali, ma che delinei piuttosto i contorni di una forma di vita collettiva che possa tradursi in coinvolgimento e partecipazione.

Naturalmente, gli interrogativi si accavallano senza fine. Non sappiamo per quanto tempo ancora dovremo fare i conti con il Covid-19: auspicabilmente, riusciremo a sconfiggere la pandemia una volta elaborato un vaccino. Ma può anche darsi il caso in cui il virus rimarrà con noi, a livello endemico, e ci costringerà a modificare in maniera permanente le nostre abitudini. Un paio di elementi, forse banali nella loro ovvietà, appaiono comunque certi.

Primo, ci stiamo scontrando con la necessità urgente e improrogabile di una pianificazione ragionata, di un progetto serio e organico per permettere a tutti di rimettersi in carreggiata, senza lasciare indietro nessuno. Non si tratta di un’impresa facile, ma le conseguenze di mancare questo obiettivo rischiano di essere gravi. Questo dev’essere chiaro a chi si trova nella posizione di prendere le decisioni e di stabilire le regole che valgono per la collettività.

Secondo, questo progetto dovrà muoversi parallelamente ad un sostanziale ripensamento dei nostri comportamenti sociali. Le possibilità di una nuova prossemica, così come quelle di una genuina riconquista degli spazi urbani, dipenderanno in larga parte dalla nostra capacità di sospendere, interrompere, forse addirittura superare abitudini e atteggiamenti radicati nella nostra cultura sociale. Occorre ripensare (o ritrovare?) il senso della nostra vita in comune, anche attraverso la messa a punto di nuove forme di convivialità che possano soddisfare i nostri legittimi bisogni sociali nel rispetto delle basilari norme per la tutela della salute (pubblica e individuale).

La riorganizzazione dei nostri spazi assolverà dunque una fondamentale funzione pedagogica: un nuovo modo di utilizzare lo spazio sarà il mezzo principe per portarci ad una nuova consapevolezza del nostro vivere insieme. In questo senso, le iniziative spontanee che attestano la voglia di fare (ma soprattutto di fare bene) di una cittadinanza responsabile meritano un’esposizione mediatica almeno pari a quella che hanno ottenuto (pur giustamente) le immagini di nuovi, irresponsabili assembramenti in molte nostre città in questi giorni di «fase 2 bis».

È evidente, infine, che l’agognato ritorno alla normalità non potrà essere una marcia indietro, verso modelli di sviluppo che hanno provato incontrovertibilmente la propria insostenibilità, sociale e ambientale. La ricostruzione che seguirà la crisi ci fornisce l’opportunità di realizzare una nuova normalità; modelli innovativi dovranno permetterci di rispondere ad esigenze inedite e, allo stesso tempo, di affrontare quelle criticità che ormai da tempo ci segnalano il fallimento epocale di un sistema che stiamo pericolosamente tardando a mettere in discussione.

Ogni progetto, per definizione, si basa su una visione del futuro. Oggi, questa visione deve fare della sostenibilità la propria bussola, per tracciare nuove e coraggiose coordinate che guidino lo sviluppo delle nostre comunità verso una dimensione di vita collettiva che possa finalmente essere più sicura e giusta per tutti, alla ricerca di un nuovo e più sano equilibrio tra natura e società.

Vota i nostri posts