Cosa resterà di questo Iran Deal? – Parte 2

trump iran deal

Nel gennaio 2014, l’Iran ha avviato il processo di implementazione delle clausole contrattuali relative allo smantellamento dei siti di arricchimento, alla dismissione dell’uranio arricchito e all’interruzione del programma di ricerca militare nucleare.

Per questo motivo, nel corso del 2014 sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti hanno rispettato la loro parte contrattuale sbloccando diversi assets iraniani congelati nel tempo e gradualmente allentando la stretta delle sanzioni, in un contesto globale che si stava lentamente riaprendo sia diplomaticamente che commercialmente al nuovo Iran moderato di Rouhani, che aveva altresì accettato di porre interamente l’impianto nucleare nazionale a costante disposizione delle ispezioni dello IAEA, così da dare un’ulteriore garanzia alla comunità internazionale.

Il termine ultimo per il completamento delle clausole contrattuali, inizialmente fissato a novembre 2014 e poi prorogato a luglio 2015, ha portato il 14 luglio 2015 alla firma finale del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPoA), il cui testo prevedeva una serie di rinegoziazioni ogni 5 anni per ridiscutere sanzioni in caso di mancato rispetto dei termini contrattuali e una durata totale di 15 anni, al termine dei quali l’accordo avrebbe concluso il suo naturale effetto.

La comunità internazionale, specialmente gli stati arabi, sperimentò una reazione quasi del tutto unanime di plauso agli sforzi e al risultato ottenuto con il JCPoA e la stipula dell’Iran Deal. Ad estraniarsi dal coro fu in particolare, come ampiamente pronosticabile, Israele. Il primo ministro Benjamin Nethanyahu, esponente del Likud, partito conservatore israeliano, all’alba della firma dell’accordo si riferì allo stesso con termini dispregiativi, additandolo come la resa del mondo occidentale davanti al terrorismo, d’accordo con l’Unione Sionista, il principale partito all’opposizione di Israele, precisando che anche una volta ratificato, l’accordo non avrebbe impedito a Israele di continuare la sua lotta contro l’Iran. Tuttavia, all’interno della Knesset e delle vecchie amministrazioni israeliane, molti esponenti mostrarono delle caute approvazioni alla firma del Piano, dimostrando un certo distacco dal partito al potere.

Nonostante l’impegno dimostrato dal Presidente Nethanyauh nel cercare di separare i 6 Paesi fautori dell’Iran Deal con lo spauracchio di nuove ondate migratorie o la pubblicazione di documenti riservati trafugati dal Mossad che testificherebbero la presenza di materiale nucleare segreto, questi Paesi hanno continuato a sostenere l’importanza del nuovo accordo in quanto pietra miliare dei rapporti internazionali che finalmente ha portato a conclusione un periodo di stallo durato quasi 12 anni.

Tutti tranne uno, la cui poderosa opposizione ha fatto presagire esiti negativi per gli accordi sul nucleare fin dal momento dell’elezione del suo attuale Presidente. Già durante la campagna elettorale, l’attuale Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha reso nota la sua disapprovazione per l’Iran Deal rilevando come questo non prendesse in considerazione argomenti sostanziali come lo sviluppo missilistico iraniano, il ruolo regionale di tale Stato e, in particolare, il fatto che alcune delle restrizioni al programma nucleare iraniano abbiano in realtà durata limitata. Sebbene tutti gli altri Paesi si siano opposti con forza alla decisione di Trump di denunciare l’Iran Deal sostenendo che almeno si era giunti ad un accordo, questi è andato avanti, distruggendo la delicata opera di diplomazia portata avanti dal suo predecessore, Barak Obama, e da tutti gli altri Stati dell’accordo. Ciò presumibilmente nella speranza di concludere un patto più rigido con la Corea del Nord di Kim Jong Un, alla luce della serie di incontri previsti col dittatore.

