L’eterno divario tra Nord e Mezzogiorno

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Tra le tematiche emerse dalla consultazione elettorale del 4 marzo, assume particolare rilevanza quella della divisione della penisola in due macro regioni, con il Mezzogiorno che cavalca l’ondata di cambiamento del Movimento 5 Stelle e abbraccia l’idea del reddito di cittadinanza. Questo risultato, letto congiuntamente con la vittoria della Destra nel resto della penisola, fa emergere le storiche differenze tra il Sud e il resto delle regioni italiane, testimoniando come il tessuto socio-economico italiano non sia ancora uniforme e sia necessario intervenire prontamente.

In generale, i dati contenuti nel “Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno” sono abbastanza positivi. Il Meridione cresce ad un ritmo maggiore rispetto alle regioni del Centro-Nord, sebbene il tasso di crescita (+1%) sia lontano dalle medie europee. La domanda interna svolge un ruolo importante, ma i consumi crescono ancora lentamente, mentre il contributo del settore manifatturiero è molto forte. Tale crescita però non è in grado di appianare le disuguaglianze: dal report dell’Istat “La povertà in Italia” si osserva come nonostante un lieve miglioramento nel corso degli ultimi anni, la povertà assoluta nel Mezzogiorno abbia un’incidenza del 8,5% a differenza del Centro e del Nord dove i valori si attestano rispettivamente al 5,9% e 5,0%. La situazione è addirittura peggiore se si considerano i dati inerenti alla povertà relativa: l’incidenza sulle famiglie del Meridione (19,7%) è maggiore del doppio di quella del Centro (5,9%) e quasi il quadruplo di quella del Nord.

Date queste premesse è chiaro come la proposta pentastellata del reddito di cittadinanza abbia riscosso un così ampio successo e costituisca una speranza concreta per le famiglie delle regioni meridionali. Tuttavia, nella formulazione attuale, se da una parte il reddito di cittadinanza impone che il ricevente assuma una posizione attiva nella ricerca di un impiego, dall’altra la manovra non è in grado di assicurare che si instauri effettivamente una corrispondenza tra la domanda e l’offerta di posti di lavoro. Considerando che al Sud si registra un tasso di disoccupazione del 19,4%, lo Stato non sarebbe in grado di assicurare sufficienti offerte di lavoro per ridurre il numero di beneficiari della manovra. L’effetto prodotto sarebbe un forte stimolo ai consumi che difficilmente sarebbe in grado di creare nuovi occupati nel lungo termine, nonostante la recente crescita economica del Mezzogiorno sia trainata dalla domanda interna.

Nonostante sia fortemente richiesto, il reddito di cittadinanza non costituisce una riforma che possa risolvere sistematicamente il problema del Mezzogiorno, per cui è necessario ideare un serio piano di sviluppo che permetta di creare un feedback positivo, del quale beneficerebbe tutta l’economia italiana. Le carte sono già in tavola ma devono essere attuate: Carlo Cottarelli, nel libro “I sette peccati capitali dell’economia italiana”, sostiene che il processo di rinnovamento debba passare per un aumento della produttività, un potenziamento del capitale umano del Sud e una riduzione dei livelli di corruzione. Non bisogna stupirsi del fatto che nessuna di queste problematiche sia di recente sviluppo, ma ciò testimonia come negli ultimi decenni gli interventi per risolverle siano stati marginali. L’auspicio è che alla fine delle consultazioni si instauri un governo sensibile a queste tematiche per assecondare il forte vento di cambiamento che nasce dalle urne del Meridione.

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