Cosa si pensa dell’Europa nel Paese dei mulini a vento?

paesi bassi

I media e i social network non mancano di ricordarci tutti i giorni quanto l’euroscetticismo sia dilagante, rendendo urgente e attuale interrogarsi sulle prospettive dell’Unione europea. La chiave di volta, come sempre nell’affrontare questioni complesse, sta nell’analisi e nella comprensione del maggior numero possibile di punti di vista. Questo è stato il senso di un’iniziativa organizzata da La Stampa in collaborazione con il Collegio Carlo Alberto: in una caldissima giornata di luglio, nella nuova sede di via Lugaro del quotidiano torinese, una delegazione di studenti del centro di ricerca ha avuto l’opportunità di ascoltare il punto di vista di Joep Wijnands, ambasciatore del Regno dei Paesi Bassi in Italia.

Un tema importante è sicuramente la tendenza alla scarsa fiducia nelle istituzioni europee che, in Italia soprattutto rispetto ad altrove, sta gradualmente conquistando la maggioranza dell’opinione pubblica. La causa di questo cambio di rotta è talvolta individuata nell’additare troppo spesso l’Europa come causa dei nostri mali. In risposta ad una una domanda della studentessa Laura Tresso sulla scarsa percezione del benessere portato dall’essere parte dell’Europa unita, Wijnands afferma che «è una responsabilità di tutti spiegare bene quale sia l’importanza dell’Unione, molta gente semplicemente non lo sa. C’è anche molta fake news. È una questione di comunicazione: bisogna essere chiari su quello che l’Unione può fare e non può fare, in modo che la gente capisca e poi possa scegliere se essere d’accordo o meno per esempio su una maggiore integrazione». Il riferimento è anche al referendum olandese del 2016 sul trattato UE-Ucraina. Il quesito, lo ricordiamo brevemente, verteva sull’accordo di associazione dell’Unione europea con l’Ucraina, propagandato come anticamera di un’ “invasione” di cittadini ucraini nell’UE. L’accordo è stato respinto dal 61,1% degli olandesi, con un’affluenza di appena il 32,2%. Una vittoria degli euroscettici basata anche sulla falsa imminenza di un’adesione di Kiev alla UE e su un presunto obbligo di sostegno militare dei Paesi Bassi all’Ucraina, finendo per trasformare il referendum in un quesito sull’Unione stessa.

Del resto, un problema su cui spesso fanno leva gli euroscettici resta l’incapacità dell’Unione di incarnare una visione unitaria e di rappresentare un sogno. Un altro studente del Collegio, Francesco Bilotta, ha aggiunto che «l’Europa dovrebbe farsi percepire oltre i dati numerici», per colmare una forte distanza che viene lamentata da una larga fetta di elettorato. Per Wijnands è tuttavia fondamentale «basarsi sui fatti» e, dal punto di vista di una visione futura, «è importante che l’Europa rimanga un’unione di diverse identità» perché «nel momento in cui demoliremo le identità nazionali per costruire solo un’unica identità europea sarà l’inizio della fine. Serve uno spirito europeo, ma è un’altra cosa». Incalzato poi dall’editorialista de La Stampa Luigi La Spina, che ricorda come l’Italia sia stata storicamente «il Paese con il maggior consenso all’Europa», anche se negli ultimi tempi «la crisi economica e la questione migranti hanno avuto un effetto molto pesante», l’ambasciatore afferma, dal punto di vista di «uno straniero», che queste siano solo oscillazioni intorno ad una base europeista forte.

Un altro studente, Federico Boscaino, ha colto l’occasione per osservare che le elezioni europee del 2019 potrebbero portare molti euroscettici al Parlamento europeo e questo, insieme all’opposizione dei Paesi di Visegrad in quegli organi europei in cui si delibera per via unanime o a maggioranza qualificata, potrebbe accentuare l’immobilismo. Un punto di vista apparentemente contrapposto a quello di Wijnands, per il quale «non è vero che non stiamo andando avanti, è vero che non si riesce a risolvere tutto istantaneamente». Dalle parole dell’ambasciatore è emersa la percezione di un’Unione come sommatoria di interessi nazionali, che naturalmente sono tra loro difficili da conciliare: «non sarà un processo facile, ma sicuramente dobbiamo farlo insieme» in un contesto di dialogo e scontro costruttivo.

Possono tuttavia il compromesso e la mediazione ad ogni costo essere la strada per una soluzione ad ogni problema? Boscaino ha continuato esprimendo perplessità legate al tema dell’immigrazione: in un contesto di estremismi, chiusure, minacce di abbandonare Schengen, c’è tempo per il compromesso? «L’immigrazione non è stata sicuramente la nostra finest hour», ha detto ironicamente Wijnands, secondo il quale «sarebbe stata un’altra cosa sedersi intorno ad un tavolo e risolvere questo problema, ma la realtà politica è diversa. Anche noi diciamo ai Paesi dell’Est che la solidarietà è importante, ma è anche importante non perdere questi Paesi».

Infine, Trump e la Brexit, due temi legati in parte dalle ripercussioni sul libero scambio. «C’è preoccupazione anche in Olanda che il sistema del libero commercio venga messo in pericolo. Otteniamo un terzo del PIL facendo affari all’estero», ha detto l’ambasciatore, con un riferimento al fatto che una parte consistente della forza dei Paesi Bassi sia da ricercare proprio nelle capacità commerciali. Lo stimolo a parlare del caso inglese è arrivato da Pietro Garibaldi, economista dell’Università di Torino e del Collegio Carlo Alberto, che ha chiesto sulla «consapevolezza di quanto sia grave perdere l’Inghilterra, in termini storici», cui è seguita una risposta netta: «La Brexit è molto negativa. Gli inglesi sono sempre stati un alleato forte per noi. Siamo quasi sempre stati sulla stessa linea». Della Brexit bisognerà tenere conto anche in sede di budget europeo, che «in totale non può ancora crescere» in assenza del Regno Unito: si renderanno necessarie razionalizzazioni, risparmi e tagli per sopperire alla mancanza di un Paese che ha sempre versato grandi contributi all’Unione europea.

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