Piano Nazionale: il futuro dell’integrazione in Italia – parte 2

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Parte 2: l’assimilazione e la sicurezza

La conditio sine qua non dell’integrazione dei migranti, a parere del ministro Minniti, è l’assimilazione dei principi strutturali della cultura del Paese che accoglie: i “valori non negoziabili” del sistema di pensiero condiviso tra i popoli che abitano il suolo europeo. L’Europa stessa, in quanto comunità, è fondata sul plesso di valori in cui l’Occidente intero si riconosce: si parla di pace, dignità umana, libertà individuale, Stato di diritto, solidarietà, democrazia, laicità, uguaglianza di genere. Ma è solamente su questi due ultimi principi che, per recuperare le argomentazioni di quella “premessa” al Piano Nazionale d’Integrazione (vedi parte 1) si producono le principali problematiche dell’integrazione con i popoli extra-europei: la separazione tra Stato e Chiesa e il ruolo della donna.

Questa insistenza rivela un’assunzione di fondo non del tutto esplicita ma ben ovvia. Anzi due: 1. l’Italia è un Paese pienamente europeo e occidentale e, in quanto tale, aderisce al complesso dei valori sopra elencati; 2. le culture dalle quali provengono le centinaia di migliaia di migranti, che l’Italia introduce nel suo sistema di accoglienza, non aderiscono a quegli stessi valori. Sono premesse più che legittime, facilmente condivisibili. Ma non c’è dubbio che, perlomeno dal lato di chi accoglie, l’integrazione – così concepita – assomigli a una qualche forma di istruzione.

C’è di più. Non sarà forse una premessa necessaria al ragionamento ma è una determinazione ben precisa delle coordinate concettuali che guidano, in Italia, l’azione politica in ambito di migrazione. I “migranti” con cui interagiscono tanto il governo quanto il Terzo settore italiani e dei quali parla il programma del Viminale sono, ex hypotesi, migranti islamici: l’integrazione di cui parla il Piano Nazionale è, chiaramente, l’integrazione della comunità islamica all’interno della società e cultura italiane.

Può sembrare un’osservazione cavillosa. Del resto è risaputo che la una vasta percentuale dei profughi che arrivano alle coste italiane provengono da Paesi con una forte maggioranza islamica: in ordine di popolazione migrante Guinea (13.342), Costa d’Avorio (12.396), Gambia (11.929), Senegal (10.327), Mali (10.010), infine Sudan, Bangladesh, Somalia, Siria e Marocco (tutti sotto le 10 mila unità) (dati Rapporto sulla Protezione Internazionale 2017). Vi sono, però, Paesi che fanno eccezione come, ad esempio, la Nigeria e l’Eritrea dai quali proviene, rispettivamente il 20,7% (37.551) e l’11,4% (20.718) dei migranti sbarcati in Italia: in questi paesi l’Islam costituisce, rispettivamente, il 48.8% e il 36,6%, mentre è il cristianesimo a vincere la percentuale maggiore (49.3% e 62.9%) (fonte: Pew-Templeton).

D’altro canto va anche considerata la forza alienante di un mancato percorso di inclusione sociale, che si esprime nella semplice equazione, molto chiara al ministro Minniti, che da “mancata integrazione” conduce a “radicalizzazione”. (Detto altrimenti, un migrante non credente, stigmatizzato ed escluso dal paese che lo accoglie in quanto “islamico tout court”, potrebbe molto facilmente accettare l’etichettatura e avvicinarsi alla religione nella speranza di trovare finalmente, in quell’ambito, una comunità che lo accolga). Date tutte queste osservazioni, non ci sarebbe alcun male, diciamo così, nel tirare le somme e approcciare l’intero fenomeno come una questione di integrazione tra cultura islamica, da un lato, e cultura europea, dall’altra.

