Cosa resterà di questo Iran Deal? – Parte 1

iran deal

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la diffusione sempre maggiore dell’energia nucleare, sia per scopi civili che bellici, tra la seconda metà degli anni ’40 e gli anni ’50 si vennero a creare diverse organizzazioni internazionali e programmi di diffusione mondiale per lo sviluppo dell’energia atomica sotto un “ombrello direttivo” che prevenisse un’eventuale degenerazione potenzialmente pericolosa per la sicurezza mondiale.

Con la nascita dell’UNAEC (Commissione ONU per l’Energia Atomica) prima e dello IADA (Autorità Internazionale per lo Sviluppo Atomico) dopo, gli Stati Uniti, in seguito alla conclusione del conflitto principali detentori di tecnologie e facilities indirizzate alla gestione e sviluppo dell’energia nucleare, s’impegnarono in un imponente progetto di condivisione di tali conoscenze in cambio di una più ampia gestione globale di uranio e torio, così da poter in ogni momento essere informati sui progressi di ogni Paese verso lo sviluppo di impianti di proliferazione nucleare.

Ovviamente, questi intenti mal si conciliavano con il contesto globale che stava rapidamente precipitando verso una più serrata Guerra Fredda, con l’Unione Sovietica che presto riuscì a sviluppare autonomamente un ordigno nucleare, rapidamente seguita da altri stati. Gli Stati Uniti si resero dunque conto di quanto una condivisione senza tornaconto fosse deleteria, non solo per gli interessi americani, ma anche per lo scopo finale dell’UNAEC e dello IADA anche

la nascita dell’UNAEC e dello IADA, motivo per cui, durante la metà degli anni ’50, prese piede l’idea di convocare una conferenza internazionale che potesse farsi promotrice di un indirizzo di stabilità e cooperazione transnazionale: venne indetta così la Prima Conferenza di Ginevra, che passò alla storia con il nome di Atoms for Peace Program.

Principale obiettivo di questa conferenza, oltre alla condivisione di tutte le ricerche riguardo alla produzione di energia nucleare dei singoli Stati, in ambito sia civilistico che bellico, era ottenere un generale consenso da parte di tutte le nazioni partecipanti, tra cui anche l’Unione Sovietica, al fine di istituire un organo di controllo internazionale, non più dedito alla condivisione di tecnologie o conoscenze, quanto al controllo dello sviluppo di apparati nucleari di tipo bellico nei Paesi con cui le tecnologie sarebbero state condivise, favorendo lo sviluppo di centrali nucleari per la produzione di energia destinata ad uso civile, seguendo l’idea del periodo che considerava l’energia nucleare una fonte praticamente inesauribile e scarsamente inquinante.

Nacque così, con la Conferenza di Ginevra, lo IAEA (International Atomic Energy Agency), a cui, tra il 1955 e il 1958, aderirono tutti i Paesi che avevano avviato una ricerca per la produzione di energia nucleare o che avevano intenzione di farlo a breve.

In questo contesto, nel 1957, l’Iran entrò a far parte delle nazioni che sottoscrissero lo statuto dello IAEA, e come a molti altri Stati lo IAEA e i Paesi con una ricerca nucleare già avviata si impegnano a fornire supporto sia sotto il punto di vista tecnologico che tecnico e logistico per lo sviluppo di un apparato industriale per lo sfruttamento di energia nucleare ad indirizzo civile.

Sull’onda dei risultati che erano già stati raggiunti e che si sarebbero potuti ottenere dall’impianto di un più diffuso tessuto energetico nucleare, nel 1970 l’Iran firmò il Non-Proliferation Treaty (NPT), accettando di mettere tutte le sue strutture di ricerca e produzione di energia nucleare a disposizione dello IAEA per periodiche verifiche e controlli volti a certificare che il Paese non si stesse dirigendo verso l’arricchimento dell’uranio per scopi bellici.

