Abolire le tasse universitarie contribuirà davvero ad aumentare le immatricolazioni?

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Il tema delle tasse universitarie è tornato sotto i riflettori dopo che l’attuale presidente del Senato, Pietro Grasso, in corsa alle prossime elezioni politiche con il partito Liberi e Uguali, ha affermato di aver inserito nel programma la loro abolizione totale. L’iniziativa costerebbe 1,6 miliardi di denaro pubblico, reperibili, secondo Grasso, tagliando un decimo dei fondi che attualmente il Ministero dell’Ambiente utilizza per «sussidi dannosi all’ambiente». Al di là della sostenibilità finanziaria della misura proposta da Grasso e delle opinioni politiche dei singoli, quello che ci chiediamo dal punto di vista della scelta dello studente è: cancellare le tasse universitarie ha un qualche impatto sulle immatricolazioni? Se sì, di che tipo e di quale entità? Rendere la formazione universitaria totalmente gratuita potrebbe aiutare a far crescere la percentuale di laureati in Italia, un dato fermo alla coda della classifica OCSE?

Oggi una retta in un’università pubblica può superare i 2000€ per gli studenti con indicatore reddituale ISEE relativamente elevato, mentre si ferma a zero per i redditi più bassi (come voluto dal cosiddetto Student Act). Un piccolo confronto: i nostri vicini spagnoli pagano più o meno le stesse cifre, in Norvegia le tasse sono azzerate, mentre in Inghilterra è facile superare i 10.000€ annui. Come si può constatare all’indirizzo europa.eu [1], la galassia delle tasse universitarie nei paesi europei è variegata.

In uno studio pubblicato su Ruhr Economics Papers nel 2013 [2] si analizzano gli effetti delle tasse universitarie sulle immatricolazioni e sulla scelta della località dove studiare dei neodiplomati in Germania, dove nel 2005 la Corte costituzionale ha reintrodotto le tasse universitarie. Al momento della stesura dell’articolo scientifico citato, 7 su 16 Stati federati tedeschi richiedevano pagamenti di tasse agli studenti universitari. Lo studio ha dimostrato che la presenza di tasse universitarie non influisce in maniera rilevante sui tassi di immatricolazione locali, nel senso che per gli studenti è pressoché indifferente studiare in uno Stato che preveda tasse o meno. A livello nazionale, è stato osservato un lieve effetto negativo delle tasse sulle immatricolazioni totali in particolare degli studenti di sesso maschile, mentre scindendo tale effetto sul piano locale si rileva che ciò è attribuibile al calo della presenza negli Stati con tasse di studenti fuori sede proveniente dagli Stati senza tasse, sempre nel caso degli studenti maschi. Quindi, il risultato è che le immatricolazioni complessive non sono scese di molto, ma gli studenti evitano di andare a studiare negli Stati che prevedono tasse universitarie. Un risultato simile, per quanto riguarda la scarsa influenza delle tasse universitarie sul tasso di immatricolazione, è emerso anche in uno studio del 2014 finanziato dalla Commissione europea [3], secondo cui l’aumento delle tasse riduce le immatricolazioni in maniera meno incisiva rispetto a quanto facilmente prevedibile dal senso comune.

Un altro studio [4] svolto nel Regno Unito nel 2014 ha tenuto in considerazione la rimozione delle tasse universitarie in Scozia nel 2001 e il forte aumento delle stesse in Inghilterra nel 2012. Lo studio ha rilevato un calo delle immatricolazioni in seguito all’aumento delle tasse, senza però mostrare un qualche peggioramento di tale fenomeno nel caso di studenti con background disagiati. Le facoltà maggiormente colpite dal calo, tuttavia, sono quelle con le peggiori aspettative reddituali post-laurea: ciò lascia supporre che l’importo delle tasse resti un importante fattore decisionale nella scelta del proprio futuro, di concerto con l’impostazione familiare, le aspettative reddituali (infatti le immatricolazioni sono diminuite di pochissimo in quelle facoltà che garantiscono redditi alti) e le ambizioni del singolo. Tuttavia, il calo generalizzato delle immatricolazioni, senza che sia rilevata maggiore gravità nelle fasce sociali basse, lascia supporre che la determinante maggiore nella scelta degli studenti non siano le tasse, ma le aspettative future. Un risultato che può essere letto contemporaneamente con quello dello studio tedesco: se è vero che la presenza di tasse influisce poco sulla scelta dello studente di immatricolarsi o meno, è altrettanto vero che un aumento delle tasse riduce le immatricolazioni.

Proviamo ad applicare questi risultati al caso italiano. In Italia le immatricolazioni sono già basse (sebbene le tasse delle università pubbliche non raggiungano i livelli astronomici dell’Inghilterra). Nessuno sa se il livello di iscrizioni potrebbe alzarsi eliminando totalmente la contribuzione studentesca, né se ciò potrebbe influenzare la scelta e di quanto. In un contesto di tagli alla pubblica istruzione e alla ricerca, sarebbe tuttavia il caso di valutare se lo Stato sia in grado di finanziare comunque le università degli introiti mancati a causa dell’abolizione delle tasse. Quei soldi entrerebbero comunque nelle casse degli atenei? E se sì, per quanto tempo? Non è dato saperlo, considerato l’attuale contesto di scarsità di risorse destinate alle università e tenendo conto che in futuro sarà difficile reintrodurre le tasse universitarie senza mal di pancia, qualora dovessero essere abolite oggi. La difficoltà di reintrodurre le tasse dopo un’eventuale abolizione è dimostrata dallo studio inglese, dal quale emerge l’effetto negativo dell’aumento delle tasse sul tasso di immatricolazione. Il risultato di una maggiore scarsità di risorse per gli atenei, visto il contesto qui descritto, potrebbe essere un calo della qualità della ricerca nel lungo periodo, che costringerebbe le nostre menti migliori a fuggire all’estero per cercare fondi irreperibili in madrepatria.  Insomma, otterremmo il risultato opposto a quello sperato.

L’auspicio è che, pertanto, un’eventuale abolizione delle tasse universitarie vada di pari passo con un piano di investimento nella ricerca pubblica, credibile e caratterizzato da un orizzonte temporale lungo, e con un programma che possa davvero incentivare gli studenti a restare in Italia. Oppure che ci si limiti a ridimensionare l’importo delle tasse per i redditi più bassi, promuovendo in contemporanea la presenza di borse di studio per merito. In medio stat virtus.

 

Fonti

[1] http://europa.eu/youth/eu/article/53/21134_en

[2]  Alecke, Björn; Burgard, Claudia; Mitze, Timo (2013): The Effect of Tuition

Fees on Student Enrollment and Location Choice – Interregional Migration, Border Effects and Gender Differences, Ruhr Economic Papers, No. 404, ISBN 978-3-86788-459-4

[3] European Commission (2014): Do changes in cost-sharing have an impact on the behaviour of students and higher education institutions?, ISBN 978-92-79-38178-2

[4] Sà (2014): The Effect of Tuition Fees on University Applications and Attendance: Evidence from the UK, IZA Discussion paper No. 8364

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