Si può dunque affermare che il destino dell’Iran Deal fosse segnato ancora prima di entrare in vigore? Il rischio è certamente concreto, giacché non c’è ragione per una parte in un accordo di mantenere fede ai patti nel momento in cui l’altra parte si è ritirata. Prova di ciò, è che la tensione palpabile del momento risuona nelle dichiarazioni dell’Ayatollah Khamenei, il quale ha annunciato che se le sue richieste riguardo alla vendita del petrolio iraniano e alla eliminazione delle sanzioni contro il suo Paese non saranno prese in considerazione, in seguito all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo, qualora l’Unione Europea non riuscisse a rispettare i patti, l’Iran avrà ogni diritto di riprendere lo sviluppo del suo programma nucleare.

Tuttavia, che sia l’Unione Europea a far rispettare i patti, è esattamente il cammino che ci si potrebbe auspicare. In particolare, ora che il Vicepresidente iraniano, Ali Akbar Salehi, ha annunciato che a Natanz, sede di uno degli impianti nucleari militari, ricomincerà un programma di produzione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. Per ora la mossa avrebbe solo un valore politico: rappresenta un tentativo di forzare la mano agli stati europei, affinché questi convincano gli Stati Uniti a rispettare la loro parte del patto. Difatti, tecnicamente gli accordi sul nucleare non sarebbero violati, poiché questi fanno riferimento esclusivamente all’assemblaggio delle centrifughe.

Sebbene l’Ayattolah abbia espresso chiaramente la sua mancanza di fiducia nel fatto che l’Unione Europea possa seriamente voltare le spalle agli USA, uno dei suoi principali partner economici, il ruolo sempre maggiore dell’Unione e il ruolo di mediatore che potrebbe acquisire nella vicenda sembrano sempre più evidenti.

Non sarebbe la prima volta, del resto, che la nuova politica estera degli Stati Uniti di denuncia dei trattati internazionali, porta la grande potenza a perdere il ruolo che una volta le perteneva come guardiana e perno di suddetti trattati. Un esempio fra tutti è il caso del TPP, Trans-Pacific Partnership, accordo commerciale firmato da 12 Paesi il 4 febbraio 2016, la cui ratifica è stata impedita dal ritiro di Donald Trump dal trattato, secondo promessa elettorale. Considerato di grande importanza dagli altri Stati che avevano preso parte agli accordi grazie alla quasi totale free-trade area che sarebbe andato a creare, il trattato è stato rinegoziato (TPP11) e adattato. Attualmente l’accordo è noto come Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Portare avanti degli accordi senza la presenza economica degli Stati Uniti, o addirittura dopo il loro ritiro, sarebbe stato considerato impossibile solo alcuni anni fa. Tuttavia, in questo caso le cose sono andate diversamente, questa volta un altro Stato ha afferrato gli oneri e onori della guida sostituendo gli Stati Uniti e dimostrando che le relazioni internazionali possono essere fruttuose anche senza la presenza statunitense. La decisiva presa di posizione del Giappone in tal senso è forse un segno che la comunità internazionale è pronta a smettere di nascondersi dietro le sottane statunitensi e ad assumersi le proprie responsabilità ma anche a svilupparsi separatamente dal volere esclusivo delle grandi potenze.

Considerando gli sviluppi recenti sullo scacchiere internazionale, sarebbe possibile e auspicabile che l’Unione Europea raccolga il testimone di mediatore degli accordi internazionali lasciato dagli Stati Uniti sfruttando il suo soft power, la sua fitta rete diplomatica e un PIL complessivo che supera i 15 miliardi.

Rimane da vedere se l’Unione Europea sarà pronta a cogliere questa opportunità, accentando le responsabilità che ne conseguono e a costo di scontrarsi con gli Stati Uniti. Soprattutto, per riuscire nell’impresa, saranno pronti gli Stati membri ad agire secondo politiche comuni, ad agire come una vera Unione Europea?

Di Giacomo Fiorentini e Federica Pagliara

Vota i nostri posts