In questo periodo di florido sviluppo, tuttavia, la Persia venne suo malgrado a trovarsi in un contesto di Guerra Fredda e globalizzazione che si stavano lentamente ma inesorabilmente introducendo negli affari internazionali del Medio Oriente. Nel 1979, lo scià di Persia venne deposto in seguito alla rivoluzione islamica guidata dall’Ayatollah Khomeini, che lamentava le eccessive ingerenze occidentali nel Paese, ormai diventato, secondo i rivoluzionari, uno stato fantoccio nelle mani delle potenze imperialiste occidentali; le rivolte iniziarono con la pretesa di una maggiore liberalizzazione e costituzionalizzazione del Paese, chiedendo la fine della teocrazia della dinastia dei Pahlavi e l’instaurazione di una repubblica. In poco più di un mese lo scià venne deposto e entro la fine dell’anno venne votata, attraverso un referendum, l’istituzione di una repubblica di stampo islamico di cui Khomeini divenne Supremo Leader.

Benché la rivoluzione non sfociò mai nell’ambito della guerra civile, anche a causa della divisione interna alle élite militari del Paese, molti Paesi occidentali e sviluppati decisero di punire questa repentina presa di potere da parte dei rivoluzionari iraniani con la fine di molti degli esistenti trattati commerciali e di scambio e con l’interruzione di molti rapporti diplomatici con l’ex regno persiano. Tuttavia, sebbene l’aiuto delle potenze nucleari venne meno, l’Ayatollah decise che il programma nucleare iraniano non si sarebbe fermato, raggiungendo degli accordi privati con alcune nazioni tecnologicamente avanzate nel campo della ricerca nucleare, tra cui spicca l’accordo raggiunto negli anni ’90 con la Russia, che fornì per anni esperti e tecnici nucleari all’Iran per continuare la ricerca e la proliferazione degli impianti nucleari iraniani.

La nascita di una nuova repubblica islamica di stampo sciita nel contesto mediorientale non giovò alla stabilità della regione negli anni a venire: vennero presto a crearsi duri e violenti contrasti, che spesso degenerarono in aperti conflitti con la maggior parte dei Paesi a maggioranza sunnita dell’area ed anche con lo Stato di Israele, uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti nella regione e probabilmente il Paese economicamente e politicamente più stabile e forte del Medio Oriente.

Tra gli anni ’80 del Novecento e i primi anni 2000, l’Iran si trovò più volte a dover affrontare apertamente Paesi come l’Iraq e Israele, trovandosi inoltre di fronte a diverse rivolte interne che si opponevano apertamente all’establishment di Khomeini. In questo veloce e duro susseguirsi di eventi, il programma di ricerca nucleare ha svolto per l’Ayatollah un serio punto di appoggio su cui basare molto del riconoscimento ottenuto nel contesto mediorientale, un elemento che ha altresì contribuito a porre l’Iran in un profondo stato di isolamento all’interno della regione, che solamente i rapporti con l’Unione Sovietica e pochi altri Paesi hanno alleviato.

In questo clima di sempre maggior isolamento nello scenario mediorientale, l’Iran continuò a sviluppare il suo programma nazionale di produzione di energia nucleare con l’aiuto di Paesi come Russia, Cina e Francia, con il beneplacito dello IAEA, che continuò a tenere i siti iraniani sotto controllo come da mandato istituzionale.

Nei primi anni 2000, tuttavia, lo IAEA rilevò negli impianti di produzione iraniani la presenza di siti di stoccaggio e produzione di uranio arricchito, destinato – a detta di Teheran – agli impianti energetici civili, che il Paese aveva costruito senza comunicare precise informazioni all’ente di controllo internazionale. Nel 2003, tuttavia, la situazione degenerò ulteriormente quando l’ente di controllo dichiarò che, in seguito a diverse investigazioni sul programma di ricerca e nei siti di produzione e stoccaggio dello stato, l’Iran aveva fallito nel rispondere ai punti di salvaguardia del Trattato di Non-Proliferazione, avendo ignorato o eluso molte delle limitazioni imposte dal Trattato.

