Arteconomy: un’arte senza artisti che punta a riscrivere le regole tradizionali

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Una serie di quadri grandi 93×83 centimetri, numerati e composti da fibre di carbonio riciclate dagli scarti di fabbrica, quadri che sono stati incorniciati e sono diventate opere d’arte dopo che la fibra di cui sono composti è stata tagliata, letteralmente a caso, da un operaio lasciato all’oscuro del progetto sottostante.

Apparentemente, tutto ciò non sembra né molto distante né più innovativo dei celebri tagli di Lucio Fontana che, alla fine degli anni Quaranta, infranse le sue tele con buchi e tagli superando così la distinzione tradizionale tra pittura e scultura e cessando di rappresentare lo spazio con oggettività.

Se tuttavia le scelte di Fontana erano dovute alla sua visione di “filosofia dell’arte”, di tutt’altro tenore è invece Arteconomy, progetto lanciato il 25 novembre 2016 da Five Gallery, una piccola galleria di Lugano, e realizzato nella città ticinese di Manno. L’ideatore di Arteconomy, Igor Rucci, ha infatti voluto provocatoriamente porre l’accento sulla discussa questione del ruolo dell’artista in un mercato, quello dell’arte, che parla sempre più il linguaggio della finanza. Ed è esattamente da questo suo desiderio di far apparire all’interno del mercato dell’arte “un’arte senza artisti” che hanno avuto la luce le opere sopra descritte appartenenti al ciclo di Continuity. Questa serie è composta da quadri molto simili tra loro ma, allo stesso tempo, unici per le seppur minime differenze di materiale di cui ciascuno di essi è formato. Per quanto riguarda invece il valore di queste opere, esso è stato assegnato a priori: si parte infatti dal primo con 500 Franchi e si va a salire. Anche le differenze di prezzo tra i vari quadri seguono una ratio ben precisa: quella dell’emozione incrementale. Quando una persona acquista un’opera d’arte prova infatti un’emozione che, secondo il fondatore di Arteconomy, non è esclusivamente estetica e/o culturale e nemmeno dovuta all’investimento economico in sé e per sé, bensì scaturisce dal senso di continuità e di appartenenza ad una comunità con cui si condivide un progetto comune. Ciò che Arteconomy fa è precisamente monetizzare il valore di questa emozione incrementale, cifra che il team di Five Gllery ha stimato essere pari a 100 Franchi in più ad ogni opera venduta: se la prima opera di Continuity vale 500 Frs, la seconda ne varrà dunque 600, la terza 700 e così via. È inoltre possibile acquistare le opere d’arte unicamente in progressione aritmetica: se ad esempio sul mercato vi è il numero 8 non è possibile comprare il 19. Se da un lato questa regola può rappresentare un vincolo, dall’altro libera in qualche modo l’arte, che cessa in questo modo di essere un bene “capriccioso”, piegato al volere di pochi collezionisti privilegiati.

 

Il Manifesto artistico di Arteconomy, questo suo impianto teorico così rigido, si basa sulla certezza del prezzo dell’opera che viene determinato sulla base di un criterio mutuato da un sistema di regole attive nel quadro dell’economia “reale”, ovvero dal mondo della finanza. Questo processo di prezzatura rappresenta indubbiamente qualcosa di innovativo nella fruizione dell’arte perché è sia indipendente dai processi creativi sia autonomo rispetto alle tradizionali leggi che regolano il mercato dell’arte.

Oggigiorno l’attribuzione del valore artistico ad un’opera dipende infatti da criteri in costante rinnovamento e talvolta in contrasto tra loro. Andrea del Guercio, direttore artistico di Five Gallery e Professore di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia delle Arti di Brera, afferma a tal proposito[1]Possiamo riassumere che a condizionare il valore di un’opera sono le case d’asta, gli esperti, i curatori, i mercanti, ma anche le mode e le linee di tendenza dello star system; ma sappiamo anche che a volte, influisce sul prezzo persino un orologio o una coordinata geografica”.

 

Al provocatorio neologismo di emozione incrementale, i fondatori di Arteconomy affiancano anche il concetto di (con)dividendo emozionale: la community formata dai collezionisti di Arteconomy è infatti percepita come una società e, esattamente come accade in tutte le società che crescono e producono utili, anche questa distribuisce dividendi, anzi (con)dividendi emozionali, pari al 10% del prezzo netto di vendita.

 

La portata significativa della svolta rappresentata dall’approccio provocatorio di Arteconomy è notevole non solo perché ha dato vita ad una nuova forma di arte contemporanea ma soprattutto perché è riuscita addirittura a superare il concetto chiave di artista, iniziando parallelamente anche a riscrivere le regole del mercato dell’arte. Sulla scia di quest’arte senza artisti, tra il 23 e il 25 ottobre, la casa d’aste internazionale Christie’s metterà in vendita a New York, per la prima volta nella storia, un’opera d’arte interamente realizzata da un’Intelligenza Artificiale. Non rimane dunque che domandarsi se i presenti apprezzeranno questa inedita forma d’arte oppure se sussurreranno “profanateur”, come fecero i francesi nel 1917 davanti alla “Fontana” di Marcel Duchamp.

 

[1] durante un’intervista per Collezione da Tiffany, 11/09/2018

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