Democrazia per tutti? Tra disuguaglianza ed élite

Democrazia

Lo stretto legame tra democrazia e diseguaglianza economica ha origini profonde.

In democrazia è l’opinione pubblica ad esercitare influenza sulla politica ed è il governo a mettere in atto azioni determinate dalla popolazione. Ecco cos’è la democrazia.

Nella storia è da sempre presente uno scontro continuo tra le pressioni per avere maggiore libertà e democrazia, che partivano dal basso, e gli sforzi dell’élite per controllare e dominare, che provenivano dall’alto.

È un meccanismo che veniva già descritto da Adam Smith nel 1776 ne La ricchezza delle nazioni. Egli affermava che in Inghilterra a guidare la politica erano gli azionisti della società, ai suoi tempi mercanti e artigiani, i quali facevano in modo che i loro interessi fossero tutelati a scapito della popolazione.

James Madison, grande sostenitore della democrazia, pensava che il sistema americano dovesse essere concepito in modo che il potere fosse gestito dai ricchi, dato che erano loro gli uomini più responsabili. Era quindi la struttura del sistema costituzionale ufficiale a collocare il potere nelle mani del Senato, che all’epoca non era elettivo ma era composto dai più ricchi. Uomini che, come diceva Madison, “avevano a cuore i proprietari e i loro diritti”.

Leggendo i dibattiti della Convenzione Costituzionale, Madison affermava che “la preoccupazione maggiore della società dev’essere proteggere la minoranza opulenta contro la maggioranza”. E aveva le sue ragioni. Se si suppone che tutti possano votare liberamente, allora la maggioranza dei poveri si riunirebbe e agirebbe per togliere la proprietà ai ricchi. Questo, secondo Madison, sarebbe stato ingiusto e non andava permesso. Quindi il sistema costituzionale era strutturato in modo da prevenire la democrazia.

Questo dibattito ha una tradizione antica. Si ritrova anche nella Politica, l’opera principale di Aristotele. Egli afferma “di tutte le forme politiche la migliore è la democrazia” ma poi rileva lo stesso difetto evidenziato da Madison. Se ad Atene vi fosse stata una democrazia totale, i poveri, unitisi, avrebbero tolto le proprietà ai ricchi. Quindi, il dilemma era lo stesso ma le posizioni erano diverse: Aristotele voleva ridurre la diseguaglianza, Madison la democrazia.

Oggi, il presidente della World Bank, Jim Young Kim, definisce “vitale” la lotta alle diseguaglianze per combattere “l’instabilità politica” e il Fondo monetario internazionale (Fmi) lancia l’allarme sull’aumento delle diseguaglianze anche nell’ultimo Fiscal Monitor (ottobre del 2017), mettendo in guardia dai rischi per la coesione sociale.

Sempre oggi, gli artigiani o i mercanti descritti da Adam Smith sono gli istituti finanziari e aziende multinazionali, i cosidetti “padroni dell’umanità, persone che inseguono solo il vile profitto non lasciando niente agli altri”.

Se si analizza il pensiero di Branko Milanovic, contenuto nel libro Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization, viene indicato l’anno 1989 come spartiacque: dalla seconda guerra mondiale fino alla caduta del muro di Berlino la tendenza della diseguaglianza era in ribasso, tendenza che ha continuato ad esistere fino al 1989, anno in cui differenti fattori hanno contribuito a far crescere le diseguaglianze all’interno dei Paesi occidentali ricchi. Fattori come la globalizzazione, con la nascita dei beni a basso costo; lo sviluppo tecnologico non accessibile alle basse qualifiche; la nascita di grandi monopoli caratterizzati da grande concentrazione della ricchezza; la generale dequalificazione del lavoro con conseguente precarietà e perdita di potere contrattuale dei sindacati; politiche fiscali a favore dei più facoltosi, dovute all’influenza crescente che questi hanno sui decisori pubblici, soprattutto nel sistema americano basato sui finanziamenti privati alla politica, ma anche alla possibilità del capitale di muoversi globalmente verso “paradisi fiscali”.

Tutto ciò ha imposto l’1% più ricco come nuovo ceto egemone. In tutto l’Occidente sono venute meno le istanze redistributive della classe media, che si è assottigliata, aprendo la strada ai populismi. Ma la democrazia può sopravvivere senza classe media?

Il V-Dem Institute dell’ University of Gothenburg, nel V-Dem Annual Democracy Report 2018 (pubblicato il 28 Maggio 2018), denominato “Democracy for all?”, sostiene che i livelli globali di democrazia rimangono alti ma l’autocratizzazione, cioè il declino di attributi democratici e della protezione globale dei diritti e delle libertà, colpisce un terzo della popolazione mondiale e comprende Paesi come Brasile, India, Russia, Turchia e Stati Uniti.

Inoltre, l’inclusione rimane un’illusione: anche all’interno di Paesi democratici, alcuni gruppi (donne, minoranze e i poveri) sono sistematicamente svantaggiati nel loro accesso al potere politico. Secondo l’istituto svedese, l’esclusione politica sta minando la rilevanza dei diritti e delle libertà democratiche. Dopo quaranta anni di crescita per lo più costante, molti aspetti egualitari della democrazia sono ora in declino e questa tendenza colpisce circa due miliardi di persone nel mondo. Di conseguenza, solo una persona su sette ora vive in una società in cui il potere politico è distribuito, almeno in parte, in egual misura secondo il genere e lo status socio – economico.        Quest’ultimo, oltre a causare una sempre maggiore esclusione politica, sta rendendo i ricchi ancora più potenti.

Ci troviamo di fronte ad un periodo storico senza precedenti. Il 31 Maggio 2013, mentre la folla riempiva Taksim Square ad Istanbul per protestare contro lo sgombero di alcune tende di attivisti a Gezi Park, Cnn Turchia trasmetteva un documentario sui pinguini. Una scelta finalizzata a compiacere il regime a dispetto del fatto che sui social network fossero visibili le immagini in diretta dalla piazza, come pura espressione del popolo.

È importante capire che i privilegi e il potere non sono mai stati ben visti dalla democrazia, in quanto la democrazia mette il potere nelle mani della popolazione e la toglie ai pochi. Siamo forse di fronte ad un principio per il quale la concentrazione della ricchezza produce quella del potere?

 

Fonti

Milanovic, Global Inequality: A New Approach for the Age of Globalization, Harvard University Press, Cambridge (2016)

Varoufakis, È l’economia che cambia il mondo. Quando la disuguaglianza mette a rischio il nostro futuro, Rizzoli (2015)

V-Dem: Varieties of Democracy, The V-Dem Annual Democracy Report 2018, University of Gothenburg (2018)

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