Il lato oscuro della vigilanza del settore bancario ombra

Nello scenario post-crisi, il monitoraggio dell’interconnessione tra banche tradizionali e banche ombra è stato un punto focale dell’azione delle autorità internazionali di vigilanza. Nonostante significativi passi in avanti, gli strumenti messi in campo per vigilare sulle attività del sistema bancario ombra potrebbero non essere sufficienti per far luce sui possibili rischi che stiamo correndo.

Con la locuzione “settore bancario ombra” o “shadow banking” si indica il sistema di società finanziarie che svolgono attività parabancarie senza però possedere una licenza bancaria. In breve, questi istituti sono impegnati in qualche tipo di intermediazione creditizia che coinvolga trasformazione delle scadenze e della liquidità, leva finanziaria e trasferimento del rischio di credito, ma si astengono dall’intraprendere la classica attività di raccolta di depositi tipica delle banche. A differenza degli istituti di credito veri e propri, le banche ombra non sono soggette né ai regolamenti prudenziali (come ad esempio, detenere riserve di capitale per ammortizzare eventuali perdite) né alle norme di “business conduct” (vedasi l’ottemperanza alle disposizioni per la gestione del rischio). Di conseguenza, se la quota di mercato delle banche ombra aumentasse considerevolmente, queste potrebbero rivelarsi gravi minacce per la stabilità finanziaria, specialmente in una configurazione di alta interdipendenza tra il sistema bancario tradizionale e quello ombra.

In generale, le banche ombra stanno guadagnando terreno. Dopo la flessione post-crisi, il settore bancario ombra ha costantemente aumentato la propria rilevanza nel sistema finanziario globale, crescendo ad un tasso maggiore rispetto al PIL delle giurisdizioni monitorate dal Financial Stability Board (FSB). Le ultime cifre disponibili indicano un ammontare totale di US$ 45 trilioni alla fine del 2016, pari al 73% del PIL, una percentuale comparabile ai livelli pre-crisi. Dall’altro lato, l’interconnessione con le banche tradizionali (misurata come percentuale delle passività delle banche ombra che dipendono da finanziamenti derivanti dal settore bancario tradizionale) è rimasta grossomodo stabile, mostrando che l’esposizione delle banche ai loro alter ego ombra non si sta espandendo.

Considerando il potenziale pericolo delle banche ombra, ci si potrebbe chiedere in che modo le autorità di vigilanza controllino questo ramo del settore finanziario. Monitorare le banche ombra non è semplice, innanzitutto a causa della loro natura elusiva. Le autorità internazionali, sotto il coordinamento del FSB, si sono a lungo sforzate di trovare una definizione precisa. Ad oggi, il perimetro del sistema bancario ombra è determinato dalla cosiddetta “misura ristretta” del FSB che classifica le banche ombra in riferimento a cinque attività economiche (per una lista completa, cfr. Global Shadow Banking Monitoring Report 2017). Queste attività corrispondono all’ampia definizione di “intermediazione creditizia non-bancaria con potenziali rischi per la stabilità finanziaria”. In pratica, il FSB monitora quelle società finanziarie che, come le banche tradizionali, sono suscettibili a bank runs (corse agli sportelli) o forniscono prestiti basati su finanziamenti a breve termine.

Nonostante il tentativo del FSB, il problema legato alle banche ombra è che la volontà di cooperare non è sempre condivisa e diffusa a livello globale. Le autorità nazionali sono spesso gelose dei loro dati e tendono a posporre o rallentare l’adozione degli standard di vigilanza. In alcuni casi, procedure comuni per monitorare le banche ombra sono eseguite individualmente dalle singole autorità nazionali sui propri dati prudenziali. I risultati di queste operazioni di monitoraggio sono poi trasmessi all’autorità di vigilanza centrale — il FSB. Tale approccio poco collaborativo impedisce pertanto al FSB di inferire informazioni da dati di prima mano.

In altri casi, la raccolta dei dati di società finanziarie non-bancarie non è sufficientemente granulare né armonizzata per permettere un’accurata valutazione dei potenziali rischi. Non c’è da sorprendersi, dunque, se un disclaimer ricorrente nei rapporti del FSB avverte che “gli aumenti dei dati aggregati potrebbero riflettere, tra l’altro, graduali miglioramenti nella fruibilità dei dati nelle varie giurisdizioni”. In altri termini, se le autorità nazionali non rendono fruibili dati granulari, le stime di rischio e l’esposizione totale tendono ad essere piuttosto conservative.

La soluzione alle incongruenze delle operazioni di monitoraggio sarebbe, chiaramente, l’implementazione di normative più stringenti per le banche ombra. Modifiche legislative, tuttavia, sono spesso sconvenienti politicamente o di difficile applicazione. Il volontarismo alla base delle operazioni di monitoraggio del FSB, sebbene encomiabile, potrebbe quindi rivelarsi come la sua più grande debolezza. In tempi di instabilità internazionale, il “protezionismo dei dati” potrebbe essere sfruttato come strumento di negoziazione geopolitica per salvaguardare i sistemi finanziari domestici da controlli esterni indesiderati. Tutto ciò che in qualche modo viene descritto come “in ombra” può venire facilmente confuso nelle acque dei flussi finanziari internazionali, complicando il lavoro delle autorità di vigilanza. Sfortunatamente, il principale incentivo per la cooperazione nelle questioni di vigilanza finanziaria rimane al giorno d’oggi il ricordo della crisi. Man mano questo sbiadisce, una battuta d’arresto nella condivisione dei dati prudenziali per la vigilanza non è da escludere, con la conseguenza che i rischi derivanti dalle banche ombra potrebbero essere di nuovo sottovalutati.

 

Editoriale originariamente pubblicato su Politheor

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