Statuto speciale cercasi

zaiamaroni

A una decina di giorni dal referendum sull’autonomia in Lombardia e Veneto, si spengono i tablet e si accendono le polemiche. Le vertiginose percentuali del sì (date sostanzialmente per scontate) si sono rivelate di secondaria importanza rispetto al dato dell’affluenza, che ha dimostrato quanto il tema dell’autonomia fosse particolarmente sentito in Veneto e quasi considerato ininfluente in Lombardia.

Nulla di nuovo sotto il Sole: negare che in Veneto sia ancora vivo il ricordo della Serenissima sarebbe assurdo. Al di là del dovuto rispetto alla volontà popolare, doveroso nonostante la natura consultiva del referendum, il problema che si presenta oggi è come tradurre in fatti questa travolgente voglia di autonomia. Il nodo è come spartirsi l’articolo 117 della Costituzione (molti avranno un déjà-vu, ricordando il 4 dicembre 2016), con particolare riferimento alle ventitré competenze concorrenti tra Stato e Regione che la riforma costituzionale dello scorso anno avrebbe voluto ridurre a nove. Nulla a che vedere con la questione catalana: in Veneto e Lombardia hanno scelto di muoversi nella legalità, bando alla secessiun. La nostra Costituzione, precisamente l’articolo 116, prevede una procedura speciale per assegnare maggiori competenze alle Regioni a statuto ordinario. Ma dov’è il tanto sbandierato residuo fiscale, cioè quel maggior gettito di tasse che la Regione vorrebbe tenersi per sé e non inviare allo Stato centrale?

Tutti lo sanno, in pochi lo dicono: non trasuda direttamente dalla volontà dei veneti e dei lombardi, ma si cela tra le pieghe del futuro accordo con Roma. Il vero salto di qualità, com’è ovvio, si farebbe con la concessione dello statuto speciale alle regioni interessate: parliamo soprattutto del Veneto, non tanto della più distaccata Lombardia. È dal Veneto, infatti, che è partito l’iter per la presentazione di una Legge costituzionale volta alla concessione dello status di cui oggi godono solo Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige. Da Palazzo Chigi sbolognano il tutto al Parlamento, come del resto prevede la carta costituzionale.

Non molti sanno però di un altro referendum, tenutosi in provincia di Belluno parallelamente al quesito maggiormente noto, il cui scopo era la concessione di maggiore autonomia anche all’ente provinciale. Sul sito del movimento promotore non lo si nasconde più di tanto: Belluno potrebbe diventare la terza provincia autonoma d’Italia, unita al Trenino-Alto Adige. Nulla vieta, in ogni caso, che altri enti possano sentirsi trascinare dal Nord-Ovest ed avanzare nuove richieste. La carta politica d’Italia, al netto della volontà di Roma di assecondare queste volontà, è destinata a cambiare? Forse sì, forse no. La risposta è nelle mani del legislatore, precisamente di quello costituzionale, che dovrebbe cogliere l’attimo per rivedere profondamente l’organizzazione degli enti locali, da Nord a Sud, senza necessariamente mantenere la napoleonica eguaglianza di competenze tra enti dello stesso livello.

Siamo una Nazione che al suo interno cela profondi caratteri comuni così come profonde differenze culturali e storiche, che andrebbero espresse secondo un disegno scaturito dalle esigenze dei territori. Quindi, non aspettiamo che siano le Regioni o gli enti di area vasta a chiedere: ridefiniamo i confini delle città metropolitane, studiamo le competenze di quel che resta degli enti provinciali, promuoviamo la cooperazione valligiana in montagna, riorganizziamo le Regioni, attribuiamo competenze controbilanciando la volontà di autonomia con l’appartenenza ad un solo Stato sovrano. È tempo di dare una rispolverata alle nostre istituzioni territoriali.

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