Revenge porn in Italia, luci ed ombre

Nella paralisi di un mondo fermato dal Covid-19, all’improvviso una notizia si discosta e squarcia un velo: una giovane denuncia su Twitter l’esistenza di gruppi Telegram dediti alla diffusione di materiale fotografico privato con il dichiarato intento di ledere la dignità dei soggetti ripresi. L’inchiesta di Wired fa emergere l’esistenza di una rete di violenza e umiliazione che conta più di 70.000 membri e 21 canali interconnessi, dove si scambia e si chiede qualsiasi tipo di contenuto, giudicando e insultando i soggetti ripresi. Fotografie e filmati di partner o ex partner, amiche, sorelle e perfino figlie – come emerge da alcuni estratti di tali conversazioni – condivise ed esposte al pubblico ludibrio. In molti casi il materiale fotografico è corredato da nome, cognome, numero di telefono o contatti social della vittima, così da renderla identificabile e rintracciabile nella vita reale.

Ma facciamo un passo indietro e descriviamo meglio il fenomeno. Il Revenge porn, termine mediaticamente utile ma incorretto, viene letteralmente tradotto in italiano come “porno per vendetta”, espressione utilizzata per indicare “la pratica di condividere pubblicamente immagini, messaggi o video intimi attraverso Internet senza il consenso della persona ritratta”. Fotografie e filmati spesso girati da chi poi li condivide, oppure ottenuti in maniera illegale, dietro pressioni o molto più semplicemente scaricati dai social. Nella maggioranza dei casi la vittima è donna, benché tra le segnalazioni di sextortion, ovvero ricatti a sfondo sessuale, numerose sono quelle a danno di uomini, spesso in seguito alla performance di atti sessuali in webcam. A causa della centralità del genere e della sua costruzione nella cultura collettiva – nel caso specifico l’altro sesso è percepito come antagonista da sopraffare – il fenomeno è inserito tra le forme della violenza di genere.

Vendetta sì, ma non solo.

Secondo un’indagine dell’Università del Kent[1], benché la ritorsione sia il principale motore del gesto, molti altri fattori vi concorrono: sessismo, senso di superiorità, ignoranza e minaccia tra i principali. È per questa ragione che al termine revenge porn viene preferita da attivisti ed esperti l’espressione image-based abuse, meno connessa all’idea di vendetta e con un focus prioritario sul tratto violento dell’azione.

Il fenomeno assume forme differenti, che definiscono e caratterizzano anche la natura dei canali in cui le immagini vengono pubblicate: tra i più frequenti spy, in cui il materiale divulgato è ottenuto tramite telecamere nascoste e all’insaputa del soggetto, minor, in cui i soggetti ritratti sono minori e infine generalmente esplicito, categoria più ampia e comprendente tutte le precedenti e non solo.

Nel nostro Paese il 20% delle donne tra i 18 e i 55 anni è stata vittima almeno una volta di revenge porn(Amnesty International, 2017), benché tali dati si riferiscano solo ai soggetti consapevoli. L’età media degli interessati è tristemente in calo: un numero sempre maggiore di minori è coinvolto nella pratica, come vittima o come carnefice. Ed è così che l’abuso diviene in moltissimi casi diffusione di materiale pedopornografico, spesso aggravata da un legame familiare tra le parti coinvolte. Non è la prima volta che tali scandali emergono: nel 2017 il Fatto Quotidiano aveva portato alla luce gruppi Facebook che postavano contenuti di simile natura, che culminavano in vere e proprie tempeste di messaggi (shitstorm) ai danni della sfortunata di turno.

La normativa

In Italia il fenomeno è normato dall’articolo 612-ter del Codice Penale, inquadrato nell’ambito della legge 69 del luglio 2019 contro la violenza di genere. Inserita come emendamento al testo di legge Codice Rosso, la normativa prevede da 1 a 6 anni di carcere e una multa da 5.000 a 15.000 euro per chiunque, privo del consenso, pubblichi, invii o ceda materiale intimo e privato. Benché tale emendamento rappresenti un primo passo nel cammino di adattamento della legislazione al mondo che cambia, sono numerose le perplessità che emergono, tra cui l’assenza di riferimento ai canali di trasmissione (gruppi, piattaforme, siti) e alla loro responsabilità, e il silenzio sulle forme di espressione del consenso. Complessa resta inoltre l’attuazione della pena che, equiparando chi invia il materiale a chi, avendolo ricevuto, lo diffonde con il dichiarato intendo di arrecare danno, non tiene conto dei numeri della vicenda e rischia di restringere il campo di applicazione della norma. Non viene analizzata infine la questione minori, che resta soggetta alla legge sulla pedopornografia.

Il nodo del “già pubblicato”

La legge sul revenge porn non chiarisce la posizione nei confronti della condivisione di materiale in precedenza reso “pubblico” dal soggetto (ad esempio pubblicato sui social), creando così una zona grigia nella catalogazione del fenomeno in sé. La ricercatrice Silvia Semenzin definisce tale caso “a-legale”, frutto della labile distinzione tra pubblico e privato e della difficoltà di legiferare su una specifica del genere. Sui gruppi stessi è più volte presente il riferimento alla legalità/moralità della pratica: chi pubblica foto di sé brama che tali foto vengano viste e “consumate” ed è dunque perfettamente lecito diffonderle, questa la scusante addotta.

La discussione è forse destinata a non spegnersi mai, anche a causa della persistenza e del radicamento di una cultura tossica, che implicitamente autorizza e incita l’utilizzo di un linguaggio stereotipato e violento nei confronti dell’altro e che, in questo caso può divenire propulsore di un’immagine oggettivizzata e sessualizzata della donna.

Per favorire un cambiamento strutturale è necessario continuare a parlare del tema ed educare le nuove generazioni ad un approccio all’altro più inclusivo e paritario. In tal senso è necessario che tutti si facciano promotori della co-costruzione di nuove narrative, perché nessuno può dirsi innocente e libero da stereotipi e schemi mentali fallaci. La legge, seppur necessaria, non può essere il solo motore del cambiamento: non è sufficiente insegnare che qualcosa non va fatto “perché è illegale”, è sul valore alla base che bisogna concentrarsi.

Tornando al caso dei gruppi Telegram e al labile confine tra immoralità e illegalità, la soluzione non è convincere che quelle foto potrebbero raffigurare fidanzate, sorelle o amiche di chiunque, ma ricordare che noi potremmo essere gli odiatori di domani perché è la banalità del male la vera risposta.

Non è sufficiente concentrare la nostra attenzione sul tema solo quando tristi fatti di cronaca campeggiano sulle prime pagine. È a riflettori spenti che si combatte per spezzare la catena dell’odio virtuale e si pongono le fondamenta di una società in cui sia il carnefice a pagare le conseguenze del suo gesto e non la vittima, e dove ci si renda finalmente conto che tutti noi siamo al tempo stesso entrambe le cose.

 

Contenuti citati

[1] Pina, Holland, James, 2017, The Malevolent Side of Revenge Porn Proclivity: Dark Personality Traits and Sexist Ideology, IGI Global

 

 

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