Vicino Oriente e lontano Occidente. Nuovi equilibri

Per contestualizzare e mettere a fuoco lo scenario di contestazione popolare che ha aperto il nuovo anno nelle maggiori città dell’Iran, sono tre i dati di cui abbiamo bisogno: gli attori, i destinatari e la scala della protesta. A tal proposito, può essere di grande utilità un confronto diacronico, misurando gli avvenimenti dello scorso mese con il metro delle più importanti stagioni di rivendicazione politica nell’Iran degli ayatollah: la rivolta degli studenti, del luglio 1999, e la grande protesta post-elettorale del 2009.

Gli attori. I sei giorni di proteste che hanno scosso le città iraniane nel 1999 furono la conseguenza di una vasta protesta studentesca contro le limitazioni alle libertà di stampa e di espressione. Il “casus belli” che il 7 luglio di diciannove anni fa, portò in piazza gli universitari di Teheran fu la chiusura di Salam, quotidiano di ispirazione riformista. Una dimostrazione pacifica che, a seguito di un intervento muscolare da parte delle forze dell’ordine, diede vita a un’escalation e a una repressione che sconcertarono l’intera nazione e la stessa classe dirigente (abituata, dalla rivoluzione del 1979 fino a quel momento, a rimostranze di dimensione decisamente inferiore).

Al contrario, a scendere in piazza, in queste ultime settimane dal 28 dicembre scorso, sono i ceti più bassi della società iraniana. Il sociologo iraniano Farhad Khosrokhavar l’ha definita, riciclando la definizione di una storica stagione di rivolte nella Normandia del XVII sec., una nuova “rivolta degli straccioni” (révolte des va-nu-pieds). Come lo stesso autore suggerisce, alla base della rivendicazione vi è una ragione economica, e solo in secondo luogo politica: gli iraniani stanno protestando per l’insostenibile del carovita che ha interessato il Paese nell’ultimo decennio. Il focolaio di proteste, che dalla città di Mashhad si esteso all’intera nazione, ha interessato tutte quelle classi sociali che, in qualche misura, hanno patito le conseguenze de 1. la crisi economico-finanziaria globale; 2. le sanzioni internazionali contro la politica nucleare iraniana(sospese nel 2016); 3. la gestione estroflessa delle risorse economiche da parte del governo (e da qui la connotazione politica della contestazione).

I destinatari. La grande protesta che attraversato il paese iraniano dal giugno 2009 al giugno 2010, dobbiamo ricordarlo, fu scatenata da un’insofferenza per la ri-elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad – e si mantenne sempre incentrata su questi termini. Una nazione che nel 2005 aveva eletto una prima volta il candidato conservatore e populista, dopo quattro anni di promesse disilluse e il sospetto di brogli e irregolarità, si sollevava in protesta per chiedere la destituzione di Ahmadinejad e nuove elezioni. Il 2018, al contrario, si è aperto con una decisa pletora di cori di ostentata violenza, rivolti alle figure cardine dell’apparato governativo, contro l’ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema (dai protestanti definito “dittatore”), o l’intera istituzione della “repubblica islamica”. Persino il moderato presidente in carica dal 2013 pare non avere scampo: «marg bar Rūhānī » grida il popolo, cioè “morte a [Hassan] Rouhani”.

Contro una classe dirigente accusata di esser chiusa in sé stessa e sorda alle rimostranze, si assommano l’accusa di corruzione diffusa e l’uso – a parere del popolo in rivolta – ingiustificato che il governo iraniano ha fatto delle poche risorse della nazione: è quasi del tutto superfluo osservare che negli ultimi anni, nel contesto della crisi terroristica che ha attraversato le regioni limitrofe – Siria e Iraq – la repubblica degli ayatollah si è fatta notare per il suo forte interventismo in questioni politico-militari estere. Un interventismo che conduce a complesse conseguenze, ora che l’emergenza terrorismo islamico è (sembra) risolta.

La lotta al terrorismo ha un costo. E ancor più elevati sono i costi di manutenzione della longa manus che l’Iran ha steso oltre i suoi confini, in Iraq, Siria, Libano e Israele/Palestina (per citare i paesi dove sono più evidenti i gruppi armati che godo del sostegno iraniano-sciita). La coperta finanziaria è troppo corta, e troppo a lungo ci si è dedicati alla cura dell’egemonia estera – dicono gli iraniani in protesta – lasciando scoperte le necessità del popolo, in particolare delle classi più svantaggiate. Il senso della protesta è esplicitamente reso dai cori che si ripetono per le strade di Mashhad, di Teheran, di Esfahan: «Lasciate stare la Siria, pensate a noi» oppure «La mia vita è per l’Iran, non per Gaza o per il Libano».

