Coronavirus capitolo 2: un picco c’è stato, ma è ora di rifare i (tristi) conti

Questo articolo costituisce il seguito del breve studio che abbiamo dedicato all’analisi dei dati ISTAT sulla mortalità in Italia (sono sempre scaricabili qui), dati che – dopo il loro ultimo aggiornamento – vanno a includere tutti i decessi fino al 4 aprile scorso. Sulla rappresentatività del campione di comuni censiti e sul suo utilizzo nel calcolo di una prima stima dei decessi provinciali complessivi dovuti all’emergenza del virus SARS-CoV-2, rimandiamo al contributo precedente.

In questa sede continueremo ad occuparci della Lombardia, dove la fetta di popolazione inclusa nell’indagine è la maggiore, nonché in continua crescita (siamo al 72,3%), proprio in ragione delle assunzioni metodologiche operate dall’ISTAT nella costruzione del campione: queste scelte sono, lo abbiamo visto, tutt’altro che aleatorie, anzi direttamente correlate all’intensità con cui Covid-19 ha infuriato su un dato territorio1. Per le stesse motivazioni potremo iniziare ad analizzare anche la situazione in Emilia-Romagna, dove il campione ha raggiunto il 61,0% della popolazione – ed è già eccellente nelle province più colpite, come Piacenza, Parma e Rimini.

Dopo aver già escluso il verificarsi di deviazioni macroscopiche dalla mortalità media anteriori all’ultima settimana di febbraio, potremo ora focalizzarci su un lasso di tempo più breve: dal 20 febbraio al 4 aprile 2020. Esaminiamo ora, prima in forma grafica e poi in forma tabulare, i dati sulla mortalità nelle varie province in questo periodo e la loro variazione percentuale rispetto alla media (sullo stesso periodo) del quinquennio 2015-2019.

 

Lombardia

 

Partiamo dalla Lombardia: sulla totalità del campione, pari a quasi 7.280.000 di cittadini lombardi (su un totale di circa 10.060.000), tra il 20 febbraio e il 4 aprile 2020 ci sono stati quasi due volte e mezza (+143%) gli stessi decessi del quinquennio precedente. Se questo è il dato generale, pur cupissimo, nulla è mutato circa le grandi differenze nella distribuzione provinciale delle anomalie: Bergamo resta nella poco invidiabile posizione di testa con un astronomico +427%, seguita da Cremona e Lodi che tallonano quota +300% e, a ruota, da Brescia a +215%. In provincia di Mantova, di Monza e (specialmente) di Milano il quadro che ne esce è drammatico, ma se possibile meno apocalittico.

Queste erano le province con una copertura pari o superiore al 70% della popolazione totale, dove quindi è migliore la “visibilità” della realtà del contagio che i dati ci danno; nelle altre, che comunque (tolta Varese) superano il 50%, la relativa penuria di dati può far sì che l’anomalia reale sia piuttosto diversa da quella che abbiamo indicato. Tuttavia, appare innegabile che a Pavia e a Lecco si siano verificati incrementi eccezionali del tasso di mortalità, sebbene territorialmente (forse) poco omogenei, mentre Sondrio e prima ancora Varese e Como siano state toccate in misura più lieve.

Di seguito, nella tabella, gli stessi aumenti percentuali sono espressi in termini assoluti: il confronto tra la media degli scorsi cinque anni e i decessi del 2020 parla da sé ed è agghiacciante. La parte dei lombardi campionata assomma a circa 12.960 morti in più della media – laddove il bilancio ufficiale al 4 aprile per l’intera regione era fermo a 8.656; il limite superiore dell’intervallo di confidenza sull’intera popolazione arriva fino a 17.930 unità. Naturalmente, ribadiamo il caveat più importante: nel considerare tali intervalli, dobbiamo tenerci tanto più vicini al limite inferiore quanto peggio è coperta dal rispettivo campione ogni provincia.