Non ci sarebbe alcun male, se questa concettualizzazione non fosse informata da una pre-comprensione alquanto superficiale del vastissimo e complesso universo culturale dell’Islam. Senza togliere alcun merito alla competenza e pertinenza del progetto annunciato dal Ministero degli Interni, non si può evitare di osservare che, perlomeno a parole, la comprensione del fenomeno delle grandi migrazioni è guidata da una lettura inevitabilmente binaria: l’Islam teocratico, antidemocratico, classista e sessista che bussa alle porte dell’occidente laico, liberale, egualitario.

Vi è una disuguaglianza tra uomini e donne, in quanto a doveri/responsabilità e capacità giuridico-sociale, nell’ordine culturale dei Paesi a maggioranza islamica? Sì, si può ragionevolmente affermare il sussistere di tale disuguaglianza. Il ruolo subalterno che la socializzazione islamica assegna alla femminilità è incompatibile con il principio dell’uguaglianza di genere? Sì, lo è. Ma, prima di trarre la conclusione che l’assimilazione dei valori occidentali conduce a un vero e proprio ostacolo culturale, nel processo di integrazione dei migranti, soffermiamoci a considerare gli aspetti più radicali e radicati nella nostra stessa cultura italiana. E consideriamo la difficoltà e il ritardo cui va incontro il nostro Paese al momento di uniformarsi, ad esempio, al principio occidentale dell’uguaglianza di genere.

L’Italia è molto più mediterranea di quanto a un certo racconto politico, che la vorrebbe spontaneamente europea, piacerebbe ammettere. Una considerazione dell’inerzia culturale, cui vanno incontro le riforme nell’ordine della parità tra i generi in Italia, avrebbe molto da insegnarci riguardo al concetto di “integrazione” e “assimilazione”: un sistema di valori è sostanzialmente, per parte di chi vi aderisce o tenta di aderirvi, un impegno. Un costante impegno al miglioramento, in vista di un fine che si reputa apprezzabile e condivisibile.

Quando è lo stesso educatore (Italia) a dover assimilare i “valori non negoziabili” che vorrebbe passare al suo educando (i migranti), concepire l’assimilazione come istruzione risulta alquanto controverso: le parole che stiamo cercando sono commistione e compromesso, tra culture eterogenee che si trovano a condividere uno stesso suolo, e che pertanto dovrebbero impegnarsi nei confronti di “valori comuni”.

La parola “integrazione”, nel discorso politico odierno, riveste infine un significato alquanto distinto da quello del contesto amministrativo dell’accoglienza migranti. In un Paese, per giunta, che si dimostra piuttosto refrattario a una comprensione dell’alterità, quando la vede affluire alle proprie coste in centinaia di migliaia. Il Piano lo mette bene in chiaro: «un’efficace gestione del fenomeno migratorio attraverso le politiche di integrazione è, d’altra parte, indispensabile per garantire stabilità sociale e sicurezza: la sicurezza, infatti, non è soltanto ordine pubblico, ma è anche – soprattutto – coesione sociale, percezione di essere sicuri all’interno della propria comunità» (p.5).

La politica di Minniti, non appena nominato ministro a fine 2016, si è da subito contraddistinta nel fare dell’integrazione la sua missione, imponendo, però, un’identificazione biunivoca tra “integrazione” e “sicurezza”. (E ricordiamoci che la sicurezza, quando è garantita da un potere sovraindividuale, si chiama, anche, controllo).

È evidente verso quale direzione il piano politico portato avanti dal Viminale auspichi la riuscita delle funzioni combinate del Patto nazionale per un Islam italiano (firmato il 1 febbraio di quest’anno) e degli accordi con la Libia, da un lato, con le future manovre di regolamentazione annunciate nel Piano Nazionale d’Integrazione, dall’altro. In questo stesso documento, ricapitolando in un solo paragrafo quelli che dovrebbero essere i “punti essenziali” del processo di inclusione sociale (dei migranti in generale), leggiamo – a ben vedere – la ricetta per assicurare l’Italia dal rischio del terrorismo di matrice islamica: «adesione ai valori della Costituzione, parità dei diritti tra uomo e donna, moschee aperte a tutti, un albo pubblico degli imam, prediche in italiano, trasparenza sui finanziamenti, collaborazione con le autorità nella lotta al radicalismo religioso».

