Perché in Catalogna è giusto votare, e regolarmente

Catalogna

Il referendum d’indipendenza catalano, autoconvocato per domenica 1 ottobre e dichiarato illegale dalla Corte Suprema, ha riacceso il dibattito sulle rivendicazioni indipendentiste, che nascono con la stessa costituzione della nazione spagnola. Non è questa la sede per una cronistoria della questione, ma sicuramente il referendum autorizza delle considerazioni tanto sulla legittimità dell’indipendentismo che sulla gestione della vicenda da parte del governo spagnolo.

Occorre, innanzi tutto, sgombrare il campo dall’equivoco che vede le rivendicazioni catalane come mero regionalismo. La questione catalana, che oggi riguarda 7 milioni e mezzo di persone, nasce con lo stesso Regno di Spagna, pertanto ha radici storiche, politiche e culturali profondissime. L’elemento identitario più evidente è certamente la lingua catalana, mai abbandonata nonostante la messa al bando durante il franchismo e il bilinguismo ormai instauratosi nella regione. Potrebbe sembrare poco, ma così non è: storicamente la lingua è sempre stata uno dei principali elementi d’identità nazionale, e chi scrive la considera come la più forte estrinsecazione dello spirito di un popolo, al punto da essere quasi sempre elemento sufficiente a distinguere tra due popoli. A ciò si aggiunga poi l’atteggiamento di costante dissenso avuto dalla Catalogna verso il franchismo e la repressione linguistico-culturale subita in quegli anni, che come ogni repressione ha avuto l’effetto di saldare ancora di più l’orgoglio identitario della regione.

Ovviamente, nella rivendicazione d’indipendenza entrano in gioco anche dinamiche di altro tipo, ma la base su cui si innesta l’avversione alla Spagna è, appunto, il riconoscersi in un’identità nazionale diversa da quella spagnola praticamente da sempre (verrebbe da pensare, tra l’altro, che se in diversi secoli la Spagna non è riuscita a creare un’identità comune, allora merita di veder andar via la Catalogna). Sbaglia dunque chi vede nella Catalogna un semplice regionalismo; sbaglia Salvini ad associare Padania e Catalogna. La Catalogna, più che alla Padania, somiglia all’Ulster; più che a Pontida, Barcellona rimanda a Derry. La domanda di fondo quindi non è tanto se i catalani siano un popolo, ma se la loro identità nazionale può trovare pieno riconoscimento nello Stato spagnolo o se non sia meglio che essi ne abbiano uno loro.

Ma proprio in quest’ottica, la gestione da parte del governo di Madrid appare miope e ingiusta. Miope, perché da anni si barrica dietro l’illegittimità costituzionale (come se il problema di fondo fosse giuridico e non politico) e si rifiuta di fornire maggiori autonomie, che avrebbero accontentato gli indipendentisti più moderati spaccando dall’interno il fronte catalano. Certo è vero che la Catalogna gode già di uno status molto autonomo, ma in questo senso viene da pensare al caso scozzese, dove l’ascesa degli indipendentisti è stata fermata prima concedendo maggiori autonomie e poi permettendo il voto: come risultato, gli scozzesi hanno votato per restare, l’indipendentismo si è affievolito e lo Scottish National Party, il partito indipendentista, ha perso molti seggi nelle ultime elezioni. Ma l’operato del governo, negli ultimi giorni, è apparso anche profondamente ingiusto, perché ha avuto eccessi repressivi degni, di fatto, di una dittatura. Non si può leggere in altro modo, ad esempio, l’arresto dei sindaci e degli amministratori locali che esprimevano supporto al referendum.

Il risultato è stato quello di non comprendere l’essenza delle rivendicazioni catalane e di inasprire la situazione, alzando in maniera pericolosa la tensione e facendo temere per gli scenari possibili nella giornata del voto. Comunque la si pensi sulla questione catalana, è ormai chiaro che il realismo politico debba prevalere, permettendo ai catalani di votare e, anzi, di farlo presto in maniera regolare e riconosciuta, indipendentemente dall’esito paventato.

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