Università: la chiave per l’innovazione? Intervista a Nicola Bianchi

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Cosa dice la teoria e dove sbaglia l’Italia: ne parliamo con Nicola Bianchi, della Northwestern University

In un mondo in cui l’innovazione tecnologica procede a ritmi sempre più sostenuti, avere un buon sistema educativo è fondamentale per rimanere competitivi. Le Università di tutto il mondo si contendono i migliori talenti, e spesso in questi ambienti nascono progetti dall’impatto potenzialmente rivoluzionario. Gli atenei italiani purtroppo faticano a tenere il passo, soprattutto nelle cosiddette discipline STEM (Science, Technology, Engineering and Math). Le statistiche internazionali forniscono una fotografia impietosa delle nostre carenze: per molti queste sono alla base delle difficoltà che l’Italia sta attraversando, soprattutto in termini di produttività e competitività.  Discutiamo di questi temi con Nicola Bianchi, Assistant Professor nel Dipartimento di Strategia della Northwestern University, specializzato in Economia dell’Educazione.

In uno dei suoi ultimi lavori, insieme a Michela Giorcelli, Assistant Professor all’Università della California – Los Angeles, ha studiato come la possibilità di ottenere una laurea in una disciplina STEM influisce sulla probabilità di diventare un inventore, sfruttando per la strategia di identificazione la riforma che nel 1961 estese la possibilità di immatricolarsi in corsi di laurea di questo tipo anche a studenti non provenienti da un liceo. Ci aspetteremmo un effetto positivo, invece i risultati sembrano andare in un’altra direzione. Come più spiegare brevemente questa apparente contraddizione?

La riforma del 1961 offriva un perfetto “esperimento naturale”, consentendoci di confrontare la carriera professionale di due studenti diplomati presso lo stesso istituto tecnico prima e dopo la riforma. L’effetto complessivo che osserviamo sulla probabilità di diventare un inventore è quasi nullo, ma esso è il risultato di due fenomeni di segno opposto: da una parte per gli studenti eccellenti (quelli con un voto di maturità nella parte destra della distribuzione, per intenderci), questa probabilità diminuiva drasticamente, dall’altra per gli studenti di livello medio o basso essa aumentava significativamente. Il motivo è che per la prima categoria di diplomati, che prima del 1961 aveva una probabilità di sviluppare brevetti quasi doppia addirittura degli studenti liceali, la laurea ha aperto nuove opportunità di lavoro: potevano diventare ingegneri liberi professionisti o manager, oppure entrare nel settore pubblico. Questi impieghi portano a retribuzioni molto maggiori, ma sono meno legati al mondo dell’innovazione. Gli altri studenti, invece, tendenzialmente sono rimasti nel settore privato ma assumendo ruoli di livello più alto, diventando operai altamente specializzati o spesso dirigenti d’ impresa,  producendo un numero di brevetti nettamente superiore a prima del 1961, tanto da bilanciare l’effetto negativo sopra descritto.  

Le conclusioni sarebbero diverse se limitassimo le nostre analisi ai brevetti di “alto livello” (ad esempio quelli conseguiti negli USA)?

Sì, in questo caso potremmo dire di avere la relazione positiva che ci aspettavamo al punto precedente. Il motivo è che l’effetto negativo descritto prima scompare, perché i diplomati eccellenti che avevano scelto di indirizzarsi verso settori a basso tasso di innovazione forse non erano quelli davvero appassionati alla ricerca. Arrivare ad avere un brevetto negli USA, adesso come negli anni ’60, significa o che il diplomato è talmente bravo da riuscire ad emigrare ed emergere all’interno di realtà produttive statunitensi, o che l’azienda italiana presso cui lavorava è disposta a sostenere alti costi per farsi approvare il brevetto anche negli Stati Uniti per entrare in quel mercato. In entrambi i casi servono lavoratori molto competenti e soprattutto molto motivati.

Come ha evidenziato nel suo studio, le caratteristiche del mercato del lavoro hanno un ruolo fondamentale nello spingere gli studenti più capaci verso occupazioni a basso livello di innovazione. Questa tendenza è comune ad altri Paesi? Cosa si potrebbe fare per indurre questi ragazzi ad avvicinarsi al processo dell’innovazione?

