Premio Nobel per l’Economia 2018: chi sono i vincitori e cosa significano le loro ricerche per l’economia e il policy-making

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Dopo gli annunci dei vincitori dei premi Nobel per la fisica, la chimica, la medicina e la pace, lo scorso 8 ottobre il prestigioso riconoscimento è stato conferito anche per le scienze economiche. I vincitori, due economisti americani, sono William Nordhaus e Paul Romer. Proviamo a capire più da vicino chi sono, su cosa vertono le loro ricerche, e perché e come innovano ed influenzano le scienze economiche e l’attività di design delle politiche pubbliche.

Chi sono

Nordhaus, dottorato al Massachussets Institute of Technology (MIT), è professore all’università di Yale. Si definisce un economista accademico, avendo quasi sempre insegnato e lavorato nella ricerca, tranne per una breve pausa con un ruolo governativo come membro del Council of Economic Advisers durante l’amministrazione Carter (1977-1981).

Romer, dottorato all’Università di Chicago, è attualmente professore alla Stern School of Business della New York University (NYU), dopo essersi dimesso dal ruolo di capo economista presso la Banca Mondiale a inizio 2018.

Nordhaus: economia e ambiente

La motivazione ufficiale data dalla commissione che assegna il Premio Nobel per l’Economia, promosso dalla Banca di Svezia, riconosce a Nordhaus il merito di aver incluso nell’analisi macroeconomica di lungo periodo gli effetti del cambiamento climatico. Questi ultimi, infatti, sebbene siano comunemente riconosciuti come esternalità negative (cioè sottoprodotti dannosi del sistema economico) secondo l’interpretazione classica dell’economia, troppo spesso non vengono considerati nei modelli macroeconomici che studiano l’equilibrio (o il disequilibrio) sul lungo periodo. Il prestigioso riconoscimento arriva dopo decenni di ricerca sulla mutua interazione tra attività economiche e l’ambiente. Il suo primo paper in questa direzione risale al 1973, ma il contributo maggiore è il cosiddetto DICE (Dynamic Integrated Climate-Economy model), ovvero un modello quantitativo che considera i costi economici, intesi come diminuzione di benessere aggregato, che un aumento della temperatura atmosferica causata dall’uomo produce sul sistema economico globale. Nordhaus pone inoltre particolare attenzione all’aumento dell’incidenza di fenomeni naturali estremi, come siccità, alluvioni e ondate di calore e sulle conseguenze dannose che questi ultimi hanno sulla crescita economica, minandone quindi la sostenibilità. La sua proposta, che emerge dalle sue analisi ma che da molti è già considerata un’utopia irrealizzabile, è quella di abbandonare il sistema di quote nazionali sui gas serra, di cui si è discusso fin dai tempi del Protocollo di Kyoto (1997), per introdurre una più efficace forma di tassazione globale (da concordare quindi tra tutti i paesi), sull’utilizzo di gas inquinanti (carbon tax). L’annuncio del conferimento del Nobel a uno studioso del cambiamento climatico arriva, peraltro, lo stesso giorno in cui l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), un’agenzia delle Nazioni Unite, pubblica un rapporto che mette in guardia il mondo intero da un aumento della temperatura media di più di 1.5° C rispetto ai livelli preindustriali, soglia alla quale ci stiamo pericolosamente avvicinando.