Consideriamo, tuttavia, due province il cui dato “sommerso” è percentualmente più ingente rispetto ai bollettini ufficiali: Bergamo (dove esso, con i 4.100 decessi anomali dell’indagine ISTAT, è almeno del 72% maggiore dei 2.378 decessi testati) e Cremona (almeno +78%). Entrambi i territori sono ben censiti e colpiti capillarmente da Covid-19, per cui è ragionevole supporre che non vi siano “chiazze” di popolazione percentualmente rilevanti scampate all’aumento anomalo della mortalità. Consideriamo inoltre che i cittadini non censiti saranno residenti:

  • o in micro-comuni con meno di 10 decessi in quattro mesi, ove comunque i decessi potrebbero per esempio essere passati da una media di 3 a 9 (+200%);
  • oppure in comuni in cui il tasso di mortalità sia aumentato di meno del +20% sulla media ’15-’19 negli ultimi 35 giorni. In abitati abbastanza grandi, l’aumento dei defunti potrebbe essere numericamente molto consistente anche con un “mero” +15%;
  • oppure in comuni fuori dal registro ANPR o con dati ancora incompleti, dove la situazione potrebbe comunque essere emergenziale – si dia l’esempio di Zogno, borgo di quasi 9.000 abitanti in Valle Brembana (BG), che nonostante rispetti in pieno i primi due criteri non è ancora entrato nell’indagine.

Ciò detto, in casi dove la capillarità di Covid-19 sia un’ipotesi fondata, possiamo ragionevolmente aspettarci che il numero reale dei deceduti sull’intero territorio si sospinga ben lontano dal limite inferiore dell’intervallo (un limite fondato sull’ipotesi che sul non censito l’anomalia nella mortalità sia pari ad uno 0% abbastanza inverosimile!), spostandosi invece verso il limite superiore. Lo stesso discorso vale per altre province ben censite e con anomalie a tripla cifra, ove pure il sommerso sembri relativamente meno grave, quali Lodi (≥ +41%) e Brescia (≥ +39%).

 

Tabella6

 

Passiamo ora all’Emilia-Romagna: partiamo col dire che, relativamente al campione (2.720.000 emiliano-romagnoli su 4.460.000), l’aumento generale della mortalità è la metà circa di quello lombardo (+79%). Quel che però notiamo in prima battuta è il distacco rilevante che separa le province occidentali più duramente colpite da Covid-19 – Piacenza, Parma e (molto meno) Reggio – e il nucleo centro-orientale dove l’emergenza s’è fatta sentire in modo più tenue – da Bologna a Ferrara, Ravenna e Forlì-Cesena. Modena risulta essere stata una sorta di “cerniera” di transizione tra le due aree, mentre Rimini, che ha presentato un andamento molto preoccupante (simile a quello di Milano) è collegata ad un focolaio che travalica i confini regionali e va ad abbracciare la provincia marchigiana di Pesaro-Urbino (e anche la piccola Repubblica di San Marino). Per fare un parallelo con la Lombardia, Piacenza, vera e propria ground-zero emiliana (+218% di decessi), ha numeri simili a quelli di Brescia; anche Parma non vi si discosta di molto (+168%), mentre Reggio Emilia ha vissuto – in proporzione – un’anomalia pari a quella di Monza. All’altro capo del continuum, è Varese l’unica provincia lombarda a poter vantare una diffusione ridotta quanto il nucleo delle quattro province meno colpite; nel ravennate e nel ferrarese si può persino concludere che al 4 aprile la presenza di Covid-19 in provincia fosse marginale.

 

Emilia Romagna

 

Esponiamo di seguito, in tabella, le cifre in termini assoluti. Balza subito all’occhio il caso di Parma, la cui copertura da parte dell’indagine ISTAT è la migliore di tutte e virtualmente molto precisa (94%), ma dove i decessi sommersi sono sbalorditivamente elevati, in proporzione più che in qualsiasi provincia lombarda, partendo da un limite inferiore pari al +131%. Abbiamo percentuali sommerse importanti anche a Rimini (≥ +83%) e a Forlì-Cesena (≥ +82%), ma su cifre assolute molto più ridotte, mentre nel resto dell’Emilia-Romagna i decessi “sommersi” sembrerebbero decisamente più contenuti. Senza voler attribuire cause precise alla disparità parmense, possiamo già affermare con ogni evidenza che sia stata quella, al 4 aprile, la provincia con più decessi in termini lordi in regione – sebbene Piacenza mantenga la primazia relativa, come s’è visto.