In seguito a queste scoperte, nel 2006 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con il completo appoggio dell’UE, approvò unanimemente una risoluzione con cui all’Iran venne vietato di continuare ogni attività di arricchimento dell’uranio e ogni programma di ricerca e sviluppo correlato, una risoluzione che il Paese rifiutò di accettare e che portò la comunità internazionale ad interrompere ogni rapporto volto alla condivisione di programmi e tecnologie nucleari e agli investimenti in settori chiave per l’economia iraniana.

Queste sanzioni si inasprirono di anno in anno, di pari passo con i rifiuti dell’Iran di applicare la risoluzione ONU del 2006. Tra il 2007 e il 2010 le sanzioni citate si evolsero in un vero e proprio embargo, che interessò anche i settori estrattivi non nucleari, militare, bancario, commerciale e dei trasporti.

Per alleviare la situazione, l’Iran si offrì più volte in questo periodo di intraprendere dialoghi individuali con i diversi Paesi sottoscriventi la Risoluzione, in modo da ottenere – per quanto possibile – delle condizioni che limitassero gli effetti dell’embargo ONU, dialoghi che vennero quasi sempre rifiutati a priori o che comunque non produssero gli effetti sperati da Teheran, come il rifiuto della Germania di risarcire le somme pagate dall’Iran per gli accordi di scambio nucleare con Berlino, o il rifiuto di Francia e Regno Unito di accettare delle sospensioni alle restrizioni commerciali in cambio della firma dell’Iran al Protocollo Addizionale dello IAEA, che avrebbe posto i siti di arricchimento iraniani sotto dei limiti più ferrei.

Questo stallo iniziò ad allentarsi solamente nel 2013, con il passaggio di consegne presidenziali da Ahmadinejad, che sempre si oppose all’interruzione del programma di arricchimento nucleare iraniano sotto costrizione delle potenze internazionali, a Rouhani, che in una delle prime dichiarazioni da presidente della Repubblica dichiarò di voler risolvere la crisi nucleare del suo Paese come nuovo starting-point della relazione Iran-US, una notizia che l’amministrazione Obama accolse con malcelato entusiasmo, consapevole degli effetti negativi che le sanzioni contro l’Iran avevano causato al prezzo del petrolio nel mercato internazionale.

In questo contesto di raffreddamento delle tensioni riguardo il nodo del nucleare iraniano, nel 2013 si giunse ad un accordo ad interim, il Joint Plan of Action. Il Piano, firmato dall’ Iran da una parte e dai cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania – principale partner economico dell’Iran – coadiuvati dall’Unione Europea dall’altra, prevedeva la diminuzione dell’entità e della rigidità delle sanzioni e dell’embargo, in cambio di un graduale smantellamento degli impianti e del quasi totale annullamento del processo di ricerca e sviluppo del programma nucleare iraniano nell’arco dei 6 mesi successivi alla firma del JPoA, fissando inoltre dei meeting successivi per analizzare e monitorare lo sviluppo degli eventi.

Nel contesto Mediorientale, l’accordo è stato caldamente recepito dalla maggior parte dei Paesi arabi, che in breve tempo hanno riaperto entusiasticamente i rapporti commerciali e diplomatici con Teheran, presto seguiti anche da Turchia, India e Pakistan, importanti partner commerciali dell’Iran. Il raggiungimento di un accordo di tale portata, tuttavia, ha messo in risalto la questione del nucleare israeliano. Con la firma del JPoA, infatti, Israele sarebbe rimasto l’unico Paese dotato di un programma di ricerca nucleare che non rispondeva ai criteri del NPT, di cui il Paese non è firmatario. La nuova riapertura della comunità internazionale all’Iran in seguito alla firma dell’accordo è stata aspramente criticata da Israele, che proprio a causa e grazie al nucleare iraniano era riuscito a ritagliarsi uno spazio molto importante in Medio Oriente, sfruttando la minaccia dell’Iran per assecondare i propri piani di arricchimento dell’uranio e ponendosi di fronte ai Paesi sviluppati come solida alternativa a discapito di Teheran.

 

Di Giacomo Fiorentini e Federica Pagliara

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