È un fenomeno di cui si parla moltissimo anche negli USA: profili con un’eccellente preparazione in matematica e dotati di competenze tecniche come la programmazione non sono appetibili solo per aziende per loro natura “innovatrici” come Apple, ma anche per settori come la finanza, dove produrre brevetti è molto raro. Oggi ci sono computer in grado di fare trading quasi autonomamente, e un ingegnere informatico è essenziale per farli funzionare.  È un fenomeno difficile da arrestare. Il legislatore generalmente vuole intervenire per favorire l’innovazione, perché pensa che ogni nuovo brevetto possa portare grandi benefici alla collettività. È un tipico caso di “esternalità positiva”: nuove invenzioni possono cambiare la vita dei consumatori, generare occupazione o addirittura creare nuovi settori (si pensi all’ICT). Sono “guadagni pubblici” che però l’inventore non internalizza, perché la sua principale preoccupazione è ottenere un buono stipendio. La soluzione sarebbe livellare il “guadagno privato” al “guadagno pubblico”, in parole povere aumentare il salario dell’inventore tenendo conto del beneficio che egli genera per l’intera società, facendo sì che esso sia paragonabile a quello offerto ad esempio dal settore finanziario. Fare questo però è molto difficile: si possono aumentare i fondi alla ricerca, finanziando anche quella privata (come avviene negli USA) o offrire decontribuzioni alle imprese che investono in ricerca e sviluppo. Certamente però la relazione positiva fra investimenti in istruzione e innovazione non è così automatica come sembrerebbe.

Un altro tema molto discusso riguardo al nostro sistema scolastico è lo scarso numero di laureati. Le cause ipotizzate sono le più disparate, ma al di là degli evidenti problemi del mercato del lavoro, molti puntano il dito contro le barriere all’entrata del sistema universitario, tra cui le rette spesso non abbordabili o i test d’ingresso. Lei crede che politiche atte ad abbattere queste ed altre barriere e a consentire a più studenti di accedere all’Università possano produrre risultati positivi?

Non credo che aumentare le immatricolazioni sia una priorità. Per quanto le tasse universitarie possano essere proibitive per alcune famiglie, le barriere all’entrata dell’Università italiane non sono particolarmente alte: non c’è una massa di studenti che vorrebbero iscriversi a un corso di laurea ma non possono farlo, come succedeva negli anni ’60. Mi concentrerei invece sul tasso di abbandono universitario, questo sì vergognosamente alto rispetto a tutti i paesi sviluppati.

In sintesi, quale ritiene che siano i principali problemi dell’Università Italiana? Quale soluzioni suggerirebbe per renderla più competitiva a livello internazionale e più decisiva per lo sviluppo del nostro Paese?

Questo è un discorso molto lungo. Ovviamente io come tanti vorrei rivoltare l’Università come un calzino, ma dubito che la politica possa e voglia farlo. Ci sono però alcune soluzioni di medio- lungo periodo che non sono troppo costose e  porterebbero notevoli benefici. In sintesi il problema numero uno delle nostre università è che vivono di rendita, non sono abituate a competere.  In primis molti studenti non fanno una scelta consapevole quando si iscrivono, perché le informazioni sono poche e farraginose: negli Stati Uniti (scusate se li cito sempre…)esiste il sito https://collegescorecard.ed.gov/ , fornito dal governo, in cui i ragazzi possono trovare dati su tutti i corsi di laurea degli atenei americani, tra cui programmi, salario medio a 10 anni dalla laurea e tasso di abbandono. In Italia non c’è nulla di tutto questo. Inoltre il nostro sistema universitario non incentiva gli studenti ad arrivare rapidamente alla laurea, offrendo un numero spropositato di appelli che incentivano l’eterna procrastinazione degli esami. Infine non siamo in grado di selezionare gli studenti davvero bisognosi ma anche meritevoli di aiuti finanziari, costringendoli a scegliere l’università come se fossero le scuole medie, in base alla vicinanza da casa. Questa è una tragedia: ad Harvard ci sono anche figli di famiglie poverissime, che beneficiano di borse di studio sostanziose. Competizione è comunque la parola chiave.

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