Bitcoin è vivo e lotta insieme a noi

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È Satoshi Nakamoto l’uomo che al termine del 2008, nel mezzo della crisi immobiliare e del fallimento di Lehman Brothers, ebbe l’idea di immettere in rete il protocollo Bitcoin. Satoshi creò Bitcoin per realizzare una velleità politica prima che tecnologica ed economica.

Nel XX secolo gli Stati, fondando la propria autorità sul monopolio della forza e sul controllo del territorio, istituendo le Banche Centrali, che consentivano il fenomeno del credito piramidato, e del corso legale, diedero il via all’era del fiat money, la moneta fiduciaria.

Bitcoin rappresenta un progresso e, al tempo stesso, un ritorno all’antico, riproponendo, come avveniva prima della fine degli accordi di Bretton Woods, un sistema monetario fondato sull’hard money e non sul fiat money. Se il panorama globale è oggi dominato dalle monete nazionali e da uno sfrenato ritorno al sovranismo, la criptovaluta di Nakamoto è una sfida all’ordine mondiale emergente che guarda al libero scambio e alla globalizzazione sempre con più sospetto.

Non si esagera ad equiparare questa rivoluzione, sociale prima che tecnologica, paragonandola al Rock’n’Roll, che negli anni ‘60 genera un cambio rilevante di paradigma nella musica, nella moda, nella letteratura e nella politica. A differenza dei celebri Jimi Hendrix o Chuck Berry, i protagonisti silenziosi di questa rivoluzione sono i miners, soggetti che tentano di risolvere calcoli articolati per tentare di estrarre i bitcoin, elaborando serie di numeri casuali attraverso complessi strumenti computazionali.

Al netto, però, delle aspettative diffuse sulla Blockchain, il cui termine viene usato a sproposito dai più quale strumento innovativo, questo è solo uno dei quattro pilastri su cui si erige il protocollo Bitcoin. Gli altri sono: la rete paritaria/paritetica, conosciuta anche con il nome di peer-to-peer (P2P); il sistema delle firme digitali; la prova di lavoro. La Blockchain, composta da nodi –mai chiamarli blocchi, si rischia di offendere gli addetti ai lavori- ha il solo scopo di ordinare cronologicamente le transazioni e ciò non si comprende con facilità, alimentando, invece, un’aspettativa elevata su questo strumento. Probabilmente sarà questa la causa della prossima bolla tecnologica, come era già avvenuto nel 2000/01 con lo scoppio della bolla dei dot-com.

Bitcoin non è solo una moneta complessa tecnicamente ed economicamente (sbaglia chi continua a pensare che, con le numerosissime altcoin presenti sul mercato, si possa far uso della Blockchain senza bitcoin), è una ricerca -teoria dei giochi, crittografia, pratiche di sviluppo open source, teoria monetaria sono solo alcune delle discipline toccate- ed una sfida, volta ad impedire di creare denaro dal nulla. Questa commodity o bene-merce, come a qualcuno piace definirla tecnicamente, mira a riproporre un sistema più stabile del sistema aureo con costi di estrazione inferiori all’oro, attraverso un’offerta fissa (anelastica); in confronto il dollaro e l’euro sono moneta faustiane. Infatti, se il governatore uscente della BCE, Draghi, col suo whatever it takes aveva deciso nel 2015 di stampare una quantità non risibile di massa monetaria per stabilizzare i mercati dopo la crisi dei debiti sovrani, nessuno potrà in futuro decretare di aumentare arbitrariamente l’offerta di bitcoin rispetto a quella stabilita dal suo fondatore a 21 milioni. E se per ogni nodo c’è un tasso d’inflazione ancora piuttosto elevato, superiore al tasso medio stabilito dalle principali Banche Centrali, è altresì vero che ogni 4 anni si dimezza fino a divenir nullo al termine dell’ultima estrazione che avverrà nel 2140 (quando verrà minato l’ultimo bitcoin).

Col passare degli anni i minatori, i cercatori d’oro del nuovo millennio, non faranno più profitti dall’inflazione ma dai costi di transazione: per ogni transazione, infatti, esiste un costo di signoraggio. Questo conduce ad un nuovo paradigma per cui chi paga è solo chi transa, non chi possiede la criptovaluta. All’inizio chi minava, semplicemente, adoperava il proprio computer. Dalle schede grafiche si è negli ultimi passati alle schede fpga e alle asic, di ultimissima generazione. L’ambizione dei minatori è unica: massimizzare il proprio profitto, consumando meno energia possibile. Tutto ciò rende l’intero fenomeno una corsa all’efficienza energetica con ricadute sui mercati più disparati, come, ad esempio, quelli delle energie rinnovabili: molti minatori usano l’energia eolica per alimentare energeticamente i propri server. E mentre gli Stati brancolano nel buio, non sapendo come affrontare il problema in maniera sistematica -basti pensare a tipi differenti di tassazione sul capital gain, del tutto inutili, o alle diverse definizioni legislative tra Stato e Stato: commodity, moneta, riserva di valore trasferibile– diverse personalità sono entrate in questo nuovo business industriale, stimato centinaia di milioni di dollari, aprendo farm-mining negli angoli più disparati d’Europa e del Mondo. Guai a chiamarli speculatori! Sono una nuova generazione di imprenditori con skin in the game e con tutti i rischi che questo mercato nascente impone.

