Il macronismo e la democrazia europea

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Nel suo discorso al Parlamento Europeo a Strasburgo, Emmanuel Macron ha provato a stilare un vero e proprio manifesto europeista contro i sovranismi e i populismi crescenti in Europa. I passaggi sulla difesa della democrazia sono stati centrali nel discorso, e in questi giorni hanno attirato numerose critiche dopo l’attacco unilaterale in Siria e gli incresciosi avvenimenti in merito alla gestione migranti. La contraddizione di fondo del discorso di Macron, però, è più profonda, e va cercata nella genesi stessa della sua figura.

È ovvio che la possibilità di ricoprire il ruolo di interprete dell’europeismo deriva a Macron proprio dal modo in cui è diventato Presidente della Repubblica Francese: con un partito socialista in piena crisi, egli ha riunito attorno a sé il fronte pro Europa, che si percepiva sotto attacco. Il ballottaggio contro Marine Le Pen ha permesso di accentuare questa narrazione, presentando le elezioni presidenziali quasi come una lotta tra bene e male. Da una parte, Macron e la società aperta, plurale, progressista; dall’altra, Le Pen e l’estrema destra antieuropea, xenofoba e retrograda. Giocando sulla facile dicotomia “mondo aperto contro mondo chiuso”, Macron ha potuto accreditarsi come baluardo dei democratici e dei progressisti, a volte anche agli occhi di chi non aveva molto in comune con il suo humus liberale ed elitario.

Di fronte al Parlamento Europeo, dunque, Macron ha deciso di riconfermare il suo volto di europeista vincente, affrontando una serie di temi centrali per lo sviluppo dell’Unione, dalla riforma dei trattati di Dublino alla tassazione digitale e all’unione culturale.

Soprattutto, ha tirato in causa il crescere dei movimenti sovranisti in Europa e l’affermarsi della democrazia autoritaria alla Orban, affermando la necessità di difendere la democrazia e il modello liberale europeo, nella consapevolezza che tra sovranismo ed europeismo si combatte, oggi, uno scontro ideologico di fondo. Come ha detto Macron stesso in una frase culminante, probabilmente ampiamente preparata data la sua forma da aforisma, “la risposta all’autoritarismo non deve essere una democrazia autoritaria ma l’autorità della democrazia”.

Il riferimento alla democrazia, intesa chiaramente più come metodo sostanziale che come mera forma, contrapposta all’autoritarismo, permette di guardare più da vicino al tema. Seppur nella nuova cornice europea, questo schema non è certo nuovo, risalendo alla contrapposizione classica tra chi vede la sovranità come un rapporto immediato tra un popolo e un leader che ne esprime la volontà in maniera ab-soluta, e chi ritiene invece che essa si legittima nel rispetto di principi fondamentali, articolandosi in una serie di corpi intermedi tra Stato e cittadini (si pensi a cosa dice la Costituzione italiana sui partiti). È proprio in virtù di ciò, che deriva quella che nel discorso è stata definitiva l’autorità della democrazia.

Non è un caso, infatti, che mentre i democratici classici vedono i partiti come uno strumento fondamentale, i sovranisti hanno riscoperto la fascinazione per i movimenti, intesi come aggregazioni più fluide e meno organizzate, ma per questo anche più immediate nel costituirsi e nel definire i loro tratti identitari.

Proprio qui, però, risiede la grande contraddizione del discorso macroniano. Ex ministro del governo socialista di Hollande, Macron ha poi rotto con la sinistra francese, sostenendo come le vecchie categorie politiche siano ormai anacronistiche. In campagna elettorale, ha più volte sottolineato di non essere né di destra né di sinistra.

Soprattutto, Macron si è presentato alle elezioni creando un movimento personale e personalista, En Marche, che a livello teorico si è limitato ad occupare il campo, un po’ fumoso e indefinito, del progressismo europeista.

In questo senso, il “macronismo” si configura come un rapporto basato non tanto sulla rappresentanza, quanto sull’identificazione, priva di mediazione, con il leader, che viene visto come l’élite in cui rippore una fiducia quasi provvidenziale. Emmanuel Macron non viene “dal basso”, non è stato scelto in un percorso graduale, non si è confrontato con successo con i corpi intermedi prima di arrivare alla presidenza francese. Si è formato in centri d’élite, lontano dai canali di formazione politica tradizionale, è stato un ministro “tecnico” e non politico. En marche è un movimento che ruota attorno alla sua figura, l’unica davvero insostituibile.

Certo, la democrazia ha bisogno di leader con individualità particolari (per carisma, determinazione, figura rappresentata o altro), ma questi vengono sempre da un percorso graduale di riconferma e di strutturazione della propria leadership, tanto più perché la leadership democratica tradizionale si esprime all’interno dei corpi intermedi, che le conferiscono senso e rappresentanza.

Macron, che oggi si erge a difensore dell’Europa e della democrazia quasi come un novello Churchill, non ha nulla di tutto ciò: il macronismo, nella sua essenza, si basa sul rapporto immediato con il leader, la cui potenza, più che nella rappresentanza, si sostanzia nella scelta plebiscitaria (tratto alimentato dal sistema istituzionale francese). Macron, potremmo dire, non è stato scelto, ma ha chiesto di essere scelto dopo essersi autonominato leader. Non è un caso, del resto, che oggi intenda superare i partiti europei tradizionali, per dar vita a nuove famiglie che propongano a livello europeo la contrapposizione (semplice ma miope) tra sovranisti ed europeisti, slegandosi dalle strutture e dai bagagli teorici tradizionali.

Ma la democrazia plebiscitaria non è rappresentativa né autorevole; per certi versi, non è nemmeno democrazia. In questo senso, Macron è più vicino ai populismi di quanto creda. Per questo motivo, l’europeismo plebiscitario non può essere l’alternativa ai populismi: se lo scontro è ideologico e culturale in senso profondo, come giustamente dice Macron stesso, allora la risposta non può consistere nel riprendere i tratti del nemico da combattere.

Di fronte al macronismo, si deve riproporre l’obiezione per la quale l’europeismo non è un valore in sé, in nome di cui giustificare e sopportare ogni distorsione, ma ha bisogno di legittimarsi basandosi su una visione forte della rappresentanza sociale e del ruolo dell’Europa. Altrimenti, rischia di ridursi a dogma al pari della piccola patria vagheggiata dai sovranisti.

Macron ha ragione nel dire che occorre difendere la democrazia europea: il problema è che non la si difende con i suoi metodi.

 

Articolo apparso anche su Gli Stati Generali

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