In definitiva, il programma per l’integrazione dei migranti annunciato nel Piano, così come si evince tanto nella sua “premessa” quanto nell’esposizione dei suoi tanti “obiettivi”, dice molto più di quel che vorrebbe dire: rivolto in generale all’emergenza umanitaria rappresentata dalla migrazione involontaria, esso è chiaramente pensato per la sola questione della relazione tra democrazia occidentale e Islam.

Laddove il Piano Nazionale dimostra particolare interesse per il problema dell’islamofobia (cui risponde l’obiettivo del dialogo interreligioso), è in altri punti del testo che trova espressione la principale preoccupazione del Viminale: l’assimilazione dei valori identitari occidentali e la rinuncia ai principi (si suppone) antidemocratici delle culture di provenienza rappresentano le condizioni basilari dell’integrazione – ma la fondamentale ratio cui risponde l’azione del governo è, ancora, la sicurezza. Minniti è il ministro della sicurezza.

Sarebbe bene ricordare, ogni tanto, che tra le componenti culturali essenziali allo statuto di “europeicità” (i già citati “valori non negoziabili”) il noto filosofo e storico Tzvetan Todorov annoverava in prima istanza anche la “razionalità” e la “tolleranza” (cfr. 2003, pp.61-72). Ma quale significato possono assumere questi due valori, in contesto di sicurezza nazionale contro un fenomeno globale come il terrorismo? (Perché è al terrorismo che guarda il Ministero dell’Interno, quando stringe il nodo tra “integrazione” e “sicurezza”).

Può darsi che la razionalità sia il dispositivo da applicare al fine di immunizzare l’opinione pubblica dal racconto securitario-emergenziale cui il terrorismo internazionale obbliga i Ministeri degli Interni di tutti gli Stati sovrani.

Facciamo attenzione agli argomenti: come abbiamo già detto, la tesi portata avanti dal Viminale nega nel modo più categorico l’ingenua associazione «immigrazione = terrorismo»: il ministro Minniti, in più occasioni, ha voluto sottolineare il legame concettuale tra la lotta alla radicalizzazione e l’incentivo all’integrazione.

Purtroppo, però, una delle scomode implicazioni dell’associazione integrazione-sicurezza è che, in questa prospettiva, il fenomeno delle grandi migrazioni è inquadrato come possibile sorgente di insicurezza: in assenza di un intervento adeguato, in assenza di un controllo capillare da parte dello Stato, l’integrazione non è possibile, e radicalizzazione religiosa e terrorismo anti-democratico si sviluppano proprio dove l’integrazione viene a mancare. Questo genere di argomentazioni rischia, paradossalmente, di rinforzare l’associazione che vorrebbe scongiurare: l’immigrazione, se non adeguatamente incanalata attraverso i processi di integrazione, potrebbe rivelarsi una fonte di pericolo.

Detto in altri termini, l’intero progetto dell’attivissimo Minniti, tanto in Libia quanto nella regolamentazione dell’accoglienza nelle singole regioni italiane, procede da questo fondamentale presupposto: che l’immigrazione va tenuta sotto controllo.

E quando, all’interno del discorso sull’accoglienza e sull’integrazione dei profughi, iniziamo a parlare di regolamentazione, accentramento delle risorse, educazione, “valori non negoziabili” (una terminologia rassicurante, ma anche dura e intransigente): forse è proprio qui che dovrebbe intervenire il dispositivo prudenziale della tolleranza.

 

Per la prima parte dell’articolo, CLICCA QUI

Fonti:

Piano nazionale d’integrazione (26 settembre 2017) (pdf)

Patto nazionale per un islam italiano (1 febbraio 2017) (pdf)

Cruscotto statistico giornaliero (link)

Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017 (pdf)

Rapporto sull’accoglienza di migranti e rifugiati in Italia (ottobre 2015) (pdf)

Todorov, Tzvetan (2003), Il nuovo disordine mondiale, Garzanti, Milano

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