Tra disuguaglianza e populismo. Recensione dell’ultima ricerca di Piketty

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È ormai evidente come la struttura politica mondiale stia subendo un cambiamento radicale. Che si parli della sinistra che sta lentamente e inesorabilmente abbandonando il suo “popolo” originario, o della nascita e crescita di realtà populiste poco cambia, il risultato è un ribaltamento generale delle tendenze di voto rispetto al passato.

In un recente working paper, Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict, l’economista francese Thomas Piketty, autore del best seller Capital in the Twenty – First Century, analizza le cause e le conseguenze che hanno trasformato le tendenze di voto degli individui nel tempo e la parte di popolazione che i partiti tradizionali rappresentano. In particolare, utilizzando sondaggi post-elettorali provenienti da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, il paper documenta una sorprendente evoluzione a lungo termine nella struttura delle fenditure politiche.

Partendo dagli anni ’50 e ’60, i dati mostrano come le persone con una scarsa istruzione e a basso reddito rappresentassero l’elettorato dei partiti di sinistra (ovvero socialist, labour e democratic), mentre già a partire dal periodo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, il voto di “sinistra” divenne gradualmente associato agli elettori con un’istruzione superiore. Per intendersi meglio, ciò che si riscontrava verso la metà del secolo scorso corrisponde a ciò che Piketty definisce un sistema di partito “class-based”: il voto per i partiti di sinistra era associato sia agli elettori a basso livello di istruzione che a quelli a basso reddito, mentre il voto per i partiti di destra era associato sia agli elettori ad alto livello di istruzione che a quelli ad alto reddito.

Negli anni tra il 2000 e il 2010 si nota un totale ribaltamento della situazione. L’economista francese associa infatti a questo periodo un sistema di partito che definisce “multiple-élite”: le élite legate ad un’istruzione superiore ora votano per la “sinistra”, mentre le élite caratterizzate da alto reddito e alta ricchezza votano ancora per la “destra”. Infatti, egli sostiene “più alto è il livello di istruzione, più alto è il voto di sinistra”. Negli Stati Uniti, ad esempio, negli anni ’50 e ’60 le persone che possedevano una laurea votarono principalmente per i candidati repubblicani. Al giorno d’oggi, invece, essi votano per i candidati democratici. Questo effetto si intensifica a mano a mano che il livello di istruzione di un elettore aumenta. Infatti, “più alto è il livello di istruzione, più alto è il voto di sinistra”. Per citare qualche dato, nel 2016 il 76% degli elettori statunitensi con un dottorato di ricerca ha votato per il candidato democratico, rispetto al 44% dei diplomati delle scuole superiori.

Ciò che di interessante emerge dal paper però non è tanto quanto appena citato, infatti esso può essere semplicemente analizzato attraverso le tante serie storiche che Piketty fornisce, bensì merita attenzione focalizzarsi sul perché questo cambiamento è avvenuto, ovvero studiare le cause e i fattori che sono entrati in gioco a partire dalla seconda metà del secolo scorso e le relative conseguenze. Quindi perché gli elettori con un alto livello di istruzione negli anni hanno cambiato idea riguardo alle loro intenzioni di voto? Piketty afferma che sono necessarie ulteriori ricerche, ma una ragione potrebbe essere legata alla sempre maggiore importanza che i fenomeni della globalizzazione e dell’immigrazione hanno assunto.

Per quanto riguarda la questione dell’immigrazione, storicamente in Francia e Gran Bretagna essa cominciò ad assumere sempre più rilevanza a partire dagli anni ’60  e ’70 e specialmente negli anni ’80, ’90 e ‘000, con l’avvento della seconda generazione (i figli dei lavoratori migranti). Oggi, in che modo gli individui percepiscono i benefici e i costi derivati dall’’apertura verso l’immigrazione? In media, emerge che le persone con istruzione superiore tendono a favorire la diversità culturale, mentre in media gli individui con un’istruzione inferiore tendono a percepire i migranti come concorrenti che possono ridurre il loro impiego e le prospettive salariali.

Si può notare dai dati forniti come a fronte di un aumento dei flussi migratori emerga un sistema di partito “multiple-élite”: gli elettori con un ‘istruzione superiore si uniscono alla “sinistra” sulla questione migratoria, mentre gli elettori ad alto reddito continuano a sostenere la “destra”. Il motivo in questo caso è riconducibile al concetto della redistribuzione, infatti, in generale, individui con un alto reddito saranno tendenzialmente contrari all’attuazione di politiche redistributive e quindi, in questo caso, meno favorevoli ad un’apertura verso i migranti.

Considerando invece il fenomeno della globalizzazione, Piketty decide di affrontarlo ipotizzando un caso limite, ovvero supponendo che l’aumento della probabilità di localizzare il reddito in paradisi fiscali sia condizionata da un aumento proprio della globalizzazione a livello mondiale. Ciò indurrebbe gli individui ad alto reddito a eludere le tasse, fingendo così di possedere un basso reddito. Se e quando ciò dovesse accadere, l’idea di redistribuzione diventerebbe irrilevante e i fattori determinanti di voto sarebbero solo legati alla globalizzazione e all’immigrazione.

