Disuguaglianza tra crescita, fiscalità e spesa pubblica: quale prospettiva?

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L’aumento della disuguaglianza dei redditi riguarda la grande maggioranza dei paesi industrializzati. Benché questo fenomeno socioeconomico abbia conosciuto una forte accelerazione in conseguenza della lunga crisi, la situazione attuale è in realtà il risultato di schemi e scelte politiche maturati negli ultimi trent’anni. È evidente, quindi, che se una fetta sempre maggiore della popolazione, in Italia come in tanti altri paesi, non riesce a riconciliare la crescita del PIL, seppur modesta, con la propria posizione economica, crescono l’insoddisfazione dei cittadini e le pressioni di questi ultimi sulle istituzioni, contestualmente ad una progressiva diminuzione di fiducia nei confronti del sistema democratico di governance economica. Per farci un’idea, secondo dati elaborati dal World Inequality Lab, tra il 1980 e il 2016 in Europa (che pure è uno dei continenti che fa meglio in termini di ridistribuzione della ricchezza) il gruppo che costituisce i primi cinquanta percentili nella distribuzione dei redditi, cioè il 50% dei redditi più bassi, è riuscito ad assorbire soltanto il 13% della crescita economica cumulata durante il periodo considerato. Al contrario, quelli che formano i dieci percentili più alti della distribuzione, ovvero il 10% dei redditi più alti, hanno beneficiato del 43% della crescita. Inoltre, anche prendendo in considerazione la variazione del coefficiente di Gini, un indice elaborato dall’omonimo statistico italiano nel secolo scorso e che misura la disuguaglianza dei redditi di una distribuzione, il fenomeno non appare meno marcato. Secondo dati elaborati dall’OCSE, tra il 1985 e il 2013 (ed è improbabile che il trend sia stato invertito negli ultimi anni) il coefficiente di Gini è cresciuto del 14% in Italia, del 20% in Germania, del 13% in Gran Bretagna. Insomma, ad eccezione della Francia, l’aumento dell’indice indica un evidente accentuarsi della disuguaglianza anche in paesi insospettabili, come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia, che tuttavia registrano, in termini assoluti, risultati migliori.

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Sebbene venga spesso ricordato il rapporto tra stagnazione economica e aumento della disuguaglianza dei redditi, sarebbe bene anche considerare la relazione inversa, e cioè il peso che la disuguaglianza ha sulla crescita. Secondo l’interpretazione classica della teoria economica, le differenze nella distribuzione dei redditi dovrebbero costituire una forma di incentivo allo sviluppo e uno stimolo alla crescita. Più recentemente, invece, studi empirici hanno confutato questo approccio semplicistico. Un working paper dell’OCSE del 2014 riporta, ad esempio, che un aumento di 3 punti del coefficiente di Gini (ovvero un aumento della disuguaglianza) porterebbe ad una riduzione della crescita aggregata dello 0,35% all’anno per 25 anni: una perdita netta dell’8,5%. Un altro filone di ricerca sottolinea invece che una diminuzione delle disuguaglianze avrebbe un effetto positivo e statisticamente significativo sulla durata del periodo di crescita registrato nel ciclo economico. A ben vedere, quindi, il tema dovrebbe essere a cuore di tutte le istituzioni, indipendentemente dal loro colore politico, perché da esso dipendono la sostenibilità e la qualità della crescita futura, nonché la tenuta del sistema Paese.