Ad un anno dall’esplosione della bolla a quota 20 mila dollari, nonostante il bitcoin fosse dato per morto più volte dal 2010, gli esperti continuano ad interrogarsi se sia prevedibile o meno in futuro l’ipotesi del suo decisivo fallimento. Uno scenario non indifferente si fonda su un fallimento della teoria dei giochi al livello economico. Ad oggi ci si aspetta che tutti gli agenti del mercato si muovano in un certo modo, scacciando la moneta peggiore e scegliendo di detenere la moneta migliore: una legge di Gresham al contrario. Non è detto avvenga così: il bias intrinseco ad un fallimento nella teoria dei giochi si fonda sul bisogno costante di ragionare in termini di fiat money come dollari, euro, yen, yuan.

A ciò si aggiunge il problema della conversione che ne stabilizzerebbe, definitivamente, il prezzo: se si rendesse impossibile redimere la criptovaluta in fiat money, senza proibirne lo scambio, come avviene oggi tra le valute nazioni, si permetterebbe alle aziende di scendere in campo, riaprendo definitivamente i confini tra gli Stati, costretti a ragionare nei termini di una nuova valuta transnazionale che non è emessa da alcuna Banca Centrale né si trova depositata forzosamente nei caveau di Fort Knox (non accadrebbe nulla di diverso da ciò che si è verificato in passato quando le aziende, adoperando gli IAS/IFRS, hanno imposto ai legislatori nazionali di conformare la propria regolazione contabile a quella dei principi contabili internazionali). Questo significherebbe, però, mettere in discussione alcuni capisaldi teorici su cui Bitcoin è stato istituito.

Intanto, è indubbio che ogni azione governativa concertata darebbe solo più forza alla criptovaluta e maggiore impulso alla decentralizzazione del mining. Problema diverso è se gli Stati imponessero con una legge la chiusura delle attuali società che producono i chip dei server: in quel caso, viste le rilevanti barriere all’ingresso per le nuove aziende operanti, si rallenterebbe il fenomeno incrementando, solo, il mercato nero.

I critici sostengono che la struttura ideata da Satoshi abbia un limite palese poiché non può superare più di un certo numero di utilizzi al secondo. Questo limite insorge proprio a causa della tecnologia Blockchain che richiede che ogni informazione scambiata e gestita sia mantenuta da ogni nodo per sempre. Chi scrive sa per certo che in futuro non useremo la Blockchain per pagare beni e servizi. Potremmo, invece, usare il bitcoin per i nostri acquisti su Alibaba, Amazon, Deliveroo, Uber. Ed, infatti, se la tecnologia Blockchain è, innegabilmente, costosa, lenta, dà poca privacy, a differenza di ciò che si è portati a pensare, cosa diversa vale per bitcoin. È sufficiente farsi un giro a Rovereto, la Bitcoin Valley nostrana, tanto per stare in casa.

Per gestire bitcoin come strumento in sé non si ha il bisogno di istituire una banca centrale, è ammissibile, invece, un sistema bancario fondato sul free-banking a riserva frazionaria in cui la cripto costituisce un asset su cui si misura il moral hazard dell’operato degli istituti bancari. Quando l’azione di un istituto di credito è di dubbia moralità (investimenti eccessivamente volatili, cicli economici sfavorevoli a fronte di ingenti concessioni di prestiti e fidi) con un Bitcoin Standard tornare alla Blockchain avrebbe costi risibili, causando un’immediata corsa agli sportelli e al fallimento immediato dell’istituto sospettato. Non è fantascienza: esistono già banche che usano bitcoin come se fosse un asset mentre la Blockchain fa da ago della bilancia nella correttezza delle transazioni. Se, auspicabilmente, si arrivasse ad un nuovo Standard Monetario Internazionale, limiteremmo l’uso della Blockchain per creare contratti ponte, scambiando privatamente i bitcoin.

E se l’economista Sapelli questa estate dichiarava che: “i bitcoin sono un episodio di quel variegato processo a carattere mondiale di distruzione irreversibile dei valori dell’Occidente che ha al centro l’abbattimento del monopolio della forza da parte dello stato il cui cardine è l’emissione di moneta”, non si può non replicare che Bitcoin è vivo e vegeto e lotta insieme a noi contro il sovranismo monetario.

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