Nuova strada verso il benessere sociale. La Nuova Zelanda e il “well-being budget”

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Da sempre considerato uno strumento affidabile per le discussioni economiche, il Prodotto Interno Lordo (PIL) è un indice utile a calcolare la salute di un’economia e il benessere di una nazione. L’Istat ne propone un’accurata definizione: “Risultato finale dell’attività di produzione delle unità produttrici residenti. Corrisponde alla produzione totale di beni e servizi dell’economia, diminuita dai consumi intermedi ed aumentata dall’IVA e dalle imposte indirette sulle importazioni”. Dividendo tale valore per la popolazione, si ottiene il “PIL pro capite”, utilizzato a sua volta, per formulare ipotesi riguardanti il tenore di vita all’interno di un paese, secondo il principio che ad un più alto valore pro capite, gli standard sono migliori. Non è quindi una sorpresa che paesi quali il Lussemburgo siano al vertice della classifica. Il PIL non tiene tuttavia conto del benessere mentale, né della capacità di recupero culturale e della salute ambientale, anche se, in base alla definizione iniziale, non sono proprio queste ultime variabili che contribuiscono al benessere di una nazione?

Dal 1654 il PIL fu utilizzato con diverse modalità dalle nazioni dove veniva applicato. Nel 1934, Simon Kuznets economista vincitore del Premio Nobel e inventore del PIL moderno, affermò: “Il benessere di una nazione non dovrebbe essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale” e nello stesso anno presentò un rapporto sulla ricchezza nazionale al Congresso degli Stati Uniti d’America con una rielaborazione del calcolo del PIL che viene utilizzata ancora oggi. Tuttavia come già Kuznets aveva espresso, utilizzare il PIL come mero strumento economico per la valutazione del benessere dei cittadini sarebbe semplificare eccessivamente una situazione molto complessa.

Dopo la Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale si sentì la necessità di prevedere l’andamento futuro dell’economia globale. È in tali momenti storici, che il concetto di benessere diventa sinonimo di benessere economico. Il PIL diventò l’indice statistico principale di misurazione del progresso. Ma se nell’epoca manifatturiera, equiparare il benessere economico al benessere in generale aveva un senso, nell’era dei servizi in cui viviamo, i quali costituiscono l’80% delle economie moderne, tale rapporto è insoddisfacente.

Per decenni, il PIL è stato la misura di tutte le cose. Alcuni paesi, come ad esempio la Cina, ne sono ossessionati e lo usano per fissare i propri obiettivi di crescita. Come scrive Jennifer Blanke, chief economist del World Economic Forum, “È facile dimenticare che [il PIL] inizialmente non era destinato a questo scopo, ma fornisce semplicemente una misura dei beni e servizi finali prodotti in un’economia in un determinato periodo, senza alcuna attenzione a ciò che viene prodotto, come viene prodotto o chi lo sta producendo”, sostiene. Partha Dasgupta, professore di economia all’Università di Cambridge, ha studiato per decenni metodi alternativi per misurare la ricchezza. Egli sottolinea la contraddizione intrinseca della stessa espressione spiegandola con un chiaro esempio: “Se una zona umida viene prosciugata per far posto a un centro commerciale, la costruzione di quest’ultima contribuisce al PIL, ma la bonifica della prima non viene registrata”. Ossia se si tiene in considerazione il “lordo” e non il “netto”, si parla di un numero aggregato, e di conseguenza non si dice nulla, ad esempio, sulla distribuzione del reddito, in altre parole, non si tiene conto delle disuguaglianze.

È importante sottolineare come il PIL venga misurato nell’arco di un intervallo di tempo determinato, dunque non è possibile avere la certezza che i risultati che si otterranno nei periodi futuri saranno uguali a quelli passati. Variabili quali il capitale umano e il capitale naturale, pur non essendo prese in considerazione nel calcolo del PIL, sono tuttavia influenti: l’Arabia Saudita e la sua crisi petrolifera ne sono un esempio.

Giunti ad una comprensione sempre maggiore dei limiti intrinsechi del PIL, molti “policy-maker” hanno optato per misure alternative. L’emissione di CO2, ad esempio, potrebbe essere un buon indicatore dell’impatto umano sul cambiamento climatico; così come l’Household and Happiness Index, per il benessere delle famiglie; altri si sono invece rivolti al Happiness Index, ossia un indicatore che si concentra sul benessere dei cittadini piuttosto che sul profitto economico. Utilizzando tale indice, i governi sarebbero più facilmente indirizzati verso un obbiettivo che sia l’aumento del benessere della popolazione, anziché del PIL. Il benessere di una popolazione non dovrebbe sostituire il PIL, bensì integrarsi ad esso.

