Che fine ha fatto Keynes?

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Che cosa direbbe Keynes se fosse vivo oggi? Quali consigli dispenserebbe ai nostri politici e agli accademici e intellettuali del nostro tempo? È normale porsi domande di questo tipo quando ci si confronta con il passato, e soprattutto quando il nostro presente è ancora dominato dall’incertezza e dalle tensioni causate dalla Grande Recessione. E in fondo è un esercizio particolarmente utile quando ci si pone in relazione ai grandi che ci hanno preceduto. Keynes rientra sicuramente tra questi.

 

Considerato il padre della macroeconomia moderna, con la sua “Teoria Generale dell’Occupazione, dell’Interesse e della Moneta” (1936), l’economista di Cambridge è stato un intellettuale poliedrico. Economista, matematico, filosofo, sociologo, politico e statista, è in gran parte a lui che dobbiamo la creazione dell’architettura economico-monetaria nata a Bretton Woods nel 1944, che prevedeva la convertibilità del dollaro con l’oro e un sistema di tassi di cambio fissi ma regolabili, nonché una serie di istituzioni (il Fondo Monetario Internazionale e l’antenato della Banca Mondiale) il cui scopo era quello di garantire il corretto funzionamento del capitalismo e della finanza a livello globale correggendone gli eventuali squilibri.

 

Tale sistema ha accompagnato lo sviluppo delle economie industrializzate nel Secondo Dopoguerra e ne ha garantito la prosperità fino agli anni 80, quando le elezioni di Reagan negli Stati Uniti e Margareth Thatcher nel Regno Unito hanno determinato un cambio di paradigma netto nelle politiche economiche del mondo anglosassone, motivato dal diffondersi, negli ambienti accademici così come in quelli del policy-making, delle teorie economiche neoliberiste e monetariste. Queste ultime volevano far fronte a un crescente statalismo, considerato ormai troppo gravoso per il corretto funzionamento di un’economia di mercato, e miravano a spiegare e contrastare il fenomeno della stagflazione, ovvero la stagnazione economica associata all’impennarsi dell’inflazione, cui la corrente keynesiana non era invece in grado di trovare rimedio.

 

Le idee di Keynes, tuttavia, non sono soltanto state alla base dell’organizzazione economica a livello internazionale. Il keynesianismo è stato soprattutto il fondamento teorico della gestione nazionale delle economie occidentali che erano uscite, con l’eccezione degli Stati Uniti, stremate dallo sforzo bellico, ed ha garantito il successo del modello socialdemocratico sul quale ancora oggi le economie occidentali, e soprattutto quelle europee, affondano le radici.

 

Alla base del pensiero economico della scuola keynesiana vi è l’attenzione alla domanda aggregata, al contrario dei cosiddetti supply-side economistsche si rifanno invece alla legge di Say (1767-1832), dal nome di un economista e pensatore francese che sosteneva l’impossibilità di crisi sistemiche prolungate perché l’offerta sarebbe in grado di creare la propria domanda. Keynes, al contrario, riteneva che si dovessero mettere in campo una serie di politiche economiche interventiste, sia dal lato fiscale sia monetario, atte a stimolare o a contrarre la domanda aggregata, a seconda delle fasi del ciclo economico. Da qui il nome di politiche di stabilizzazione con funzione anticiclica. L’intuizione di fondo, semplificando molto, è la seguente. Supponiamo di trovarci in un’economia in recessione. Il governo di stampo keynesiano in questo caso aumenterebbe la spesa pubblica producendo un effetto di espansione della domanda più che proporzionale rispetto all’aumento della spesa, grazie all’effetto del cosiddetto moltiplicatore keynesiano. Questo comporterebbe inevitabilmente un aumento del deficit pubblico, sia per l’aumento della spesa sopra descritto, sia per un calo, inevitabile in una fase recessiva, degli introiti statali. Il pianificatore keynesiano, tuttavia, è teoricamente in grado di stabilizzare nuovamente il bilancio diminuendo la spesa e/o manipolando la tassazione in una fase di crescita economica.

 

Altro punto imprescindibile del filone economico keynesiano è senza dubbio l’idea che il capitalismo, pur essendo l’unico modello economico realmente possibile e applicabile, è caratterizzato da forti fasi di instabilità (le crisi economico-finanziarie appunto) che vanno prima prevenute e poi gestite diminuendone l’effetto ai minimi termini. In buona sostanza, Keynes non credeva nella capacità dei mercati di ritrovare una fase di equilibrio autonomamente, e criticava vigorosamente e con pungente ironia quanti sostenevano che ciò accadesse in tempi lunghi (o nel lungo periodo, nel linguaggio economico) rispondendo, con una frase divenuta ormai famosa, che aspettare che il mercato ritorni in equilibrio di certo non aiuta perché, ad ogni modo, “nel lungo periodo siamo tutti morti”.