Infine, la scala. È sempre un esercizio controverso quello di misurare le dimensioni di una protesta anti-governativa (come si “quantifica” una sollevazione popolare? con la sola cifra dei partecipanti? e soprattutto qual è la fonte più affidabile, tra i tanti soggetti coinvolti?). Ma possiamo mettere a confronto alcuni dati abbastanza solidi. La rivolta degli studenti si concluse, nel 1999, con all’incirca 1500 arresti (fonte Brookings). Dieci anni più tardi, a seguito delle proteste post-elettorali del 2009, lo stesso governo iraniano aveva confermato la straordinaria cifra di 4000 arresti (una quota che ne fa la più grande rivolta nella storia della Repubblica islamica). Tornando ad oggi, secondo la CNN, la “rivolta degli straccioni” avrebbe dato luogo ad almeno 3700 arresti nelle sole settimane dal 28 dicembre al 9 gennaio (cifra confermata anche da Al Jazeera).

Se questa è la scala che stiamo osservando, allora si rivela a dir poco intrigante l’osservazione di Potkin Azarmehr, blogger iraniano che scrive da Londra, riguardo all’insolito – se non sospetto – disinteresse della stampa occidentale (qui). In altre occasioni, secondo Azarmehr, l’attenzione mediatica del mondo non-mediorientale era sempre pronta a cogliere il più piccolo segnale di irrequietezza anti-governativa da parte del popolo iraniano. Ora, che sul piatto delle agenzie informative è offerta una diffusa sollevazione interclasse che conta diverse migliaia di cittadini, e decine di morti, e il cui bersaglio è l’intera istituzione khomeynista della teocrazia islamica sciita (velayat-e faqih), l’Occidente non sembra più capace di lasciarsi sedurre dall’immagine di un “Iran insofferente” nei confronti di un “regime islamico-oscurantista”. Sempre questa immagine sia mai stata autentica.

Anche in questo caso, come dovremmo misurare la copertura mediatica? E cosa dovremmo inferire da questa misura? Viene spontaneo suggerire che l’osservazione dell’autore è più che altro una provocazione. Certamente, i quotidiani europei e americani hanno dedicato largo spazio agli avvenimenti del capodanno iraniano (anche se a fronte di molte difficoltà, secondo quanto afferma Lee Smith per Tablet). Ma può darsi che la reazione dell’Occidente sia rivelatrice di un diverso assetto delle politiche globali. Nuovi interessi, e nuovi equilibri. È senz’altro importante osservare sotto una quarta, e ultima prospettiva, ciò che distingue i moti di oggi da quelli del 2009 e del 1999.

Distacca l’attenzione una reazione in particolare: con evidente trasporto, il presidente statunitense Donald Trump si è da subito lanciato in prima linea a difesa dei protestanti iraniani: l’account twitter del POTUS, nei giorni a cavallo del capodanno, ha svolto l’eccezionale funzione di “osservatorio iraniano per i diritti umani”.

Scrive il blogger iraniano Azarmehr: «Nei primi giorni della rivoluzione del 1979 […] le proteste erano decisamente meno frequenti. C’erano molti meno manifestanti in singole città fortemente religiose, per lo più ignorati dalla maggioranza della popolazione iraniana. Eppure i mass media occidentali non perdevano una sola occasione per denunciare anche la più piccola e insignificante tra quelle prime proteste, facendone infine un fenomeno mediatico». Al contrario, le infaticabili incursioni mediatiche del presidente Trump sul panorama mediorientale (una su tutte, la questione “Gerusalemme capitale”) conducono, quasi sempre, come primissimo effetto, allo sconcerto dell’opinione internazionale. Queste manovre potrebbero lasciar pensare a una goffa imitazione del classico manufacturing consent di stampo statunitense. Potrebbero, ma solo se ci ostiniamo a vedere, nelle azioni e reazioni di Trump, una illogica strategia per la difesa del ruolo degli USA in quanto leader delle dinamiche internazionali: dovremmo piuttosto concludere Trump stia concorrendo per il titolo di leader delle gaffe diplomatiche.