Nel 2008, il Regno del Bhutan è stato il primo paese a introdurre l’Happiness Index nel calcolo del PIL. Il Bhutan ha misurato variabili come la salute mentale, gli standard di vita, la vitalità delle comunità, la capacità di recupero ambientale e culturale. Il governo si è quindi servito di queste valutazioni per attuare le sue politiche. Tuttavia, misurare variabili così aleatorie e poco accurate potrebbe essere
difficile.

L’ultimo paese ad adottare l’Happiness Index è la Nuova Zelanda. Il primo ministro, Jacinda Ardern, l’ha fatto annunciando, nello scorso maggio, il suo progetto per un “well-being budget”, secondo il quale lo scopo della spesa pubblica è garantire un livello di vita migliore ai cittadini neozelandesi. Trentanovenne, leader del partito laburista, Ardern è capo di un governo progressista che ha come obiettivo, servendosi di questo budget, “produrre” benessere in Nuova Zelanda. Il nuovo approccio del paese oceanico punta a misurare i progressi in toto di un paese, piuttosto che la sola ricchezza o la crescita economica. L’obiettivo del governo di centrosinistra è veicolare le spese pubbliche verso i cinque punti di priorità del governo: migliorare la salute mentale, ridurre la povertà infantile, affrontare le disuguaglianze verso le popolazioni Maori e delle isole del Pacifico, prosperare in un’era digitale e passare ad un’economia sostenibile a basse emissioni. Per raggiungere questi obbiettivi il governo neozelandese dovrà considerare il capitale umano (l’insieme di conoscenze, competenze, abilità ed emozioni acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi), il capitale sociale (le relazioni umane), il capitale naturale (l’ambiente) e il capitale finanziario (legato all’economia in stretto senso).

Come previsto, nella distribuzione del budget, la salute mentale ha ricevuto la più grande somma di finanziamenti e investimenti mai registrati, ottenendo 1,9 miliardi di dollari neozelandesi. Mezzo miliardo sarà destinato ai neozelandesi che soffrono di disturbo d’ansia “da lieve a moderato” e di disturbi depressivi clinici che non richiedono il ricovero in ospedale ma influiscono significativamente sulla loro qualità di vita. Circa mezzo miliardo di dollari verrà poi speso per coloro che lavorano nel campo dello studio e della cura della salute mentale negli ambulatori e nelle cliniche indigene. Il governo mira inoltre ad assistere 325.000 persone con problematiche di salute mentale e dipendenza, sempre “da lievi a moderate”, entro il 2023-24. Anche le misure per combattere la violenza familiare hanno ricevuto un investimento record di $320 milioni, con l’obbiettivo di affrontare i terribili risultati nelle statistiche sulla famiglia e sulla violenza sessuale. Il paese è, infatti, tra i peggiori per violenza familiare e sessuale nell’OCSE. Il benessere dei bambini, il cavallo di battaglia di Ardern, riceverà oltre $1 miliardo. Secondo l’Unicef, il 27% dei bambini neozelandesi vive in condizioni di povertà economica, se consideriamo necessità basiche come cibo, assistenza sanitaria e una casa calda e asciutta.

L’idea alla base di questo progetto, come spiega Ardern è: “Se sei una persona seduta a casa e dopo la crisi finanziaria globale senti un politico dire che c’è una evoluzione del PIL e siamo in una fase di recupero, ma non vedi che la sua situazione personale sta migliorando, allora questo significa che c’è una disconnessione e un aumento nella mancanza di fiducia nelle istituzioni e nella democrazia”. Sebbene paesi comparabili come il Regno Unito abbiano iniziato a misurare il tasso nazionale di benessere, la Nuova Zelanda è il primo paese occidentale a progettare l’intero budget in base a una priorità di benessere del popolo e ad incaricare i suoi ministeri di progettare politiche per migliorarlo.

Sarebbe molto ottimistico pensare che i grandi gruppi finanziari che gestiscono il capitale economico e sociale del mondo, consentano ai governi di modificare la misura di ricchezza, ovvero il PIL, in uno che tenga conto del benessere sociale dei cittadini. Che ciò succeda è difficile, perché non genera profitti a breve termine. Si è sempre associato felicità e benessere a discorsi umanistici e filosofici, mai economici. Non è questa una contraddizione di per sé? Perché, se il modello economico di un paese non punta al benessere dei suoi cittadini, qual è allora il suo vero obbiettivo?

Dal risultato di questo nuovo approccio dipenderà la storia politica della Nuova Zelanda, un paese sviluppato con un governo innovativo e progressista. Forse questo potrebbe aprire la strada per un nuovo concetto di benessere che va oltre il valore economico, ma che racchiude anche una particolare attenzione per quello sociale. Come disse Ardern al World Economic Forum: “Si tratta di stare dalla parte giusta della storia. Vuoi essere un leader che guarda indietro nel tempo e dire che eri dalla parte sbagliata della discussione quando il mondo ti stava supplicando una soluzione?”.

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