Brexit: la partita entra nel vivo. Può il Regno Unito essere il miglior amico dell’Unione Europea?

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È usuale considerare la Brexit come spartiacque nella storia dell’Unione Europea e, in questo modo, sottolineare la gravità dell’uscita, soprattutto nel caso di hard Brexit: lo scenario che comprenderebbe l’uscita dal mercato unico. In contrapposizione a questa, la versione “soft” non influenzerebbe la libertà nella circolazione dei beni, dei servizi, delle persone e dei capitali.
Il primo ministro britannico May ha però ribadito che la dicotomia tra hard Brexit e soft Brexit non esiste, auspicandone una mild, vale a dire la completa indipendenza dall’Unione, dai suoi vincoli e, allo stesso tempo, la garanzia d’accesso al mercato unico all’imprese britanniche.
A questo proposito vale ricordare le parole dell’Economist, il quale ha definito i due obiettivi della “Brexit moderata di May “incompatibili”.  Questo perché la decisione spetta in seno a Bruxelles, ed è stato più volte ribadito dall’UE che, senza libertà di circolazione delle persone, non è possibile concedere libertà di movimento delle merci.
Il pieno accesso al mercato senza rispettare le condizioni comunitarie, sogno dei “Leave”, è ciò che si cerca di togliere dal tavolo delle trattative che ora sono entrate nel vivo: stiamo vivendo infatti una fase cruciale. Non è solo una questione di tempistica, dal momento che a partire dal 30 marzo 2019 il Regno Unito diventerà un paese terzo: ora si andranno a toccare i punti nevralgici, in termini di rapporti sociali e commerciali, che rappresenteranno il futuro dell’Europa.

In quest’ottica l’incontro “Brexit: la partita entra nel vivo”, tenutosi il 9 marzo presso l’ISPI, è stato utile per delineare un quadro della situazione. Come ha sottolineato il presidente di Villa Vigoni Michele Valensise, è forte la necessità di chiarezza per dissipare la percezione di mancanza di una posizione. Si stanno riducendo, o meglio dire, azzerando le possibilità di un’inversione di rotta, ovvero di un nuovo referendum e dunque tutti gli sforzi devono essere rivolti alla salvaguardia dei rapporti rebus sic stantibus.
A dispetto dello scetticismo di molti, l’Europa dei 27 ha mostrato finora una forte solidarietà e coesione interna, non in funzione punitiva ma propositiva nei confronti dei cittadini britannici, circa i diritti che potranno rivendicare e  i doveri che sempre devono andare di pari passo con i primi.
Valensise auspica che, nel lavorare sull’accordo, non si utilizzi il cherry picking, principio negativo secondo il quale una parte fa una scelta selettiva dei punti da concordare. “È una strada che non porta molto lontano, meglio avere un negoziato franco e trasparente.”
Occorre prestare attenzione ai punti indicativi dell’accordo, che possono essere molto complessi da gestire come ad esempio l’unione doganale, dal momento che non sono formulette vuote o teoriche ma hanno un impatto forte con la nostra quotidianità. In questo senso, è utile una lettura della bozza di accordo di recesso, che in buona parte riprende l’accordo a cui si era giunti a dicembre nella parte relativa ai diritti dei cittadini.
Massimo Gaudina, Capo della Rappresentanza a Milano della Commissione Europea, ne ha tracciato una breve panoramica, ripercorrendone i tratti salienti. Ad esempio, ha ricordato la parte finanziaria, questione di assoluto rilievo perché si è nel quadro della programmazione finanziaria 2014-2020 nella quale occorre il mantenimento degli impegni già presi dalla Gran Bretagna. Una questione spinosa è rappresentata dal rapporto con l’Irlanda in particolare la cooperazione tra Nord e Sud necessaria ad evitare il ritorno di un hard border e garantire gli accordi di pace.

La bozza rappresenta dunque una mappa ben precisa riguardo la direzione da prendere, ma restano ancora delle incertezze, sulle quali ha discusso Alberto Simoni, caporedattore Esteri de La Stampa, che ha paragonato l’Unione ad una moglie tradita, desiderosa di vendetta nei confronti dello storico partner infedele. Dal canto suo la Gran Bretagna non ha avuto un indirizzo univoco dopo l’esito del referendum, una confusione che è aumentata dopo le elezioni. Infatti, il partito antieuropeista possiede un’anima importante e come ha fatto notare Alessia Mosca, membro del Parlamento europeo, i dati mostrano come i cittadini britannici non abbiano cambiato le loro attitudini nei confronti dell’esito del referendum, malgrado le palesi conseguenze economiche. Brexit è l’esito di una scelta politica “di pancia” basata sui sentimenti degli elettori, influenzati da messaggi di  moral panic o  invasion. Sentimenti comune in altri Paesi europei, del resto. L’ultima dimostrazione, nemmeno a dirlo, sono le nostre elezioni: Lega e  M5s ci ricordano che la vocazione indipendentista e sovranista dei due partiti nasce non solo per ragioni ideologiche, ma anche per motivi economici, dal momento che molte delle loro proposte non sono certo auspicate a livello comunitario. In quale modo impatta nella negoziazione questo clima di euroscetticismo? In altri termini, alcuni paesi potrebbero essere invogliati a concedere parecchio alla Gran Bretagna, in modo da garantirsi un quadro tecnico già definito nel caso in cui volessero eventualmente uscire anch’essi un domani?
La risposta arriva da Valensise: l’euroscetticismo è si diffuso, ma occorre non confondere la contrarietà di alcuni alla costruzione europea con la delusione-lecita- del cittadino che crede pregiudizialmente all’Unione ma che non ne vede riflessi i benefici nel suo quotidiano. Non si tratta di un euroscettico, ma di un eurodeluso ed è possibile recuperare il suo favore attraverso un’Europa più tangibile e solidale.

Per dissipare poi i dubbi circa il comportamento britannico, l’Ambasciatrice per l’Italia, Jill Morris, ha chiarito che “nessuno in UK ha votato per essere più povero e meno sicuro, quindi l’accordo deve essere in linea con l’attitudine di un Paese aperto e tollerante, consapevoli delle conseguenze della decisione, come  ad esempio la possibilità di una diminuzione dell’accesso ai mercati o l’ingerenza dell’Unione ancora in  qualche decisione. Fermo restando che l’UK resterà a fianco dell’Unione per tutte le sfide che non hanno confini e per le azioni di politica estera, perché si, ora la Gran Bretagna diventerà un paese terzo, ma con la volontà di essere il migliore amico dell’UE. “
Da partner infedele a miglior amico, il matrimonio al capolinea Brexit può evolversi in un conscious uncopling, non proprio una riappacificazione, ma meglio di un divorzio tout court.

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