8 Marzo in Italia: c’è davvero da festeggiare?

8 marzo

Lo scorso anno l’insegnante di Microeconomia ci mostrò una ricerca da lei condotta all’interno dell’università, apparsa recentemente su “Le Monde”, che rivelava come le ragazze, seppur sulla carta più competitive, scelgano come destinazione per il terzo anno di scambio all’estero università meno prestigiose rispetto ai loro colleghi maschi. Pochi mesi più tardi, durante una lezione di Macroeconomia sulla diseguaglianza di genere nei paesi OCSE, il professore sottolineò l’infelice caso dell’Italia e rivolgendosi a me, che seduto in prima fila sarò con ogni probabilità apparso affranto, spiegò come la situazione economica italiana sarebbe ben più prospera se soltanto le donne fossero messe nella condizione di “darsi di più da fare”. Io risposi, piuttosto scherzosamente, che ero d’accordo con lui e che se la condizione delle donne italiane fosse pari alle loro omologhe transalpine la nostra economia sarebbe più in salute di quella francese. Lui, guardandomi seriamente, rispose che probabilmente avevo ragione.

Per quanto mi sia sempre reputato, non con eccessiva pretesa, una persona dalla mentalità aperta, ho cominciato a rendermi propriamente conto del significato della parità di genere soltanto da quando ho cominciato a vivere in Francia. Perché sì, potrà sembrare eccessivo ma il paese dei “cugini”, quello che da sempre è più facilmente accostabile all’Italia per numerosi aspetti economici, politici e socio-culturali, se ne distacca marcatamente per quanto concerne l’attenzione posta sulla parità di genere. Addentrandosi nella vasta mole di dati offerti sulla diseguaglianza di genere dai maggiori centri internazionali di sviluppo di ricerca e analisi, non v’è bisogno di essere particolarmente inclini al pessimismo per uscire quantomeno sconfortati da quello che è lo stato attuale delle cose. Guardando ad uno studio dell’OSCE sulla differenza di genere1, nel 2014 il reddito mediano delle donne italiane ammontava al 5.6% di quello maschile, quasi la metà rispetto al dato francese (9.9%), un terzo rispetto a quello tedesco (15.5%). Secondo il rapporto del 2017 sulla diseguaglianza di genere del World Economic Forum2, l’Italia si piazza 82esima su 144 paesi, a distanza siderale dalla Francia 11esima e Germania 12esima, risultando fanalino di coda dell’Europa occidentale a pari merito con Grecia e meglio soltanto di Cipro e Malta. A pesare negativamente sono la partecipazione e l’opportunità economica, dove l’Italia figura addirittura in 118esima posizione, e i dati concernenti la partecipazione, l’attività e la centralità politica. Di quest’ultima anche le recenti elezioni hanno dato un ulteriore saggio.

Nelle ultime settimane il programma “Otto e Mezzo”, condotto da Lili Gruber su La7, ha dato modo a più riprese all’osservatore più sensibile al tema, di trovare un’ulteriore conferma di quanto scritto in precedenza. Ogniqualvolta la conduttrice domandasse al candidato ospite di turno di illustrare le politiche in programma per rilanciare la condizione femminile in Italia, le risposte lasciavano spesso interdetti quando non esplicitamente attoniti.   Luigi Di Maio (M5S) ha parlato di concedere pensioni e non di creare lavoro mentre Matteo Salvini (Lega) ha addirittura accennato a misure che permettano alle donne di “pensare e dedicare più tempo alla famiglia”. Al primo che ha sottolineato come tre ministeri chiave della squadra di governo proposta anticipatamente – Interni, Esteri e Difesa – siano stati affidati a donne, la conduttrice rispondeva che 5 ministre su una squadra di 17 rappresentavano un dato quantomeno deludente, specialmente quando rapportato alle 8 del governo Renzi o alle 7 del governo Letta, mentre il secondo come unica proposta sottolineava come la Lega avesse fatto candidare l’avvocatessa penalista Giulia Bongiorno, collaboratrice alla redazione della legge sullo stalking. Nessun accenno ad un pacchetto di misure volte a favorire l’integrazione e l’avanzamento delle donne nel mondo del lavoro, nessuna menzione di quote rose o di piani ad ampio respiro volti al implementazione strutturale dell’inclusione femminile. A rappresentare però uno dei momenti più significativi e grotteschi nel comprendere quanto l’Italia sia ancora intrinsecamente indietro sul tema è stata la puntata del 20 Febbraio, con ospiti Viola Carofalo (Potere al Popolo), Beatrice Lorenzin (AP) e il noto scrittore Giampaolo Pansa. Quando l’argomento “donne in politica” è stato introdotto, lo scrittore – figlio evidentemente di un’altra epoca – ha iniziato a riferirsi alle due candidate come la “deliziosa signora bruna” e la “deliziosa signora biondo cenere”, scaturendo una reazione piccata nella prima e un imbarazzo misto a compassione nella seconda. In questo quadro sconfortante non può essere sufficiente ragione di conforto il dato delle elezioni politiche dove, in attesa dei risultati ufficiali dalle sezioni estere, le donne entrate in Parlamento sono un terzo, in lieve aumento rispetto al 30.1% della legislatura precedente, con il Movimento 5 Stelle che vede portare in Senato il 37,5% di donne tra i suoi eletti, seguito dal Centro Sinistra con il 22% e dal Centro Destra con il 21%.