Nel caso estremo in cui nessuna tassazione redistributiva sia affatto fattibile, e che quindi l’unica dimensione caratterizzante il conflitto politico riguardi l’apertura verso i migranti e la globalizzazione, allora l’unico sistema partitico possibile sarebbe costituito da coloro che Piketty chiama “globalist” (individui con alto livello di istruzione e alto reddito) e “nativist” (individui con basso livello di istruzione e basso reddito).

Abbandonando quanto appena esposto, cosa sarebbe successo in assenza del fenomeno dell’immigrazione e della globalizzazione? Piketty suggerisce che lo spostamento verso un sistema di “multiple-élite” e la differenziazione tra l’élite dell’istruzione superiore e l’élite ad alto reddito potrebbe essere iniziato persino prima che la questione della globalizzazione e dell’immigrazione diventasse rilevante e, addirittura, che il cambiamento si sarebbe presentato in assenza di essa. Ciò che entra in gioco come fattore determinante, in questo caso, è l’istruzione e in particolare un’idea di istruzione “superiore”. Se si prendono in considerazione le politiche relative all’accesso all’istruzione, si può affermare che nel tempo esse hanno subito un notevole cambiamento. Infatti, in passato, per molto tempo il problema principale era solamente legato all’accesso all’istruzione primaria e secondaria. Tale agenda politica è naturalmente inclusiva ed egualitaria, in quanto si può tranquillamente sostenere che l’obiettivo per anni fu quello di portare la totalità di una data generazione a tale livello di istruzione. Oggi, una volta ottenuto un diploma di scuola primaria e secondaria, è difficile immaginare una situazione in cui la totalità di una generazione conseguirà una laurea e, anche se ciò accadesse, è difficile pensare a un mondo in cui tutti, in una generazione, possano ottenere un dottorato di ricerca. In altre parole, secondo l’economista, l’ascesa dell’istruzione “superiore” ha creato nuove forme di disuguaglianze e conflitti politici che non esistevano in passato, che costringono le società e le forze politiche a sviluppare un approccio differente e, in certa misura, ad accettare determinate disuguaglianze educative su base permanente, sapendo che esse possono sfociare in complicate divisioni politiche.

In genere, le persone e le famiglie appartenenti all’élite dell’istruzione superiore (ovvero coloro che ottengono una laurea o un dottorato di ricerca) tenderanno a credere fortemente nell’importanza dello sforzo legato all’istruzione. Le persone e le famiglie con alle spalle esperienza nell’accesso a lavori ben retribuiti (ma non necessariamente bisognosi di abilità legate ad un’alta istruzione), tenderanno a credere più fortemente nell’importanza dello sforzo legato al “business”. Inutile dire che anche i fattori egoistici giocheranno un ruolo importante. Ad esempio, una parte dell’élite dell’istruzione superiore fingerà di credere nello sforzo legato all’educazione, anche se consapevoli che le loro origini benestanti aiuteranno molto, oppure una parte dell’élite dell’istruzione superiore preferirà destinare maggiori fondi verso l’istruzione superiore elitaria perché preoccupati maggiormente dei propri figli che dei bambini in condizioni più disagiate.

Quando si tratta del conflitto politico, in una simile situazione, l’élite “imprenditoriale” tenderà a favorire un basso sistema di tassazione (in quanto non interessati alla spesa per l’istruzione superiore), l’élite dell’istruzione superiore favorirà una tassazione più alta (in quanto desiderano finanziare l’istruzione superiore) e i gruppi a basso reddito dovrebbero favorire una tassazione ancora maggiore.

Quanto emerge dal paper è solo l’inizio di un lavoro che ha bisogno, chiaramente, di ulteriori ricerche. In primo luogo, fino a che punto il fattore legato alla globalizzazione e all’immigrazione ha causato la transizione verso un sistema partitico “multiple-elite”? Quindi, quanto esso potrà resistere nel tempo? Come esposto poco fa, Piketty sottolinea che l’espansione dell’istruzione di per sé potrebbe generare scissioni multidimensionali e un conflitto persistente tra l’élite dell’istruzione superiore e l’élite ad alto reddito, anche senza l’influenza del fenomeno dell’immigrazione e della globalizzazione. Per andare oltre, sarebbe interessante, ad esempio, controllare se la stessa scissione verso divisioni “multiple-élite” si è verificata in paesi caratterizzati da bassa globalizzazione e bassa immigrazione.

Sorprendentemente, l’autore riscontra le stesse tendenze principali per i tre paesi considerati, ovvero Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Il lavoro nella sua totalità rappresenta un contributo significativo alla crescente raccolta di studi che analizzano l’incapacità delle forze democratiche di contrastare adeguatamente la disuguaglianza.

L’economista francese sostiene non solo che la disuguaglianza e il populismo sono collegati, ma che entrambi possono essere spiegati da cambiamenti drammatici nel tradizionale sistema bipartitico che favorisce le diverse élite. L’accresciuta influenza delle élite educative ed economiche sul sistema dei partiti, sostiene, “può contribuire a spiegare l’aumento delle disuguaglianze e la mancanza di risposta democratica ad esso, così come l’ascesa del populismo”.

In questa direzione, una delle più importanti conclusioni del paper è proprio ciò a cui assistiamo ormai quotidianamente a livello mondiale: la realtà populista sta prendendo largo poiché sembra che essa attragga coloro che non si sentono rappresentati dalla nuova configurazione politica.

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