La diplomazia come arte d’arrangiarsi: il caso di Nauru

Il presidente di Nauru Baron Waqa assieme al primo ministro israeliano Netanyahu

Pochi paesi al mondo possono affermare di essere seduti su una miniera d’oro, o di esserlo mai stati. Uno di questi è Nauru, piccola isola sperduta nell’Oceano Pacifico, a metà strada tra l’Australia e le Hawaii. Si tratta della più piccola repubblica al mondo, che con i suoi 21 chilometri quadrati di estensione batte persino  la minuscola San Marino di soli 61 chilometri.Ottenuta l’indipendenza nel 1966, Nauru poteva fregiarsi di un primato invidiabile: l’isola  possedeva il PIL pro capite più alto del mondo, grazie alle sue ricchissime riserve di fosfato, efficientissimo concime di origine  naturale. Con la scoperta dei giacimenti a inizio novecento, l’isola di Nauru, fino a quel momento ignorata dalle grandi potenze dell’epoca, entrò rapidamente nel mirino dei governi europei. In pochi anni il piccolo lembo di terra sperduto nell’Oceano Pacifico, pressoché irrilevante in termini politici e militari,  passò dalle mani tedesche a quelle australiane, divenendo infine un protettorato al termine della seconda guerra mondiale.

Foto panoramica della Repubblica di Nauru

Foto panoramica della Repubblica di Nauru

Se l’iniziale politica di sfruttamento delle risorse naturali di Nauru è comprensibile in chiave coloniale (d’altra parte, ben pochi erano i progetti di sviluppo per un isolotto abitato da poche migliaia di abitanti che -si immaginava- sarebbero in seguito certamente emigrati), è più difficile da giustificare ad indipendenza ottenuta. Tuttavia, per oltre un decennio questo piccolo ed isolato francobollo di terra venne guardato come un modello dal mondo intero. Negli anni settanta numerosi reportage evocavano un’isola di ricchezza estrema, con lo stesso  lusso sfrenato che oggi viene attribuito  a Dubai o a qualche paese del Golfo, di cui spesso si dimentica il nome. A differenza degli attuali Emirati misti però, che non brillano certo per  rispetto dei diritti dell’individuo, né tantomeno per  fulgida realizzazione dello Stato Sociale di stampo europeo, Nauru garantì per decenni un’assistenza sanitaria completamente gratuita, affiancata da un sistema d’istruzione aperto a tutti, nonché  fortissimi incentivi economici per l’acquisto di una casa. Ma già negli anni settanta, questa terra circondata da una meravigliosa barriera corallina, che per la sua eccezionale bellezza, i primi esploratori europei avevano definito l’Isola delle Delizie, era ormai il simulacro sbiadito di quella che era stata in precedenza. Infatti, con l’Australia che galoppava nel tentativo di sviluppare rapidamente la propria agricoltura, l’estrazione del fosfato si era fatta sempre più intensa, a tal punto da distruggere il sensibile ecosistema di Nauru, che in poco tempo divenne di fatto un’enorme cava a cielo aperto. L’assenza di investimenti oculati da parte del governo, che finanziò per anni strampalati progetti in giro per il mondo, dall’acquisto di un grattacielo in Australia ad un fallimentare musical di Broadway, presto costrinse Nauru  ad abbandonare il primato di paese con più condizionatori pro-capite al mondo -e con il più basso tasso d’impiego: nessun cittadino lavorava, tutti vivevano infatti dei proventi dei fosfati, grazie ad un’equa divisione dei terreni ricchi di giacimenti operata dallo Stato a beneficio dei cittadini, forse unico esempio di un proto-comunismo di successo. La repubblica  si trovò ad affrontare una recessione rapidissima e inaspettata: la quasi totalità dei lavoratori stranieri, perlopiù cinesi, emigrò, e l’unica eredità della vita fuori dagli schemi dei suoi cittadini è oggi l’altissimo tasso di obesità e di diabete, causato dall’abuso spropositato di Coca-Cola e di cibo spazzatura negli anni d’oro.

Riserve di fosfato sull'isola di Nauru

Riserve di fosfato sull’isola di Nauru

Fu così che le più brillanti menti del  Paese dovettero arrangiarsi per dare nuovo rilievo a un’isola che, esaurite quasi per intero le proprie ricchezze, sembrava improvvisamente dimenticata da tutti e destinata a sopravvivere di aiuti umanitari. Rinnovata importanza venne ben presto da un’amica insospettabile: la diplomazia.

Bene lo sa Taiwan, o Repubblica di Cina, per i più ferventi liberali, che foraggia ampiamente le attività di Nauru, regalando navi, mantenendo in piedi la compagnia aerea nazionale e finanche finanziando le campagne presidenziali del piccolo amico oceanico, con buona pace di chi tanto ben ci vedrebbe un’intrusione siberiana. Tutto questo, al modico prezzo del riconoscimento diplomatico della sovranità di Taiwan da parte di Nauru. Così l’isola  si inserisce nell’ elenco dei 14 staterelli che riconoscono la Repubblica di Cina, tra cui svetta un altro Paese di sani primati, questa volta in Africa, eSwatini, meglio conosciuto come Swaziland, il territorio con la più alta percentuale di abitanti sieropositivi al mondo, il cui re, fra gli ultimi monarchi assoluti ancora al potere, ogni anno sceglie in un complesso rituale tribale una giovane vergine da sposare; o ancora, Saint Kittis and Nevis, Saint Vincent and the Grenadines, Saint Lucia, per citarne alcuni. Stati non propriamente decisivi sulla sfera internazionale, pronti a cambiare casacca a fronte del miglior offerente (Nauru riconobbe per poco più di due anni la Repubblica Popolare Cinese, tra il 2002 e il 2005, in cambio di una piccola elargizione di 130 milioni di dollari da parte del colosso comunista).

