EMA, impareremo mai la lezione?

EMA_milano

È andata male all’Italia, anche questa volta. Dopo la disfatta calcistica in mondovisione subita contro la Svezia, un’altra tegola precipita e si abbatte sul già pessimo umore del Bel Paese. Dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea la possibilità che la sede dell’Agenzia Europea del Farmaco, ai più conosciuta come EMA, possa essere spostata da Londra a Milano è sfumata il 20 novembre scorso a Bruxelles.

La decisione finale è stata affidata al lancio di una moneta e a scamparla è stata l’unica rimasta fra le sfidanti del capoluogo lombardo: Amsterdam.

L’eliminazione durante la prima chiamata della super favorita Bratislava, baluardo del blocco dei paesi dell’est che lamentano una debole rappresentanza all’interno delle stanze dei bottoni dell’Unione Europea, era certo di buon auspicio. Non è sopravvissuta alla seconda chiamata nemmeno la competitiva Copenaghen e a quel punto sembrava davvero fatta. Proprio mentre tutti ci credevamo per davvero e già vedevamo la vittoria come nostra ecco che alla terza ed ultima chiamata, quando ormai bastava solamente una maggioranza matematica, si realizza il peggiore dei prognostici: parità. È toccato così affidare al caso l’assegnazione della prestigiosa istituzione e, come nelle migliori partite, è stata la sorte a scegliere il campo. Testa: Milano, croce: Amsterdam. Risultato: croce. Ci auguriamo almeno che il taglio della moneta fosse degno del peso dell’esito, vorremmo infatti pensare ad una moneta da almeno due euro per l’assegnazione di un’istituzione che valorizzerà la non-capitale dei Paese Bassi con un indotto vicino ai 2 miliardi di euro all’anno e che porterà nella Venezia del nord quasi 900 nuovi lavoratori. Cifre enormi che scaldano ulteriormente gli animi di coloro i quali quei soldi e quei posti di lavoro non li vedranno: noi.

Tanto si potrebbe dibattere sulla scelta della modalità di estrazione, forse però è sfuggito ai più critici che questa sia stata concordata dai 27 Paesi Membri dell’Unione Europea, Italia inclusa. Nessuno ha però proposto il problema di merito in anticipo e richiesto un’assegnazione più congrua per scongiurare lo spareggione a sorteggio. Se così fosse stato infatti sarebbe stata quasi palese la disparità fra le candidature, con Milano che già aveva pronta la sede per l’agenzia: il grattacielo Pirelli e con Amsterdam che invece quella sede deve ancora costruirla, ma di questo se ne riparlerà il prossimo anno.

L’istanza per un voto di merito non sarebbe stata forse nemmeno ascoltata dalle istituzioni europee, ma avrebbe dato un senso diverso allo sciacallaggio gratuito affidato alle solite voci populiste che gridano al complotto. I colpevoli da demonizzare a questo giro sono due: il primo è l’odiatissima Unione dei burocrati che prende decisioni in completa autonomia, quasi come se l’Italia non fosse ampiamente rappresentata a Bruxelles; i secondi sono alcuni dei nostri partner europei tacciati addirittura di tradimento e minacciati di future ritorsioni – leggo dichiarazioni contro la Spagna che addirittura si propongono di sostenere l’indipendenza catalana, siamo al parossismo -. Tutti i detrattori dimenticano però che il voto era democratico e partecipato da tutte le 27 nazioni dell’Unione e che, come ogni voto che si possa definire tale, anche questo prevedeva la sacrosanta libertà di scelta. In fondo eravamo semplicemente troppo sicuri del fatto che non si sarebbe mai ricorsi all’estrazione o che, anche se ci fosse stata, la dea bendata avrebbe volto le sorti della competizione in nostro favore, in quel caso avremmo certo stappato le bottiglie e, forse, anche irriso gli “sfigati del nord”. È molto umano comunque che nessuno, vuoi per scaramanzia o vuoi per rassegnazione, abbia sottolineato il problema e agitato le acque per cambiare le regole del gioco alla vigilia della sfida.

Ciò che invece appare davvero sconcertante è altro. Mentre i governi delle città sfidanti schieravano alti rappresentati governativi, gli interessi dei Paesi Bassi erano difesi dal ministro degli Esteri Halbe Zijlstra in persona per esempio, l’Italia mandava al tavolo negoziale il suo sottosegretario alle Politiche Europee Sandro Gozi. Per quanto quest’ultimo potesse essere preparato, poco ha potuto nella delicata contrattazione diplomatica richiesta per promuovere Milano presso gli altri rappresentati nazionali. Promozione questa egregiamente portata a termine dall’alto rappresentate olandese che ha reso Amsterdam la sfidante da battere.

Insomma l’Italia non ha perso l’antico vizio di combattere qualunque guerra con la solita bonaria spavalderia, poco importa se manchi l’artiglieria pesante o la strategia: l’importante è partecipare. Naturalmente le nostre linee di difesa non hanno retto nemmeno questa volta sotto il fuoco incrociato del nemico-amico. Fortunatamente non erano coinvolte vite umane, ma se Milano va incontro ad enormi opportunità economiche mancate, il Paese tutto fa i conti con scelte strategiche che condannano la diplomazia italiana all’irrilevanza. Pochi dubbi allora: dopo il goal della Svezia che ha messo fine alle nostre ambizioni da mondiale e dopo l’assegnazione ad Amsterdam dell’EMA, quest’estate meglio spostarsi a Milano Marittima. Anche quest’anno infatti senza il calcio da guardare in TV e senza nuovi introiti su cui lucrare non c’è davvero nulla di nuovo per cui valga la pena sopportare il clima estivo del capoluogo lombardo.

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