Midterm elections negli Stati Uniti: scenari e prospettive

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Il 6 Novembre gli elettori statunitensi saranno chiamati per le elezioni di medio termine (o metà mandato): come di consueto, a metà del mandato presidenziale si rinnovano tutti i seggi della Camera e un terzo dei seggi del Senato, entrambi al momento controllati dal Grand Old Party (il Partito Repubblicano) del Presidente Donald Trump.

Con cinque mesi che ci separano da questo cruciale Election Day, il clima generale che gli elettori americani avvertono (confermato da familiari che vivono nel “sunny state” californiano) è che quest’anno il voto di midterm varrà tanto quanto un’elezione presidenziale. Sulla carta sembra difficile che i Democratici possano ribaltare la situazione: alla Camera i seggi dei Repubblicani sono blindati dal “gerrymandering”, un vero e proprio trucchetto elettorale ormai pratica consolidata negli Stati Uniti da più di 200 anni. Sostanzialmente, il gerrymandering è la modifica strumentale dei confini di un collegio elettorale così da ottenere la maggioranza dei seggi in assenza di una maggioranza dei voti. I lettori più attenti avranno già capito che il precedente più recente è stato proprio l’elezione alla Casa Bianca del tycoon newyorkese, appena due anni fa: nonostante la sfidante Hillary Clinton avesse ottenuto il 48,2% dei consensi (circa 66 milioni di voti), Trump ne uscì vincitore con “soli” 63 milioni di voti (circa il 46%). Il perché è semplice: Trump ha vinto negli Stati chiave, ottenendo così un maggior numero di “grandi elettori” (304 contro i 227 della Clinton). Differente è la situazione al Senato, dove i Repubblicani possono contare sulla più risicata delle maggioranze: 51 a 49 (47 Democratici e due indipendenti).

Inoltre, nelle ultime settimane, sono comparsi alcuni dati che hanno messo in allerta i vertiti del Partito Repubblicano. Per prima cosa, una considerazione generale basata sullo storico di gran parte delle precedenti amministrazioni: solitamente, alle elezioni di metà mandato, il partito che esprime il Presidente paga qualcosa in termini di consenso elettorale, vuoi per una generale disaffezione a due anni dalle elezioni (anche se Trump si è quotidianamente impegnato ad offrire entertainment ai suoi elettori), vuoi perché in due anni si è solo preparato il terreno per le riforme più impegnative e di lunga prospettiva.

Al Senato, inoltre, tenendo conto della risicata maggioranza in mano al Presidente e considerando che secondo gli ultimi calcoli i seggi in palio dovrebbero aggirarsi intorno ai nove, non è impossibile immaginare un ribaltone.

Ultimo appunto: secondo gli ultimi sondaggi (https://projects.fivethirtyeight.com/congress-generic-ballot-polls/) i Democratici sarebbero avanti di circa 5%, ma da parte di chi scrive questo non è qualcosa su cui gli sconfitti alle ultime elezioni dovrebbero fare troppo affidamento: come hanno potuto sperimentare sulla loro pelle (e sulla loro poltrona) è in queste situazioni di apparente svantaggio che The Donald dà il meglio di sé.

In conclusione, i Democratici avranno bisogno di una vittoria elettorale molto corposa per ricalcare la performance avuta nel 2006, quando ottennero 36 seggi e si presero il Congresso contro un Presidente, allora, impopolare per altri motivi.

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