Ad ogni modo, visto che molte e popolose province (Bologna, Reggio, Ravenna etc.) presentano un campionamento non ottimale2, tenderemmo ad aspettarci che il numero reale dei decessi si situi più vicino al limite inferiore di 3.000 unità che non a quello superiore di 4.900, mentre una tale supposizione non era proponibile, come s’è visto, per la Lombardia.

Tabella5

 

Prima di passare alle notizie positive, una breve riflessione circa la revisione ex-post di dati già spacciati per consolidati, cioè di quelli diffusi dalla Protezione Civile e dalle regioni. Sebbene l’Italia sconti (non è solo opinione di chi scrive) una certa difficoltà istituzionale nell’ammettere di avere avuto torto, a livello internazionale sono già tanti e importanti gli esempi di nazioni colpite con violenza brutale da Covid-19 che abbiano corretto in divenire dati già comunicati. Chi, come il Belgio, in via precauzionale e a scopo di trasparenza, col rischio poi di doverli ridurre per eccesso; chi, come la Cina riguardo a Wuhan, in misura invero tardiva e ancora timida, spinta dallo scetticismo generalizzato attorno ai numeri di regime là dove tutto è cominciato. Senza scordarci dell’Ecuador, dove è stata data pubblicità all’anomalia enorme registrata a Guayaquil dal locale ente statistico; né della Spagna, in particolare per quanto riguarda la Comunidad di Madrid, nelle cui case di riposo, falcidiate da Covid-19, appaiono ormai due conteggi: quelli per cui si è avuto il tempo di un esito del tampone e quelli “morti con sintomi”. Ma l’esempio più forte è certo quello degli Stati Uniti: a New York, oramai l’epicentro più attivo e virulento di Covid-19 al mondo, da un giorno all’altro 3.700 deceduti sono stati aggiunti al bilancio delle vittime, in quanto “presumed to have died of the coronavirus but had never tested positive”.

Basti questo: almeno per quanto riguarda Lombardia ed Emilia-Romagna, di fronte all’abbondante afflusso di dati di cui questa analisi traccia solo una parte, rimanere fermi su bollettini desueti e sottodimensionati non è più scusabile. Nessuno nega che nel bel mezzo della catastrofe, a marzo, vi possano essere state difficoltà insormontabili nel tracciamento puntuale dei decessi; ma oggi non è più il caso dell’insufficienza statistica, quanto quello dell’inadeguatezza politica, a lasciare il segno.

Concludiamo con le buone notizie promesse, che derivano dall’osservazione dell’andamento giornaliero dei decessi nelle province più colpite e quindi più campionate. Nello scorso approfondimento abbiamo guardato i grafici cumulativi, oggi ci riferiremo invece alle frequenze giornaliere (partendo dal 1° gennaio).

Esponiamo subito l’evidenza che ci dovrebbe confortare di più: con pochissime eccezioni, al 4 aprile il picco incontrollato dei decessi giornalieri appariva ormai alle spalle. Senza poterci sbilanciare su quel che è successo nelle due settimane successive, è senz’altro una nota positiva circa il funzionamento delle misure di lockdown emanate dal Governo, sebbene rimangano le perplessità già esposte sull’evitabilità stessa di picchi così clamorosi nei (cruciali) tentennamenti della prima settimana di marzo. Partiamo con Bergamo: i tre grafici che seguono riguardano il campione provinciale, la città e i tre comuni di Nembro, Alzano Lombardo ed Albino, situati nella bassa Val Seriana e ormai tristemente noti a tutti.

Al 4 aprile, con velocità diverse e punti di arrivo diversi (rispetto alla situazione pre-virus), sia a livello provinciale, che cittadino, che comunale nelle aree più colpite eravamo tornati a condizioni molto più tollerabili rispetto alle settimane centrali di marzo. La mortalità, pare, non era più fuori controllo – e non solo negli ospedali, ma anche per quanto riguarda i decessi domestici e nelle RSA.

 

Bergamo_1

Bergamo_3Bergamo_4

 

Bergamo_2

 

Questa frenata ha avuto il suo effetto anche sulla curva cumulativa, come vediamo: l’inquietante curva esponenziale bergamasca già esposta la settimana scorsa è diventata, dopo un mare di sofferenza, finalmente logaritmica e tende a ritornare – incrociamo le dita – su livelli vicini alla media 2015-2019.

