Autonomie regionali: un’opportunità o un rischio? Intervista al professor Lodovico Pizzati

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La richiesta di maggiore autonomia gestionale da parte di Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto sta avendo una grande eco nel dibattito pubblico. Le reazioni del mondo politico, ma anche intellettuale, sono state le più disparate: da chi vede una minaccia per l’unità nazionale a chi invece considera l’autonomia differenziata un inutile diversivo rispetto al vero federalismo. Parleremo di questi temi con Lodovico Pizzati, docente in economia alla University of Southern California.

Per iniziare, le chiederei di descrivere la situazione attuale. Che cosa chiedono, esattamente, Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia? Crede che queste richieste possano portare a un qualche risultato?

Inizierei col dire che l’attuale richiesta di autonomia, così com’è, non è né una minaccia all’unità dello Stato italiano, né un’inutile riforma, sebbene sia distante da quell’elusivo “vero federalismo”. In estrema sintesi, l’attuale proposta segue quanto permesso dalla Costituzione italiana, e inoltre non prevede di sbilanciare gli attuali residui fiscali regionali. Dal punto di vista contabile non si tratta di dare di più o di meno a questa o quella regione, anche se in passato è stata sbandierata all’elettorato una riduzione del residuo fiscale per le regioni virtuose. Si veda per esempio il caso veneto, dove veniva promessa un’autonomia sul modello dell’Alto Adige, che trattiene nel territorio il novanta percento delle proprie entrate fiscali. Niente di più lontano dalla realtà.

Quindi, se i saldi regionali non vengono toccati, cosa dovrebbe cambiare?

Semplicemente la gestione di diverse competenze di spesa pubblica. Alcune decisioni passerebbero da Roma a rispettivamente Milano, Venezia e Bologna. Ma a mio avviso cambia gran poco per il cittadino. Viene decentrato il potere politico che gestisce queste competenze, ma la spesa rimarrà inalterata (non scenderà) e di conseguenza nemmeno la pressione fiscale, perlomeno non grazie a questa riforma. Per fare un esempio, alcuni appalti pubblici passeranno da Roma a Milano, Venezia o Bologna, ma non penso che questo condizionerà più di tanto chi vive grazie a legami con la politica. E ripeto, non ci saranno particolari vantaggi per il cittadino: ogni regione avrà comunque l’impulso a spendere fino all’ultimo centesimo di quanto concesso da Roma, senza nessun incentivo ad operare in maniera più efficiente.

Quindi, una riforma inutile?

Non è una vera riforma federale, ma non la ritengo nemmeno nociva o inutile. Per alcune regioni virtuose non ci trovo nulla di male nel voler gestire autonomamente alcune competenze. Io sono favorevole, basta essere consapevoli che non avrà un gran impatto sulle vere problematiche dello Stato italiano.

E riguardo la minaccia all’unità dello Stato italiano?

All’inizio ero rimasto sorpreso dall’avversione nel Mezzogiorno per questa riforma autonomistica tutto sommato molto mediocre. L’unica spiegazione logica per me è del tutto politica, perché non vedo nessun impatto negativo per il Meridione. Credo che sia semplicemente una tattica elettorale per frenare l’avanzata di Salvini al Sud. Come sappiamo la nuova Lega sta gradualmente conquistando l’elettorato meridionale in base ad una politica italianista (“prima gli italiani”). Una maniera per frenarlo potrebbe essere questa di dipingere la riforma autonomistica come un escamotage di natura bossiana con l’intento di arginare il travaso di risorse dal Nord verso Roma e la Magna Grecia. In realtà, almeno in linea di principio le regioni meridionali non perderanno nessuna risorsa da questa riforma.

Qualora tutte le regioni a catena ottenessero le stesse prerogative, saremmo di fronte a un vero cambiamento dell’assetto dello Stato italiano, da unitario a regionalista?

Tutto dipende da che definizioni vogliamo dare alle parole. Non vedo, o non capisco io, di che impatto all’assetto dello Stato stiamo parlando. Questa mediocre riforma è anni luce dall’autonomia di Sicilia, Valle d’Aosta o Alto Adige. Perciò non riesco a percepire un pericolo per l’unità nazionale: ripeto, credo sia semplicemente uno spauracchio elettorale per contenere l’avanzata del Salvini iper-italianista al Sud. Sul regionalismo invece, se intendiamo con regionalista quanto proposto da questa riforma, allora potrebbe essere forse nocivo se venisse esteso a tutte le regioni e non solo a quelle virtuose: questo perché mancano i checks and balances di un vero sistema federale.

Lei ritiene che introdurre qualche forma di decentramento possa giovare all’Italia? Ci sono altri casi di Paesi che sono passati da un assetto molto accentrato a uno più decentrato?

Così com’è (solo per Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna) non nuoce, ma non giova nemmeno. Invece, paesi che hanno perseguito un decentramento con successo sono il Regno Unito (con la Devolution di fine anni ’90), ma anche la Francia che, pur non essendo un paese federale come la Germania, ha intrapreso un percorso di decentramento dalla fine degli anni ’80.

Che cosa contraddistingue il regionalismo dal vero e proprio federalismo? Quale dei due modelli pensa che sia più adatto a un Paese come l’Italia?

Una vera riforma federale necessita assolutamente di autonomia tributaria. E cioè non basta lasciare alle regioni alcune competenze di spesa, ma parte della politica fiscale (quindi abbassare ed aumentare le tasse) deve essere per forza decisa indipendentemente nelle rispettive regioni. In questo caso, anziché avere un incentivo a spendere tutte le risorse concesse da Roma, una regione potrebbe trovare consenso elettorale nel risparmiare in cambio di meno pressione fiscale sulla propria cittadinanza. Oppure, in altre regioni con un alto tasso di evasione fiscale, ci sarebbe più incentivo per la lotta al nero se le ulteriori entrate fiscali emerse alla luce del sole rimanessero nel territorio. Questo tipo di vero federalismo è possibile solo con una riforma costituzionale che richiede un’amplissima maggioranza. Una volta pensavo fosse politicamente impossibile. In realtà questo tipo di riforma, se architettata intelligentemente, può trovare un ampio consenso.

Qualora si passasse a un assetto puramente federale, ne beneficerebbero soltanto le regioni del Nord o ci sarebbe un effetto positivo anche per le aree più svantaggiate?

Come detto, un assetto puramente federale è politicamente fattibile solo se porta benefici per tutti, dalle regioni del Nord a quelle del Sud. È possibile, ma i particolari li lascio ad un mio articolo più dettagliato di un paio di anni fa.

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