Ricevimento dell'allora presidente di Nauru Baron Waqa da parte della presidentessa di Taiwan Tsai Ing-Wen

Ricevimento dell’allora presidente di Nauru Baron Waqa da parte della presidentessa di Taiwan Tsai Ing-Wen

La politica estera di Nauru nasconde però delle perle ancora più preziose: fa parte dei soli 5 Stati che hanno un seggio all’ONU a riconoscere l’indipendenza ed intrattenere relazioni diplomatiche con l’Abkhazia e la Sud-Ossezia, due piccoli stati autoproclamatosi indipendenti poco dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e i cui territori sono tuttora reclamati dalla Georgia. Entrambi appoggiati dalla Russia, sono sempre stati alla ricerca  di sostenitori nel mondo occidentale, ed in particolar modo l’Abkhazia, che da tempo ormai è riuscita ad instaurare uno Stato di diritto discretamente funzionante ed efficiente nonostante il suo unico grande sponsor internazionale sia la vicina Russia. E certo i più cinici, che continuano a classificare questi territori come protettorati russi -e nessuno mai negherebbe l’interesse di Mosca in una zona così strategicamente importante quale la vecchia Colchide, o il ruolo paradossalmente stabilizzatore nella politica interna dei territori caucasici russi giocato dall’Ossezia del Sud- hanno pane per i loro denti: il riconoscimento da parte di Nauru è valso ben 50 milioni di dollari, erogati appunto dalla Russia.

La diplomazia, però, ci concede sempre sorprese: il Peter Schlemihl d’Oceania -i più scettici sostengono grazie all’amicizia di lunga data tra l’allora Primo Ministro australiano John Howard, fautore della linea intransigente in termini migratori, e il Presidente di Nauru René Harris- ottenne un accordo estremamente remunerativo con l’Australia garantendo ospitalità da ormai più di un decennio a un gran numero di migranti irregolari che tentavano, e tentano tuttora, di superare illegalmente i confini australiani. Tutto ciò, in attesa che le autorità di Canberra valutino le richieste d’asilo. Una scelta anomala, quella di ospitare in un Paese terzo dei cittadini di Stati quali Afghanistan e Iraq che tentano di entrare in Australia violando la legge; di certo un’opportunità eccellente tanto per Nauru, nel 2001 prossimo alla bancarotta, quanto per l’Australia, cui è di fatto consentito trasferire in un Paese stabile e in un contesto facilmente controllabile delle persone indesiderate.

Velivolo della compagnia aerea di bandiera Airnauru

Velivolo della compagnia aerea di bandiera Nauru Airlines

Ma, non donna di provincie, l’ultima seduzione per Nauru non era ancora arrivata. É risaputo che il secondo mandato al governo d’Israele del leader del Likud Benjamin Netanyahu ha segnato una svolta spettacolare nella politica estera di quest’ultimo. Dopo il lungo periodo di marcato isolamento diplomatico, forte tanto in Occidente, quanto  tra i suoi vicini più prossimi, l’acuto primo ministro d’Israele è riuscito a rinvigorire saldi legami internazionali con Paesi del cosiddetto terzo mondo, facendo di questa operazione il caposaldo della propria politica estera (non è infatti un caso se Netanyahu, una volta ottenute le dimissioni di Avigdor Liebermann nel 2015, ha tenuto per sé la delega agli affari esteri). Conquistata l’amicizia di diversi Paesi africani, tra cui il neonato Sud Sudan, il Rwanda, l’Uganda, il Kenya e l’Etiopia, l’attenzione di Netanyahu si è indirizzata verso Stati più piccoli e meno interessanti per il futuro economico di Israele. Infatti, se i partner africani sono  stati spesso definiti come la Cina del ventunesimo secolo, costituendo un terreno estremamente fertile per esportare le eccellenze tecnologiche israeliane, la più grande preoccupazione di Netanyahu non era sfumata: continuava a mancare una anche piccola parvenza di sostegno internazionale ad Israele all’assemblea generale delle Nazioni Unite. Sostegno che Israele riuscì a trovare in quei piccoli staterelli che, qua e là nel mondo, già avevano dimostrato una certa volubilità, se così si può dire, diplomatica. Se da un lato può sembrare folkloristico che a un de-facto Sindaco siano concessi gli onori di Stato per ogni visita oltre confine è bene rammentare che  Israele, alla stregua di Taiwan e della Russia, mai ha dimenticato che Nauru possiede un voto alle Nazioni Unite, di pari peso, almeno a livello teorico, di quello di Paesi ben più influenti. Dopo esser stato tra i primi Paesi a riconoscere ufficialmente Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, Nauru ha sempre spalleggiato Israele in occasione delle numerosissime (spesso pretestuose) risoluzioni ONU ripetutamente presentate da forze di dubbio carattere democratico quali il Laos, l’Iran e il Qatar, e spesso appoggiate dalla maggioranza degli Stati dell’Unione Europea.

Di certo non sono queste le considerazioni che spingono gli abitanti del piccolo isolotto oceanico a sostenere Israele, Taiwan o l’Abkhazia, Paesi i cui nomi hanno probabilmente sentito riecheggiare soltanto nei lontani tempi d’oro. Consci di quanto una buona diplomazia sia spesso una manna dal cielo, però, all’ombra delle loro palme guardano lo scempio di un territorio un tempo meraviglioso ed ospitale, ora distrutto da vecchi scavi abbandonati e da baracche che accolgono stranieri indesiderati, in attesa che qualcun altro al mondo condivida il loro stesso destino: dal lusso sfrenato dei tetti placcati d’oro al deserto, questa volta, forse, all’ombra di una mezzaluna.

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