Se invece osserviamo gli sviluppi sul “fronte interno” che il 45esimo presidente si trova ad affrontare (uno shutdown dopo l’altro) nella difficile alba del suo secondo anno di mandato, troviamo una possibile, logica spiegazione alla strategia del “tweet-bombing”: provocare le forti reazioni dell’opinione internazionale, non solo dei rogue state è un efficace strumento sulla strada del consolidamento di un consenso interno. E il presidente Trump, fin dal suo insediamento alla Casa Bianca, si è dimostrato un campione nella rischiosa, e ambigua, dialettica tra prassi interventista e propaganda conservatrice. Secondo Paul Miller, esperto dell’Austin UT e che definisce se stesso un internazionalista conservatore, la linea dura del nazionalismo di Trump è facilmente recepita come una forma di isolazionismo sui generis. Essa funziona solo all’interno di un’“ideologia della sopravvivenza”, una rappresentazione delle politiche globali in cui il mondo liberale deve stringere i denti e dare prova di forza, contro una schiera infinita di nemici esterni: «È la natura stessa del mondo ciò che impone [a Trump] un impegno internazionale energico». A differenza di un isolazionista puro, che seguirebbe la strada maestra del disimpegno dagli scenari internazionali, la dottrina di Trump ha sempre bisogno del confronto con il nemico.

L’Iran ne ha già uno, o più di uno. Ha costruito la sua longa manus Iraq-Siria-Libano grazie all’efficace dispositivo dell’interventismo anti-terrorismo. Ora che l’ISIS appare sconfitto, Teheran punta già il suo dito contro un altro nemico: le prime dichiarazioni del governo, in risposta al sollevamento del mese scorso, esprimevano una dura condanna delle “influenze estere”, di potenti internazionali che – a parere del governo iraniano – avrebbero “grottescamente interferito nella politica interna” del paese islamico.

In questa intricata trama di attribuzione di responsabilità, chi si trova a giocare un ruolo particolarmente complesso è chiaramente l’Arabia Saudita. La potente petrolmonarchia che siede al centro di una complessa alleanza decennale con gli Stati Uniti ma che punta, al tempo stesso, all’egemonia sulla regione mediorientale. Nei giorni successivi alla mossa di Trump sulla capitale di Israele, la reazione del regime saudita – che dovrebbe imporsi come protettore panarabo e panislamico dei diritti dei palestinesi – si è distinta per il suo tono cauto e moderato, quasi una dimessa dichiarazione di neutralità. Israele sarebbe sì la “quinta colonna” del “neocolonialismo occidentale” e dunque una minaccia per il mondo arabo-islamico, ma anche un fondamentale alleato dell’alleato americano. Ma, come mette bene in evidenza un dossier speciale dell’ISPI, l’Arabia Saudita ha bisogno del supporto statunitense, se vuole sperare di primeggiare nello scontro con il più pericoloso concorrente per l’egemonia mediorientale: proprio l’Iran, con la sua longa manus di supporto ai partiti/gruppi armati sciiti (da Hezbollah in Libano ai ribelli Huthi in Yemen).

Secondo l’ISPI, la rivalità tra le due potenze mediorientali andrebbe ben oltre la sola contrapposizione teologica tra sciiti e sunniti. L’Arabia Saudita, unico stato al mondo che prende il nome dalla dinastia regnante, è una monarchia assoluta che, tradizionalmente, si legittima in quanto protettrice delle città sacre dell’Islam (La Mecca e Medina) e grazie a una storica alleanza con il wahhabismo sunnita ma che, negli ultimi tempi e per mano del principe Mohammad bin Salmān, sta attraversando un complicato processo di riforme – se non laiciste, forse, almeno in superficie, di ispirazione egualitaria. La Repubblica Islamica dell’Iran, al contrario, è una teocrazia di fatto (ma non di nome) nella quale, ciò nonostante, dal 1979 (anno della Rivoluzione islamica) si sono tenute dodici elezioni presidenziali e dieci elezioni legislative – in un sistema elettorale in cui, ad ogni modo, l’approvazione delle candidature presidenziali e della legiferazione parlamentare spetta al Consiglio dei Guardiani della Costituzione, organo non-elettivo sotto il diretto controllo dell’ayatollah Khamenei.

In conclusione, può essere utile osservare i movimenti nel panorama mediorientale considerando che tali movimenti, su una scala più larga, rispondano di tensioni ed equilibri non ancora del tutto evidenti. Nuovi poli gravitazionali della geopolitica globale nei quali, in quanto attori o soggetti di un sistema internazionale, dovremmo imparare a leggere con accuratezza. (Senza dimenticare la sempre sottovalutata costante della storia economica recente, ovvero l’irrefrenabile ascesa della leadership cinese). Tenendo ben presente anche l’ipotesi che, in questo nuovo assetto gravitazionale, l’Occidente statunitense stia seguendo la difficile strada del disimpegno nelle questioni di politica estera, aspirando a ricoprire un ruolo marginale rispetto agli equilibri del potere intercontinentale.

Un panorama globale, insomma, in cui gli USA di Trump giocano nel recinto di casa, facendo uso privato della politica estera.

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