Romer: la teoria della crescita endogena

L’altro vincitore congiunto del Nobel è stato insignito del premio per aver avanzato la ricerca sul tema della crescita, uno dei più importanti dibattiti nell’ambito della macroeconomia. Il suo lavoro, pubblicato nel 1990, si inserisce nella lunga tradizione americana di ricerca sui fattori e i processi che determinano la crescita economica nel lungo periodo, alla quale appartengono, tra gli altri, Kuznets, Solow e Swan. L’innovazione apportata da Romer sta nel fatto che egli considera la tecnologia come un fattore endogeno, cioè intrinseco all’economia, e non come un fattore che interagisce in maniera esogena sugli altri fattori di produzione come il capitale e il lavoro. L’intuizione di Romer è che la conoscenza (che genera nuova tecnologia) è un bene pubblico che produce ricadute positive (spillover effects) su più agenti e settori economici. Secondo il modello di crescita endogena di Romer, le forze economiche agiscono in modo tale da incentivare la volontà delle imprese di creare innovazione attraverso l’investimento in ricerca e sviluppo. Questa prospettiva ha permesso, negli ultimi venti anni, di capire meglio come le politiche attuate dai governi possano incoraggiare il progresso delle idee e generare crescita socialmente sostenibile e di qualità sul lungo periodo. Di certo questo aiuta a comprendere quali debbano essere le priorità per i governi delle economie avanzate.

Perché è importante

Nonostante le critiche sulla mancata attribuzione del premio ad una delle economiste ritenute possibili candidate (solo una donna, infatti, è stata sino ad ora insignita del Nobel in Economia, Elinor Ostrom nel 2009), è importante notare come l’Accademia reale svedese delle scienze, con la decisione di quest’anno e dello scorso (vincitore del 2017 è stato Richard Thaler, fondatore dell’economia comportamentale), stia premiando sempre di più gli sforzi tesi verso una maggiore interdisciplinarità delle scienze economiche. Quest’ultime, allontanandosi da modelli e preconcetti prettamente neoclassici, fanno un uso crescente dell’evidenza empirica e dei contributi di altri campi del sapere. Emblematicamente, il lavoro di Nordhaus combina nozioni economiche con aspetti chimico-fisici dello studio dell’atmosfera terrestre, e la ricerca di Romer si inserisce nel filone che considera lo sviluppo del capitale umano, presente nella letteratura economica tanto quanto in quella storico-antropologica, come pietra angolare della crescita economica e del benessere sociale. L’altro aspetto importante, che è il comune denominatore dei vincitori del premio Nobel 2018, è la ricerca dei fattori che determinano, o che al contrario impediscono, una crescita sostenibile nel lungo periodo. Il lavoro di questi straordinari accademici ed intellettuali dimostra che l’economia, lontana dall’essere la “scienza dell’accumulo materiale”, come spesso ancora oggi viene dipinta, è in grado di offrire soluzioni concrete e implementabili sotto forma di politiche pubbliche per il benessere futuro dell’umanità. Sta ora alla politica cogliere i fatti della scienza e trasformarli in cambiamento reale per rispondere alle sfide del presente.

 

Fonti:

https://www.theguardian.com/business/live/2018/oct/08/nobel-prize-2018-sveriges-riksbank-in-economic-sciences-awarded-live-updates?page=with:block-5bbb2d12e4b0494d8052c779#block-5bbb2d12e4b0494d8052c779

https://www.nytimes.com/2018/10/08/business/economic-science-nobel-prize.html

https://www.nytimes.com/2014/05/11/us/brothers-work-different-angles-in-taking-on-climate-change.html?module=inline

https://www.nytimes.com/2014/05/11/us/brothers-work-different-angles-in-taking-on-climate-change.html?module=inline

https://www.nytimes.com/2018/10/07/climate/ipcc-climate-report-2040.html?module=inline

http://www.ipcc.ch/report/sr15/

https://www.bloomberg.com/news/articles/2018-10-08/nordhaus-romer-win-2018-nobel-prize-in-economic-sciences

https://www.weforum.org/agenda/2015/06/what-is-endogenous-growth-theory/

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https://en.wikipedia.org/wiki/DICE_model

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https://yosemite.epa.gov/ee/epa/eerm.nsf/vwan/ee-0564-114.pdf/$file/ee-0564-114.pdf

https://www.nobelprize.org/prizes/economics/2018/press-release/

http://www.nber.org/chapters/c3621.pdf

http://webdice.rdcep.org

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