Continuano le proteste dei pastori sardi, ma la soluzione è più economica che politica

sardi

Lo sversamento di latte nelle strade e nelle piazze non si arresta, mentre i pastori continuano a chiedere ai rappresentanti politici un aumento di prezzo sino ad almeno un euro più iva. L’eco delle manifestazioni è giunto sino a Roma, dove si sono mobilitati sia il premier Conte che i suoi ministri. Tuttavia, data la particolarità del mercato del latte, per trovare una soluzione duratura al problema è necessario modificare la struttura del sistema, piuttosto che intervenire politicamente con sussidi o minimali sui prezzi. Per dimostrarlo è sufficiente studiare la domanda e l’offerta del mercato stesso.

Dal punto di vista dell’offerta, la produzione del latte di pecora è un’attività caratteristiche dell’economia sarda. Tale attività è però molto frammentata. Il numero degli allevamenti è attorno alle dodici mila unità e considerando che quello dei capi di bestiame è superiore ai quattro milioni, chiaramente la maggior parte delle imprese è di piccole dimensioni, con greggi che contano meno di 500 pecore. Inoltre, la produzione di latte non può mai essere sospesa e questo fa si che l’offerta sia estremamente rigida nel breve periodo, con i pastori che sono impossibilitati a controllare la quantità di latte da produrre. Quindi, in queste condizioni i produttori non hanno il potere di dettare il prezzo che viene invece determinato dalla domanda.

Da questo punto di vista, le imprese che acquistano il latte hanno sicuramente una posizione di forza: il latte ovino è di difficile digestione, dunque tutto quello che viene munto deve necessariamente essere trasformato in formaggio: data l’elevata offerta, circa il 95% del pecorino romano viene prodotto in Sardegna. Inoltre, le imprese casearie, essendo in numero contenuto, possono sfruttare il loro potere di mercato per ribassare ulteriormente il prezzo al quale acquistano, generando una struttura monopsonistica. Alternativamente, il formaggio viene prodotto dalle cooperative, le quali non hanno una vera è propria struttura gestionale che consenta di organizzare piani di produzione e marketing: spesso capita che le quote latte vengano sforate e si creino delle corse al ribasso sul prezzo.

Date queste premesse, la causa delle manifestazioni è stata una sovrapproduzione di formaggio pecorino rispetto alla domanda estera (soprattutto statunitense), il quale è stato progressivamente accumulato nei magazzini negli ultimi due anni. Per arginare la crisi, il consorzio di tutela del pecorino si era autoimposto dei limiti produttivi che in alcuni casi non sono stati rispettati. Questo ha determinato una riduzione del prezzo del prodotto finito che si è immediatamente ripercossa sull’intera filiera, facendo dimezzare il prezzo del latte sino a 60 centesimi più IVA. Tuttavia, la richiesta di un prezzo minimo, fortemente assecondata dai politici, rischia di essere un fuoco di paglia perché sposterebbe tutto il rischio di mercato sui caseifici: se lo shock fosse prolungato, sarebbero i margini degli industriali a ridursi e con essi la domanda di latte accompagnata da una nuova crisi. Allo stesso modo, i sussidi produrrebbero un effetto solo temporaneo a meno che non vengano continuamente rifinanziati a carico di tutti i cittadini.

La soluzione auspicabile sarebbe quella di intervenire principalmente sulla struttura del mercato: è necessario superare la frammentazione sul territorio, sia creando imprese maggiori per sfruttare le economie di scala oppure attraverso la creazione di cooperative di grandi dimensioni, con appositi organismi gestionali, in grado di favorire le istanze dei pastori. È altresì importante garantire la cooperazione tra i produttori di formaggio, rafforzando il potere dei consorzi di tutela, i quali devono porsi come obiettivo l’espansione del mercato. In secondo luogo, data l’elevata specializzazione bisognerebbe diversificare la produzione delle varietà meno comuni come il pecorino sardo e il Fiore sardo. Per riuscire nel superamento del problema l’aiuto pubblico è sicuramente necessario: ad esempio, sussidiando i pastori che posseggono greggi di grandi dimensioni per incentivare l’aggregazione delle imprese. Inoltre, sarebbe di fondamentale importanza la creazione di fondi per l’espansione all’estero la domanda di formaggi di pecora, con strategie di marketing pianificate che garanticano nel tempo una crescita costante della domanda.

Di conseguenza, è giustificabile un intervento politico sui prezzi minimi o con dei sussidi solo a patto che si abbia un progetto di lungo periodo di intervento sia sul mercato del latte che del formaggio, altrimenti sarebbe come spendere i soldi dei contribuenti per affidare le pecore in guardia al lupo.

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