Blowin’ in the wind

uragani

Con la tempesta tropicale Philippe transitata sulla Florida e il recente passaggio del ciclone extratropicale Ophelia sull’Irlanda, prosegue la stagione degli uragani atlantici del 2017, iniziata da calendario il 1 giugno e che terminerà, almeno sulla carta, il 30 novembre.

Quest’anno è stato caratterizzato da una concentrazione di fenomeni che non si vedeva dal 2005, sia per intensità, sia per violenza: attualmente con 16 tempeste tropicali, di cui 10 evolutesi in uragani, dei quali 6 superiori alla categoria 3 della scala Saffir-Simpson (con venti sostenuti oltre i 178 km/h). Il 2017 verrà ricordato non tanto per aver battuto particolari record in termini numerici (nel 2005 infatti vi furono ben 28 tempeste tropicali, di cui 15 uragani), quanto per l’ammontare dei danni economici causati dall’impatto con la terraferma, nel solo mese di settembre, di tre uragani cosiddetti maggiori, Harvey, Irma e Maria. Le stime sono ancora in fase di elaborazione e le cifre oscillano sensibilmente: tra gli 80 e i 110 miliardi di dollari di danni per Harvey, abbattutosi sul Texas; circa 80 miliardi per Irma, che dopo aver flagellato Barbuda e le isole Vergini britanniche, si è diretto verso la Florida causando l’evacuazione di 6 milioni di persone; oltre 50 miliardi per Maria, abbattutosi su Dominica e Porto Rico, paese già provato dal passaggio di Irma due settimane prima. Anche a causa di questi eventi, il tetto al debito pubblico americano è stato sospeso fino all’8 dicembre, per la necessità di aumentare gli stanziamenti federali aiutando così le aree del Paese colpite dalle recenti calamità naturali, inclusi gli incendi divampati in California in queste settimane. Per quanto calamitosi, nessuno di questi tre uragani ha superato in danni Katrina, che si abbatté sulle coste della Louisiana nell’agosto del 2005 portandosi dietro danni per 160 miliardi di dollari corretti per l’inflazione.

Tornando ai giorni nostri la presenza straordinaria dell’uragano Ophelia, che nella sola Irlanda ha provocato 3 morti e circa un miliardo di euro tra danni materiali e perdite causate dalla sospensione delle attività economiche, ha certamente sorpreso gli abitanti dell’Europa data la straordinarietà del fenomeno: mai infatti si era sviluppato prima d’ora un uragano di categoria 3 a così alte latitudini, pur essendo poi stato declassato a categoria 1 poco prima dell’impatto con la terraferma. In passato altri due uragani meno violenti si erano spinti verso il vecchio continente: Debbie in Irlanda nel 1961 e Vince sulle coste spagnole nel 2000. Un ciclone extratropicale soprannominato dai media “The Great Storm” piombò invece sul sud dell’Inghilterra e sulla Normandia nel 1987 lasciandosi alle spalle 18 morti e 15 milioni di alberi caduti nel solo Regno Unito, mentre una tempesta tropicale, Grace, nel 2009 si avvicinò nuovamente all’Irlanda senza però causare troppi danni.

Nessun uragano per ora si è tuttavia spinto a valicare lo stretto di Gibilterra entrando nel Mediterraneo, ma ciò non deve far credere che il mare nostrum sia totalmente esente da questi fenomeni: anche da noi infatti è possibile la formazione interna di tempeste che possono raggiungere intensità pari a quelle di un uragano di categoria 1, con venti superiori a 119 km/h. Sono i cosiddetti medicanes: cicloni mediterranei dalle caratteristiche simili a quelle tropicali, ma sulla cui natura si sta ancora dibattendo. Ciò che distingue comunque tali fenomeni dagli uragani atlantici è la loro minor intensità, dovuta alla limitata estensione del bacino mediterraneo e alla presenza di isole e terre emerse che lo costellano, il che di fatto limita gli spazi aperti da cui le tempeste possono accumulare energia. Molti eventi di questo genere sono avvenuti in passato, ma la scarsa importanza data a queste vicende le ha portate quasi all’oblio; in pochi ad esempio sanno che l’alluvione di Genova che il 4 novembre 2011 causò la morte di 6 persone e ingenti danni in tutta la città fu causata dai sistemi temporaleschi collegati alla tempesta tropicale Rolf, che si era sviluppata pochi giorni prima nel Mar Tirreno. Una delle ragioni della scarsa attenzione mediatica ai cicloni europei risiede nell’assenza di un’agenzia europea di sorveglianza che assegni nomi facilmente richiamabili ai fenomeni ciclonici, al pari della statunitense NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration).

Il verificarsi così ravvicinato di uragani di forte intensità e la presenza da record di Ophelia, ha comunque da subito riacceso il dibattito sull’influenza del riscaldamento climatico su questi fenomeni.

Il National Hurricane Center americano si è espresso a riguardo: in una nota sul suo sito sottolinea come sia difficile trovare un nesso evidente tra la frequenza degli uragani e il riscaldamento climatico, questo a causa della mancanza di dati completi precedenti al 1966, anno in cui si iniziò ufficialmente il monitoraggio costante del bacino atlantico grazie a immagini satellitari quotidiane. Inoltre le tecnologie per la misurazione dell’intensità dei venti hanno subito miglioramenti continui nel corso dei decenni, il che rende arduo uno studio preciso dei trend. Tuttavia, seppur non sia ancora possibile asserire che l’aumento delle temperature in futuro possa portare a un maggior numero di tempeste sulle coste di Stati Uniti ed Europa, è comunque pacifico che la temperatura oceanica in aumento avrà un ruolo determinante nell’accrescere la forza di questi fenomeni: è proprio dal calore del mare che i cicloni tropicali acquistano potenza, caricandosi del calore e dell’umidità incontrata sulle superfici degli oceani che, condensatasi, ricadrà sotto forma di violente precipitazioni. In tutto ciò non bisogna dimenticare che il costante innalzamento del livello del mare renderà sempre più vulnerabili le zone costiere soggette al fenomeno dello storm surge, le pericolose maree eccezionali (fino a 5-6 metri oltre il livello del mare) che si sollevano al passaggio delle tempeste, spesso più letali e distruttive dei venti stessi di un uragano.

Il futuro delle zone nel mondo maggiormente soggette a questi eventi non si prospetta dunque dei più rosei.

 

Bibliografia

https://www.ncdc.noaa.gov/billions/events/US/1980-2017

http://www.aoml.noaa.gov/hrd/tcfaq/F1.html

http://www.aoml.noaa.gov/hrd/tcfaq/E11.html

https://www.nytimes.com/interactive/2017/09/01/upshot/cost-of-hurricane-harvey-only-one-storm-comes-close.html

https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-09-11/-150-billion-misfire-how-forecasters-got-irma-damage-so-wrong

https://www.cbsnews.com/news/house-passes-disaster-aid-package-for-hurricanes-wildfires

https://www.thesun.ie/news/1678074/ireland-heads-into-financial-storm-as-the-cost-of-hurricane-ophelia-could-hit-e1billion/

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