 

Questa instabilità endogena al sistema economico capitalista è tanto più evidente nel momento in cui si viene a creare un rapporto stretto tra “economia reale”, per così dire, e mercati finanziari. Infatti, questi ultimi non sembrano agire razionalmente, ma sono dominati, usando la metafora di Keynes stesso, da “spiriti animali”, i cui movimenti speculativi possono avere conseguenze catastrofiche per l’intero sistema economico. Anche per questo Keynes, specialmente in alcuni ambiti, proponeva una sorta di socializzazione dell’investimento, ovvero una presenza statale che si fa volano di sviluppo e di crescita laddove l’investimento privato sarebbe altrimenti insufficiente o inadeguato.

 

Quindi studiare Keynes oggi è un puro esercizio intellettuale, oppure può servire ad indirizzare la bussola del presente? Le idee di Keynes sembrano essere tornate in voga a partire dalla crisi finanziaria del 2008, in seguito alla quale, specialmente negli Stati Uniti, sono state messe in campo fin da subito politiche espansive sulla base di alcune delle intuizioni del grande economista inglese e di chi, come i new keynesians, ha aiutato nella rielaborazione delle sue teorie fornendo una sintesi tra il keynesianismo tradizionale, il neo-keynesianism, e l’economia classica e neo-classica, dando vita alla moderna new neoclassical synthesis. Un altro ambito in cui gli insegnamenti di Keynes hanno trovato di nuovo riscontro è rappresentato dall’ampliamento delle politiche cosiddette macroprudenziali, finalizzate cioè a regolare gli squilibri e gli eccessi del sistema bancario e finanziario a livello macroeconomico appunto.

 

È chiaro che riproporre oggi un modello keynesiano tout court, come lo abbiamo conosciuto negli anni del Dopoguerra, sarebbe probabilmente infattibile, perché la sua efficacia è stata circoscritta ad un periodo storico e a una fase di sviluppo delle economie ben determinati, e sicuramente lontani (se pensiamo ad esempio ai tassi di crescita del PIL o alle valute nazionali) dallo stato attuale delle cose. Non dobbiamo inoltre cedere alla tentazione di basare le nostre decisioni su questa o quella particolare idea o paradigma dell’economia aprioristicamente, senza prima confrontarci con l’evidenza empirica che oggi la scienza economica è in grado di offrire. Ad esempio, sebbene sia ancora oggetto di un dibattito acceso tra gli economisti, le recenti ricerche nel campo della macroeconomia hanno evidenziato come l’effetto del moltiplicatore durante una recessione possa essere molto più ridotto rispetto a quanto si pensava in precedenza e a quanto teorizzato dallo stesso Keynes. E questo dovrebbe far riflettere chi, sempre e comunque, invoca l’intervento dello Stato come unica risposta a tutti i mali del nostro sistema economico.

 

Ciononostante, parlare di Keynes oggi rimane ancora estremamente importante. Ad esempio, una corretta lettura delle sue teorie ci avrebbe probabilmente messo in guardia contro gli effetti negativi di alcune politiche di austerity(ovvero contrazione fiscale) durante una crisi di liquidità. Ancora, Keynes avrebbe criticato l’accanimento, spesso infondato, su certe regole troppo rigide in materia di deficit. Al tempo stesso, tuttavia, si sarebbe battuto per una corretta gestione anticiclicadel debito pubblico, che prevede, per mantenerne la sostenibilità, che esso diminuisca in fase espansiva e aumenti fisiologicamente ma in maniera controllata durante una recessione. Si sarebbe detto sostenitore di una tassazione progressiva, ma anche di un modello di gestione dell’economia che privilegi la piena occupazione. Avrebbe difeso un’economia aperta e ricca di scambi internazionali, pur ponendo la dovuta attenzione ai flussi di capitali e agli squilibri macroeconomici che destabilizzano l’intero sistema (ad es. paesi in grave deficit da una parte e paesi con un enorme surplus dall’altra, sia in conto capitale sia nella bilancia commerciale). E chissà, si sarebbe detto sorpreso dello stato di benessere e sviluppo raggiunto oggi in molte parti del mondo anche grazie ai meccanismi messi a punto a partire dalle sue teorie.

 

 

 

Fonti

 

https://keynesblog.com/2018/08/09/cosa-sappiamo-del-moltiplicatore-keynesiano/

https://keynesblog.com/uscire-dalla-crisi-con-keynes/

https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/ecoj.12332

http://www.ateconomics.com/wp-content/uploads/TERZI-A-2008-John-Maynard-Keynes.pdf

https://www.theguardian.com/business/2016/may/27/austerity-policies-do-more-harm-than-good-imf-study-concludes

https://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2018/03/alesina.htm

https://www.imf.org/external/pubs/ft/fandd/2014/09/basics.htm

https://www.weforum.org/agenda/2016/02/does-keynes-s-theory-still-hold-up/

https://capitalideasonline.com/wordpress/keynes-and-protectionism/

https://www.ilsole24ore.com/art/economia/2015-09-25/in-cosa-credono-e-cosa-non-credono-keynesiani-190032.shtml?uuid=ACK7Eu4

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