Spostandosi sulla percezione nella comunicazione delle rappresentanti donne degli attacchi più o meno marcatamente sessisti sono stati ricevuti negli scorsi mesi da pressoché tutte le principali figure femminili della politica italiana. Mentre Maria Elena Boschi è stata criticata e valutata spesso per abbigliamento, avvenenza e presunti rapporti con Renzi, Marianna Madia veniva invece fotografata da “Chi” con il gelato in bocca con un’allusione sessuale mentre Virginia Raggi è stata definita “patata bollente” da “Libero”. Un simile atteggiamento è stato riservato a Chiara Appendino, Giorgia Meloni, fino ad arrivare all’estremo della bambola gonfiabile della Boldrini mostrata ed agitata ad una festa della Lega con Matteo Salvini presente. Merita menzione anche il caso della campagna italiana di “Me Too”, con la pur discutibile Asia Argento che da un lato è ospite all’estero di conferenze, incontri e programmi televisivi, mentre in patria è stata sovente bersaglio di critiche accese, in seguito alle denunce di stupro a danno del produttore hollywoodiano Harvey Weinstein.

In questo quadro un’ulteriore riflessione sulle tanto discusse quote rosa appare pertinente. Chi vi si oppone sostiene come una rappresentante debba essere selezionata per un attributo di merito e competenza e non per una categoria intrinseca, ovvero il proprio genere, mentre i fautori di tale misura sottolineano l’esigenza di agire dall’esterno per velocizzare i processi di modernizzazione della società. Interessante spunto a questo proposito è un programma attuato nel 2000 in India dove in vari stati come nel Bengala Occidentale o nel Rajasthan, un terzo dei locali consigli d’amministrazione del villaggio o gram panchayat, venivano selezionati a caso per essere completamente riservati a donne nonostante lo scetticismo generale3. In quegli stessi stati le elette, seppur tra numerose imperfezioni ed un diffuso dominio de facto dei coniugi maschili sul processo decisionale, ottenevano risultati importanti, rispondendo maggiormente alle esigenze della popolazione femminile (prediligendo la costruzione di pozzi nell’area circostante al villaggio rispetto a quella di strade, priorità invece prettamente maschile) e risultando considerevolmente meno inclini ad essere corrotte. Inoltre contrariamente a quanto accadeva in quelli senza alcuna esperienza di donne al governo, negli stati indiani con quote rosa, l’opinione pubblica manifestava un’accresciuta fiducia verso l’amministrazione al femminile, premiando in misura maggiore le candidate donne alle tornate elettorali successive. È interessante infine menzionare come in quei villaggi con un’esperienza di governo femminile, al contrario di quanto accadeva in quelli mai amministrati da donne, la lettura di uno stesso programma da parte di una voce femminile ispirava più confidenza dello stesso letto da una voce maschile.

Magari se a partire proprio dal prossimo governo si troverà un’intesa su una politica d’insieme che sappia affrontare questo tema così determinante per la prestazione economica di un paese, l’8 Marzo italiano 2019 avrà un ulteriore valido motivo di essere festeggiato.

 

Fonti:

http://www.oecd.org/gender/data/gender-wage-gap.htm

http://reports.weforum.org/global-gender-gap-report-2017/dataexplorer/

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