Costituzionalismo liberale vs Populismo. Speciale elezioni europee.

OPINION  ILUSTRACION  DE LEONARD  BEARD
OPINION ILUSTRACION DE LEONARD BEARD

È stupefacente riconoscere quanto la storia sia irrimediabilmente scontata. Siamo soliti cambiare nome alle cose nel tentativo velleitario di rivendicare una nuova intelligenza, il puro orgoglio intellettuale che si scontra con un fisiologico eclettismo semantico.

Il populismo è sempre esistito, ha però cambiato nome. Di fatto, il fenomeno populista nasce nella Grecia Antica in uno stadio di governo deteriore a natura oclocratica nel quale la guida della polís era alla mercé di volizioni delle masse. I demagoghi classici, come Alcibiade e Pericle, non erano che leader capaci di agitare il popolo, spingendolo ad azioni contrarie alle élite privilegiate del potere. Non sono così diversi i Capipopolo, coloro che si rivolgono a strati sociali emarginati nel tentativo di rovesciare uno status quo ritenuto troppo stretto per le sinuose curve del vulgo — penso al caso di Masaniello e Müntzer — oppure a una parte della società con istanze puritane — Oliver Cromwell in Gran Bretagna—.

È altresì vero che il concetto di populismo rimane vago. Ma proprio perché inconsistenze, nel corso del Novecento ha assunto diverse sfaccettature cromatiche che gli storici del pensiero politico hanno cercato di catalogare.

Se il nazionalpopulismo è un mix di nazionalismo e militarismo che comprende l’intera gamma del nero, dal nazismo al fascismo —include anche il peronismo dell’argentino Juan Domingo Perón (1895-1974) che nel mondo diviso della Guerra fredda non voleva essere né capitalista né comunista, ma finì per essere conservatore e autoritario—, il populismo rivoluzionario tende al rosso, ancora una volta autoritario e nazionalista. I suoi antenati sono i giacobini di Robespierre, “l’avvocato del popolo” che nella Francia rivoluzionaria inventò i famigerati “tribunali del popolo” dove si processavano e ghigliottinavano i “nemici del popolo”. Il suo volto novecentesco totalitario sono stati lo stalinismo, il castrismo e il chavismo che si rifà al presidente venezuelano Hugo Chavez (1954-2013).

Infine, si ricorda il populismo democratico, che ha debuttato negli ultimi anni dell’Ottocento con l’effimero People’s Party americano: pluralista all’interno, nazionalista e isolazionista in tema di politica estera. Il People’s Party aveva la sua base tra gli agricoltori dell’America profonda e i suoi nemici nel capitalismo e nelle élite progressiste. Quando negli Stati Uniti definiscono populist il presidente Donald Trump e il suo motto America first, alcuni storici d’Oltreoceano pensano proprio a quel “partito del popolo” a stelle e strisce di oltre un secolo fa.

Una volta tratteggiata la sfumatura storica del fenomeno, forse risulterà meno pretenzioso il tentativo di decifrare l’essenza ontologica del concetto di populismo. Estrapolarne una definizione. I tentativi sono stati più di uno, non sempre riconosciuti.

Molto probabilmente il populismo non è una ideologia, o meglio, è un’ideologia “debole” che non trova legittimazione in una letteratura propria o in pensatori illuminati. Inoltre, l’accezione tendenzialmente spregiativa che avvolge il concetto è deterrente per potenziali rivendicatori. È mentalità. L’attitudine a individuare il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili a cui attribuisce naturali qualità etiche. Ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali. I partiti, le società multinazionali e le università diventano così bersaglio.
Di certo, il populismo è una questione di stile. Un repertorio di strumenti retorici, basato soprattutto sull’appello al popolo, al quale possono attingere i più disparati attori, senza che ciò implichi responsabilità alcuna. L’arte di solleticare il consenso, in modo più rustico che eloquente, fagocitando la standing ovation finale pur avendo inscenato una mediocre commedia.

Forte del baluardo semplicistico, il populismo è diventato una proposta politica alternativa. Il culmine della postmodernità, all’interno del quale non esistono fatti ma solo interpretazioni. Il tentativo di imprimere nella società una frattura (cleavages) non oggettiva o naturale ma politica, costruita attraverso quella raccapricciante tattica retorica, ha fomentato un generale sentimento di avversione e di istintivo rigetto verso il corpo estraneo.

A parere di Ernesto Laclau, la logica populista si compone di tre elementi: fissa una frontiera interna tra il noi e il loro, elabora un’articolazione equivalenziale delle domande e procede all’unificazione delle varie domande in un sistema stabile di significazione. Quando una catena equivalenziale tende ad assorbire tutte le domande inevase presenti in una società, termina trasformandosi in un contenitore completamente neutro e caotico. L’imprevedibilità è un rischio. Alcune domande potrebbero essere in contraddizione fra loro e, se fossero assorbite nella stessa catena, ne indebolirebbero l’intensità complessiva. In questo caso può capitare che essa si riduca a essere incarnata dalla sola figura del leader del popolo. Altro rischio.

