Il liceo classico non deve morire. Una scuola simbolo dell’Italia, che per sopravvivere deve riformarsi.

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Venerdì 11 gennaio si è svolta in tutta Italia la quinta edizione della Notte del Liceo Classico, una serata in cui tutti i licei classici del nostro Paese studenti e docenti hanno realizzato varie iniziative per mostrare ai curiosi le attività che si svolgono nelle loro scuole e tramandare l’importanza della cultura greca e latina. Il tema di quest’anno era l’ospitalità (in greco ξενία, pron. xenìa), valore fondamentale per il mondo classico, come è dimostrato da opere come l’Odissea.

L’idea della Notte del Liceo Classico nasce dal professor Rocco Schembra, docente di latino e greco al liceo Gulli e Pennisi di Acireale (CT). L’obiettivo è dimostrare al mondo esterno come il liceo classico sia ancora un’istituzione vitale e in grado di preparare i ragazzi al mondo moderno, nonostante le innumerevoli critiche sulla sua effettiva “utilità”. Quest’anno il professor Schembra si recherà ad Atene, per cercare di esportare questo evento anche in Grecia, culla della civiltà classica, dove però alcuni ministri del governo Tsipras hanno messo in dubbio l’utilità di insegnare il greco antico in tutte le scuole a partire dalle secondarie inferiori.

Anche in Italia, oggi, il liceo classico è in crisi: nell’anno 2018-2019 le iscrizioni sono state il 5,7% del totale delle scuole superiori, rispetto all’ 11% del 2008-2009. Molti considerano questa scuola superata rispetto a un mondo in cui informatica, lingue straniere e matematica sembrano le competenze più importanti. Alcuni opinionisti, fra cui l’economista Michele Boldrin, hanno fortemente criticato il liceo classico, proponendo di superarlo per arrivare a un modello in cui ai ragazzi sia consentito di scegliere le materie in cui specializzarsi e in cui alle discipline scientifiche sia dato lo stesso peso che si dà alle materie umanistiche. Queste ultime, sostiene Boldrin, dai tempi di Gentile sarebbero considerate “superiori” rispetto a ogni altro tipo di studio, e ciò impedirebbe lo sviluppo di una cultura scientifica al pari degli altri Paesi occidentali.

Di fronte a queste critiche, ritengo che l’istituzione del liceo classico dovrebbe avere la maturità di fare autocritica. Questa però raramente avviene. È indubbio che in un Paese ricco di storia come l’Italia sia importante avere una scuola che permetta ai ragazzi di conoscere le proprie radici. Non si discute il fatto che studiare la lingua e la cultura greco-latina apra nuovi orizzonti, che poter leggere Platone o Cicerone in lingua originale sia una grande occasione di arricchimento culturale e che conoscere le lingue antiche renda più facile studiare le lingue moderne da esse derivate.

Quello che deve essere archiviato, però, è l’atteggiamento autoreferenziale e narcisistico in cui molti “classicisti” cadono. La credenza per la quale il liceo classico sia superiore alle altre scuole, e che l’unica vera cultura sia quella umanistica è molto diffusa. Si pensa che il latino e il greco siano le uniche materie capaci di “aprire la mente”, ignorando che anche la matematica, la logica e la programmazione mettono a dura prova il nostro cervello.

