Sebastian Kurz, il golden boy del centrodestra austriaco

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Sebastian Kurz, occhi azzurri, viso ben rasato quasi da bambino e capelli lunghi tirati all’indietro, attraversa a passi rapidi l’ampio corridoio del Palazzo del Parlamento, facendosi strada verso la Ringstraße, la via principale di Vienna. Anche questa volta l’astro nascente della politica austriaca non indossa la cravatta, preferendo la comodità di una semplice camicia bianca sotto l’abito scuro. I giornalisti lo inseguono, cercando di avere più informazioni sulla sua ferma intenzione di sciogliere il governo nel quale il partito, di cui è segretario da pochi giorni, è socio di minoranza, e in cui lui stesso ricopre il ruolo di Ministro degli Affari Esteri.

In Austria lo scioglimento delle Camere non è un evento comune. Nel corso della sua storia si è verificato raramente, e a seguito di episodi molto gravi di divisione politica all’interno delle coalizioni tra i due grossi partiti; il socialdemocratico SPO e il centrodestra dell’OVP che, dal dopoguerra ad oggi, fatta esclusione per alcuni brevi periodi, hanno governato insieme la nazione.

La decisione di convocare elezioni anticipate il 15 ottobre è stata condivisa sia con l’attuale cancelliere Christian Kern, che ha chiesto in cambio di poter portare a termine i provvedimenti per contrastare la disoccupazione, la riforma scolastica e la creazione di nuovi centri sanitari, sia con l’estrema destra liberal-nazionalista dell’FPO che con i più piccoli partiti dei Verdi e dei liberali di Neos. Ma Kurz è stato l’artefice di questa svolta, imprimendo un’accelerazione verso il voto anticipato.

Una volta divenuto segretario dell’Österreichische Volkspartei, ha posto la vecchia dirigenza del partito ad un preciso aut-aut: proseguire con la lenta agonia testimoniata dai sondaggi e dai pessimi risultati nelle elezioni locali, oppure tentare una via nuova, lasciando a lui pieni poteri sulla leadership.

L’obiettivo, dichiarato fin da subito, è quello di demolire la vecchia struttura e di rimodellare l’immagine del partito a sua somiglianza, per trascinare fuori dalle secche l’asfittico e in declino Partito Popolare, sfruttando a proprio vantaggio la sua figura pubblica, molto seguita dal segmento di elettorato fuori dai partiti convenzionali e da quei giovani poco interessati alla politica degli accordi, dei compromessi e delle mezze misure.

Kurz ha già ottenuto di poter presentare un nuovo raggruppamento politico chiamato Liste Sebastian Kurz – Neue Övp che incorpori ma allo stesso superi l’attempato apparato popolare.

Una via a metà strada tra l’idea del New Labour di Blair e il movimento indipendente En Marche! di Emmanuel Macron, che da una parte segna una svolta leaderistica netta nella politica austriaca e dall’altra è capace di cercare consensi al di là degli steccati tradizionali e dagli stretti confini della politica ideologicamente inquadrata. Il programma non è ancora stato presentato ma è possibile farsi un’idea di quali saranno le sue proposte analizzando il lavoro svolto presso gli esteri.

Il suo impegno principale ha riguardato la tematica dell’immigrazione, tanto da aver presentato una proposta in cinquanta punti attraverso cui l’Unione Europea sarebbe in grado di gestire i flussi in entrata dal Mediterraneo, oltre ad aver presentato una Islamgesetz, una legge per regolare i rapporti con le comunità musulmane presenti sul territorio che ha de facto vietato la possibilità di finanziare le attività delle moschee dall’estero e che ha tentato di regolamentare una versione ufficiale del Corano per contrastare la radicalizzazione. A questo si aggiunge il prestigio internazionale guadagnato sia per il ruolo svolto durante gli accordi sul programma nucleare iraniano nel febbraio del 2014, sia durante la crisi ucraina del maggio dello stesso anno. Strizza l’occhio al presidente ungherese Orban, dichiarando che deve cessare la “pazzia delle ong in mare causa delle morti.”, e che “dobbiamo sopportare di vedere delle immagini brutte.” Recentemente ha assunto una posizione molto dura nei confronti della Turchia, cercando di impedire qualsiasi ulteriore dialogo tra Erdogan e le istituzione europee.

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Sebbene al momento il Partito Popolare nei sondaggi sia vicino al suo minimo storico, mentre i socialdemocratici sotto la guida di Kern sono tornati in testa, sorpassando l’FPŐ di Heinz-Christian Strache, Kurz è rincuorato da un buon numero di rilevazioni che attestano la propria popolarità (fig.1), conferendogli sufficiente sicurezza per ritenere di poter sfidare Strache nella lotta per l’egemonia sull’elettorato di destra attraverso una radicalizzazione della sua proposta politica, tanto che è stato accusato dai detrattori di fiancheggiare e corteggiare l’FPŐ con la sua retorica.

Con queste premesse la campagna elettorale si preannuncia infuocata. Tutti i contendenti preparano le loro forze, consapevoli che la posta in palio sarà decisiva per i progetti di ciascuna formazione politica.

Per Christian Kern, nominato capo del governo senza passare dalle urne, una vittoria dei socialdemocratici rappresenta la a lungo attesa legittimazione popolare, per Strache la possibilità di un riscatto dopo la sconfitta del candidato dell’FPŐ Norbert Hofer nella corsa per la presidenza della nazione. Il rischio per Kurz è invece totale, una eventuale sconfitta porterebbe la sua carriera alla fine e sancirebbe la fine del suo partito.

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