Che Bergamo non rappresenti un’eccezione a riguardo lo mostrano i grafici con le frequenze giornaliere delle altre province più colpite: di seguito mostreremo Brescia, Lodi, Cremona, Milano, Mantova, Monza e Brianza, Parma e Piacenza.

Mantova_1MonzaBrianza_1

Piacenza_1

Parma_1Milano_1
Lodi_1

Cremona_1

Brescia_1

 

Con intensità e pendenza variabile, la discesa è misurabile quasi ovunque. Laddove il “decollo” nel numero dei decessi giornalieri è iniziato prima, un picco (aguzzo e ben individuabile, oppure più prolungato e seghettato) ha impiegato tra le tre e le quattro settimane per iniziare a tornare verso la normalità. La fotografia del 4 aprile, poi, ha cristallizzato gli stadi diversi di questo “ritorno all’ordine”. Lodi, con l’originaria “zona rossa” di Codogno, farebbe da apripista e da caso-scuola, essendo già tornata a un numero di decessi in linea con la media pre-virus; anche Cremona, Milano e Brescia – oltre a Bergamo – lasciano ben sperare a riguardo. All’altro capo troviamo Mantova, Monza e le due province emiliane, dove la situazione, pur in miglioramento, al 4 aprile è ancora su livelli pericolosamente vicini ai massimi segnalati oppure, la ridiscesa verso la media appare troppo incerta e claudicante.

Concludiamo rimettendo in luce, per punti, le principali evidenze desumibili dall’analisi dei dati ISTAT:

  • il sottodimensionamento dei bollettini è un dato di fatto: in Lombardia abbiamo tra 4.300 e 7.800 decessi dovuti a Covid-19 che devono essere inclusi nel computo; in Emilia-Romagna tra i 1.000 e i 1.500;
  • non c’è ragione per non iniziare a correggere tale sottodimensionamento;
  • si continuano a versare fiumi d’inchiostro sui “numeri che non calano” e sul “virus che non molla la presa”. Ciò, almeno in Lombardia e almeno in parte, si deve proprio al range del sommerso che ha esercitato una pressione insostenibile sul settore sanitario nelle settimane centrali di marzo – range che, ben intuibile dai resoconti ma ignorato dalla Protezione Civile, non viene preso in conto nelle suddette analisi. Se è così, il calo (e in certi casi il crollo) riscontrato nei decessi sommersi ha liberato da quella pressione le risorse che oggi consentono il testing e la diagnosi di una quota molto più completa dei sintomatici gravi e dei deceduti;
  • se non si può ancora dire che grazie al lockdown (interregionale e poi nazionale) “il peggio è passato”, si può ben affermare che il lockdown nazionale, nei territori colpiti più selvaggiamente, abbia consentito il crearsi di un picco e la conseguente ridiscesa. Ogni discorso sulla futura riapertura non può che partire da questo riconoscimento;
  • il punto precedente lascia comunque inevase le numerose e pressanti domande sull’immobilismo (specie, ma non solo, nel bergamasco) nei dieci giorni precedenti il lockdown: le responsabilità, che siano regionali o governative, vanno indagate a fondo.

Al prossimo aggiornamento dei dati!

 

1 Ripassiamole: L’ISTAT esclude dal campione tutti i (micro)comuni con meno di 10 decessi tra il 4 gennaio ed il 4 aprile 2020, nonché quei comuni ove l’aumento della mortalità sul periodo 1° marzo – 4 aprile 2020 sia stato inferiore al +20% rispetto alla media del 2015-2019 (stesso periodo). Sono inoltre esclusi alcuni comuni (in Lombardia ed Emilia-Romagna, pochi) che non sono iscritti al registro anagrafico centrale del Ministero degli Interni (l’ANPR).

2 Restano fuori dall’indagine ISTAT cinque comuni con più di 50.000 abitanti, di cui ben quattro capoluoghi di provincia: Reggio nell’Emilia, Ravenna, Ferrara, Forlì e Imola (BO). In Lombardia gli unici esclusi sono invece Vigevano (PV) e Gallarate (VA).

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