Veniamo al caso nostrano. Pare ci sia la convinzione diffusa tra le fila del nuovo governo che un abbassamento generale delle tasse attraverso l’introduzione della cosiddetta flat tax (che del tutto flat non è, se è vero che prevedrà l’introduzione di due aliquote e di una no tax area) possa beneficiare tutti i cittadini sotto forma di una spinta ai consumi e agli investimenti. Questa teoria economica, che gli anglosassoni chiamano trickle down, prevede una sorta di effetto cascata dai redditi più alti a quelli più bassi. Sebbene la relazione tra fisco e disuguaglianza sia certamente complessa, l’esperienza empirica ha largamente sfatato il binomio “meno tasse-più crescita per tutti” ed ha al contrario accertato che una minore progressività dell’imposta porti ad una maggiore disuguaglianza. L’introduzione della flat tax non garantisce, nel lungo periodo, né un aumento del gettito fiscale, come conseguenza di ridotte evasione e elusione fiscali (per le quali, del resto, servirebbero proposte più serie e incisive), né uno stimolo per una crescita equa e sostenibile. Ha però un potenziale esplosivo per le finanze pubbliche. D’altra parte, è anche vero che c’è bisogno di sfrondare un sistema oggettivamente complesso dal punto di vista burocratico e che si può e si deve provare a diminuire il cuneo fiscale per i redditi medio-bassi. Si potrebbero, ad esempio, semplificare deduzioni, detrazioni e crediti, ma anche e soprattutto diminuire le aliquote per i redditi imponibili fino ai 55.000 €, attualmente tassati dal 23% al 38%. In Germania fasce di reddito simili sono tassate al 14%, in Francia dal 5,5% al 30%. L’aliquota IRPEF più alta (43%) risulta, invece, in linea con quella di altri paesi europei. Il punto è che non si tratta tanto di tassare eccessivamente “i ricchi”, anche perché parliamo perlopiù di redditi da lavoro, e quindi qualsivoglia misura in quella direzione risulterebbe eticamente e politicamente più difficile da implementare, quanto piuttosto diminuire la pressione fiscale per i percentili più bassi della distribuzione dei redditi. Tutto ciò è possibile mantenendo la progressività attuale e riducendo al contempo le aliquote.

Ma proviamo ad adottare una prospettiva diversa. Quando si tratta di fiscalità in relazione alla disuguaglianza, si vuole agire a valle del processo economico per combattere la “disuguaglianza dei risultati” (inequality of outcomes). Sarebbe invece più opportuno adottare politiche “a monte”, cercando cioè di diminuire la disuguaglianza delle opportunità e oliare gli ingranaggi della mobilità sociale, ambiti in cui l’Italia non brilla. Lo sviluppo del capitale umano deve essere una priorità per un’economia sviluppata. Al contrario, secondo dati Eurostat, la spesa pubblica in educazione è stata nel 2016 inferiore al 4% del PIL. Spendono più di noi Francia (più del 5%), Belgio (più del 6%), Danimarca, Svezia e Islanda (più del 6%), così come quasi tutti gli altri paesi europei. Le risorse dovrebbero essere concentrate nel rendere più efficiente l’istruzione in rapporto alle esigenze del mercato del lavoro, plasmato dalle nuove tecnologie e da skills che esse richiedono e di cui troppo spesso sono carenti i giovani che si affacciano al primo impiego. Quello dell’istruzione e della ricerca non è certo l’unico ambito su cui è possibile agire (sarebbe bello anche incentivare l’imprenditoria giovanile), ma è senz’altro quello che, sul lungo periodo, ha un effetto maggiore nell’ottica della riduzione delle disuguaglianze e, dunque, sulla crescita. Come si dice, è meglio prevenire che curare.

 

FONTI

http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/SoleOnLine5/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2013/01/tassazione-europa.pdf

http://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=File:Total_general_government_expenditure_on_education,_2016_(%25_of_GDP).png

World Inequality Lab. (2017). World Inequality Report 2018, 300. Retrieved from http://wir2018.wid.world/files/download/wir2018-full-report-english.pdf

Cingano, F. (2014). Trends in Income Inequality and its Impact on Economic Growth.

OECD Social, Employment and Migration Working Papers, (163).

OECD. (2014a). Focus on Inequality and Growth: Does income inequality hurteconomic growth? OECD Directorate for Employment, Labour and Social Affairs, (December), 1–4.

OECD. (2014b). FOCUS on Top Incomes and Taxation in OECD Countries : Was the crisis a game changer ? OECD Directorate for Employment, Labour and Social Affairs, (May), 1–8.

OECD. (2015). In It Together: Why Less Inequality Benefits All. Paris: OECD Publishing. https://doi.org/10.1787/9789264235120-en

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