Questa presunzione di essere la scuola migliore del mondo porta a nascondere i veri problemi del liceo classico, che invece ci sono e vanno affrontati. Oggi il liceo classico è una scuola che, come diceva il compositore Gustav Mahler, invece che conservare il fuoco della tradizione ne adora le ceneri. Ci si sofferma solo sugli aspetti letterari della cultura classica, dimenticando che greci e romani sono stati anche i precursori della matematica, della fisica, della logica e dell’ingegneria moderna. Si traducono Aristotele e Tacito, ma chi ha mai affrontato i testi di Pitagora o Eratostene? Parlare di superiorità delle lettere sulle scienze significa mancare di rispetto agli stessi antichi. Si studia la cultura greca e romana solo nel massimo del suo splendore, cioè fino al V secolo a.C. per la prima e al II secolo d.C. per la seconda, senza soffermarsi abbastanza sulle ragioni del declino del mondo classico (che furono soprattutto economiche e politiche, per l’Impero Romano). Si ignora completamente le forme più recenti delle lingue classiche, come il latino medievale e il greco ellenistico e bizantino, fondamentali per comprendere a pieno la loro evoluzione verso le lingue moderne. Pochi studenti del Classico hanno tradotto, ad esempio, brani dei Vangeli. Eppure, il greco è stata la prima lingua franca della cristianità, e nel Nuovo Testamento si vedono già alcune evoluzioni che porteranno al neogreco, fra cui la scomparsa del dativo e dell’infinito e la pronuncia itacistica, in cui ει, η, οι, υι e ι si leggono “i”. Ad esempio ὗς e οἴς (rispettivamente maiale e pecora) venivano ormai pronunciati entrambi “ìs”, perciò nei Vangeli vengono sostituiti da χοῖρος (chìros nella pronuncia moderna, chòiros in quella antica) e πρόβατον(pròvaton o pròbaton).  Sono aspetti affascinanti, così come gli errori nei manoscritti medievali che fanno intendere che il dittongo latino -au si sta trasformando in -o (ad esempio “laudo”-“lodo”). Al classico, però, solo alcuni insegnanti “illuminati” ne parlano. Venendo alla letteratura, essa spesso si traduce nell’imparare quasi a memoria le interpretazioni di autori quali Luperini o Canfora: l’Ipse dixit prevale sulla riflessione autonoma dello studente. Raramente, poi, ci si sofferma su come il pensiero classico influenza il mondo moderno, ma ci si limita ad “adorare” la cultura antica in quanto tale, senza riflettere veramente sulla sua importanza diacronica. Spesso, poi, l’esigenza di affiancare materie più “moderne” a quelle classiche non viene presa in considerazione. Oltre alla cultura e alla lingua greco-latina si potrebbe ad esempio inserire quella cinese, anch’essa millenaria e affascinante, si potrebbe inserire come seconda lingua straniera il tedesco o il russo, che conservano i casi e le declinazioni molto più delle lingue neolatine. Per concludere, è quasi scontato dire che si dovrebbero potenziare anche le materie scientifiche, come informatica, matematica o scienze: uscire da una scuola prestigiosa come il liceo classico senza aver mai visto una derivata o aver aperto Python risulta inadeguato.

L’obiezione più logica è che le ore di lezione sono limitate, e non si può certo introdurre un piano orario da 40 ore settimanali. La soluzione è molto semplice, e non vale solo per il liceo classico: aumentare l’autonomia delle scuole. Lasciando gli istituti più liberi di introdurre sperimentazioni nei piani di studio si potrebbe creare un sistema di competizione virtuosa, in cui per attrarre più studenti vengono proposti modelli alternativi di liceo classico: ad esempio, un progetto con lingua e cultura cinese a fianco di latino e greco, uno con tedesco o arabo come seconda lingua, uno con 5 ore settimanali di matematica e 2 di programmazione, uno con glottologia storica come materia, uno con tre ore settimanali di economia e diritto e così via. Superare il “dirigismo” del Ministero dell’Istruzione potrebbe essere una spinta all’innovazione nella scuola e, chissà, potrebbero magari nuovi modelli didattici imitati in tutto il mondo. È già successo per le scuole dell’infanzia con il “Reggio Emilia Approach”, chi dice che non potrebbe avvenire lo stesso per le scuole superiori, dando vita a un liceo classico dove modernità e tradizione convivono in armonia?

Ciò che non si può discutere, però, è che il liceo classico deve avere la forza di ripensare a sé stesso. Per farlo, deve aprirsi al mondo e correggere le proprie imperfezioni. Se saprà farlo, sopravvivrà, altrimenti non sarà il ministro di turno ad “abolire il liceo classico”, ma gli studenti, che lo snobberanno scegliendo altre scuole. E sarebbe davvero un peccato perdere un percorso di studi che ha fatto la storia dell’Italia.

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