L’importanza del simbolo è infatti fondamentale. Si produce una trascendenza identitaria attraverso la quale il disconosciuto si riconosce nel rappresentante, si cristallizza —nel valore pirandelliano del termine— nella finzione stessa su cui poggia il logos politico. Hobbes nel Leviatano parla di: “popolo che vive solo se rappresentato da qualcuno”, una generazione senza dimensioni, apatica e acritica nella propria incosciente insoddisfazione.

“Ma sapete cosa è peggio che fingere di risolvere un problema? Fare finta di non averlo causato”. Il fallimento di un establishment impunito, sordo alle istanze di un popolo convalescente dalle recenti disavventure economiche su scala globale, ha inaugurato una nuova stagione politica. Tuttavia, i prodromi della debacle rimandano a un progressivo indebolimento dei meccanismi di identificazione che legavano i cittadini a leader, simboli ed organizzazioni, contemporaneamente a una crescente polarizzazione degli schieramenti politici. La bussola dell’elettore si è così smagnetizzata davanti al bivio. E in questi casi si sa, scelgo il sentiero in discesa.

Se ci addentriamo all’interno della proposta populista in Italia, stupisce la velocità con cui si sia iniziato un procedimento di riforma radicale del testo costituzionale a favore del più volte sbandierato superamento della democrazia rappresentativa. È infatti in corso presso la Commissione Affari costituzionali l’esame di una proposta di legge costituzionale — già approvata in prima deliberazione dal Senato— che riduce il numero dei parlamentari (C. 1585) a 400 deputati e 200 senatori elettivi. Al contempo la Camera dei deputati ha approvato, in prima deliberazione, il 19 febbraio 2019, una proposta di modifica costituzionale che, integrando l’articolo 71 della Costituzione, introduce una particolare forma di iniziativa legislativa popolare “rinforzata” che può essere confermata attraverso il referendum popolare.

Tra coloro i quali vedono nello strumento referendario propositivo la soluzione a ogni male e chi sostiene che il Parlamento non sarà più necessario, quale futuro per il costituzionalismo liberale della nostra nazione e non solo? Gli ingredienti della ricetta populista sono effettivamente poco rassicuranti. La ragione dietro il referendum approvativo, ad esempio, è solo apparentemente democratica dal momento che viene meno l’essenza della democrazia, ovvero, il contraddittorio tra le parti. La complicazione del plebiscito è il suo non ammettere sfumature e memoria. Nel populismo ciò che conta è oggi, senza legami con ieri e prescindendo da domani. L’immanenza della digressione populista non esclude la possibilità concreta che questo derivi in un regime democratico illiberale prima, e in democratura autoritaria poi.

Mai come in occasione delle elezioni del 26 maggio la scelta dei cittadini europei sarà determinante per le sorti dell’Unione e della democrazia liberale nel vecchio continente. La destra estrema e sovranista, l’onda nera di Salvini, Le Pen, Kaczynski, Wilders, Strache e Akesson, arriva all’appuntamento in salute, ben organizzata e con sondaggi che la proiettano a diventare la seconda famiglia politica dell’Unione. Con l’obiettivo dichiarato di ridimensionarla, ridurla a semplice mercato comune con il rischio di farla implodere sotto le picconate di chi la vuole destrutturare. Nessun cambiamento traumatico è imminente, sia ben chiaro. Gli euroscettici aspirano ad ottenere tra i 120 e 160 seggi al Parlamento europeo su un totale di 705 —se in questo calcolo si escludono i seggi di diritto britannico—.

Il fronte europeista, di contro, si presenta al voto spaccato, con leader fiacchi e contaminato dagli stessi sovranisti. Secondo i sondaggi riservati che circolano in queste ore tra Bruxelles e Strasburgo, il Partito popolare europeo ad oggi viaggia intorno ai 180 seggi contro i 221 del 2014. Perdono ancora di più i socialisti (Pse) con un crollo dai 191 deputati di cinque anni fa a 130. Salgono invece i liberali, che dovrebbero salire da 65 a 101 seggi. Il fallimento dell’establishment appunto. Ma resistono i numeri per continuare a governare Strasburgo e l’Unione. Da vedere se ne avranno anche la forza politica: mai come questa volta rischiano l’opa degli xenofobi euroscettici capitanati da Matteo Salvini, il quale punta ad unire il Gruppo dei conservatori e riformisti europei (ECR) con l’Europa delle nazioni e della libertà (ENF). Mina vagante è il Movimento 5 stelle, virtualmente sciola l’alleanza con Nigel Farage (Ukip), potrebbe così accrescere le fila del gruppo sovranista per evitare di finire tra i non iscritti.

Chi vivrà, vedrà!. Usa e Cina tra gli spettatori più interessati.

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