I limiti del Decreto Minniti – Orlando, tra garanzie processuali e crisi umanitaria

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Con la mozione di fiducia del 11 aprile, la normativa in materia di rimpatrio ed espulsione ha conosciuto un processo di semplificazione delle garanzie processuali del giusto processo, sancite dall’art 111 cost ed articolo 6 CEDU in materia del contraddittorio, condizioni necessarie per porre in essere provvedimenti restrittivi della libertà e dei diritti fondamentali di ogni individuo. All’opinione pubblica è sfuggito il regime di semplificazione dell’iter di identificazione ed espulsione dei richiedenti asilo, previsto dal decreto Minnit-Orlando, che impedisce un previo giusto giudizio di valutazione delle circostanze di fatto alla base della ammissibilità o diniego della domanda d’asilo.

La ratio sostanziale e politica  alla base della fiducia legislativa concessa al decreto evidenza la grande fallacia politica nel rispondere con misure accurate e costituzionalmente ammissibili ai flussi migratori. L’approccio giuridico dei legislatori evidenzia l’assenza della volontà di affrontare nel concreto le cause che stanno alla base della questione dei flussi migratori.

Si perviene quindi ad avviare un meccanismo di erosione di ciò che resta  del “giusto processo”, mediante l’introduzione della celere definizione dei procedimenti amministrativi dinanzi alle Commissioni territoriali, che saranno appositamente costituite ai fini di semplificare i relativi procedimenti giudiziari, in alternativa alla giurisdizione ordinaria. La celerità dei procedimenti doveva essere una diretta conseguenza amministrativa della cognizione sommaria di questi procedimenti che si celebrano dinanzi al Giudice di Pace.

Ulteriore elemento critico concerne la questione della detenzione amministrativa precautelare, che sarà una costante nei procedimenti di identificazione ed espulsione. Tale situazione va vista con la destinazione di fondi per i procedimenti di “ristrutturazione dei centri di identificazione ed accoglienza” e la revisione delle risorse destinate al Ministro dell’Interno per provvedere a garantire l’immediata attuazione ed esecuzione del respingimento dei cittadini soggiornanti in condizioni di irregolarità. Si palesa l’ambiguità “acefala” del decreto nel non prevedere una trattazione separata in provvedimenti distinti in merito alla trattazione giuridica del flusso di migranti, che bisognerebbe chiamare “crisi umanitaria” e della tutela internazionale dei richiedenti asilo, senza poi accennare nulla sul quadro geopolitico dei paesi in cui si individuano le cause all’origine di queste situazioni. Tra i punti di modifica significativi si consideri l’art 2 che prevede la necessità dell’avvio di corsi di formazione per i magistrati e personale tecnico che conformano le sezioni specializzate, i quali saranno competenti in materia di mancato riconoscimento del diritto di soggiorno nel territorio nazionale, per l’impugnazione dell’allontanamento dei cittadini degli altri Stati membri, per il riconoscimento della protezione internazionale di cui l’art 35 d.lgs 2008 n 25, per i casi di controversie di protezione umanitaria art 32, c3 d.lgs 2008 n 25 e per le controversie del diniego del nulla osta al ricongiungimento familiare e del permesso di soggiorno per motivi familiari.

Come si coglie da queste fattispecie giuridiche, si palesa la difficoltà delle istituzioni di fare fronte a fenomeni e processi che non possono essere oramai oggetto di una profonda riflessione istituzionale, da cui ne consegue l’adozione di misure “estreme e meno garantiste del giusto processo.” Ciò risulta palese dal ricorso allo strumento legislativo del decreto.

Il corollario del giusto processo e le garanzie che ad esso fanno riferimento, in seno alla semplificazione che anima la ratio di questo decreto si palesa a livello di due correnti: da un lato da un tipo di cognizione in composizione monocratica per le controversie sopra citate, e dall’altro di natura collegiale per le questioni in materia di protezione internazionale. La differenza verte sul tipo di ponderazione del giudizio, le garanzie processuali, le impugnazioni e la ponderazione della decisioni frutto del processo discrezionale che nel processo si manifesta.

In questo senso, il criterio della semplificazione e dell’urgenza, si palesa anche nel caso in cui il sacrificio del contraddittorio, visto nelle controversie in materia del riconoscimento della protezione internazionale, avviene mediante ricorso a materiale video, audio e registrazioni telematiche, che raccolgono le dichiarazioni del soggetto destinatario del decreto, sancendo questo come prassi e non come alternativa, svelando una  natura inquisitoria di fondo che anima quest’esigenza di semplificazione processuale.

Interessante inoltre il processo di semplificazione del d.lgs 2011 n 150, in merito alla previsione dell’istituzione delle sezioni specializzata in materia di immigrazione, protezione internazionale e libera circolazione dei cittadini dell’Unione europea del luogo in cui il ricorrente ha la dimora. Sezioni che a mio avviso, da un lato sicuramente permetteranno la semplificazione nella trattazione dei ricorsi ed impugnazioni, dall’altro aumentano i costi della macchina Amministrativa, una “inefficienza paretiana” di una burocrazia al limite tra giustizia ordinaria ed amministrazione straordinaria.

L’assenza del giusto processo si palesa anche nell’incidenza della riforma, nel limitare la sensibilità ed emotività di coloro che svolgendo funzione di assistenza interna, a contatto diretto con i migranti, i quali avranno la responsabilità e funzione di incaricati di pubblico servizio ex art 358 cp. Inoltre, in merito ai cittadini stranieri presenti nel territorio in forma irregolare o soccorsi nel corso di operazioni in mare, il decreto vuole permettere il pieno recepimento del regolamento 2015 n 42 in materia di ricollocazione e rimpatrio volontario, che dovrà avvenire nei centri di permanenza e rimpatrio nel territorio nazionale, isolandoli dai centri sociali e produttivi, andando a creare un ambiente di reclusione simili a quella carceraria, senza un processo con garanzie processuali che giustifichi tale condizioni. Centri che, come recita il decreto, devono essere strutture di capienza limitata idonee a garantire condizioni di trattenimento che assicurino l’assoluto rispetto della dignità della persona. Prevedendo anche la possibilità che possano disporre, secondo discrezione, il ripristino dello stato di detenzione di soggetti che siano destinatari di un decreto di espulsione, secondo nessun criterio prefissato e frutto di una procedura inquisitoria fondato sulla pericolosità sociale del reo.

La risposta della politica e delle istituzioni, lacerate dalla apatia istituzionale di Bruxelles, si coglie anche dalla destinazione di maggiori fondi pubblici funzionali ad alimentare un meccanismo che al posto di trovare soluzioni concrete, vede aumentare il costo di un’amministrazione parallela a quella pubblica ed europea: fondi pari a 3.843.000 per le spese di gestione dei centri di detenzione, 12.404.350 nel 2018 e di euro 18.220.090 a decorrere dal 2019.

Sembra inoltre che se da un lato l’erosione del giusto processo si è verificato mediante il diritto interno di tipo inquisitorio in materia di migrazione  e asilo, dall’altra parte il diritto europeo ha creato un sistema parallelo che, come nel caso della direttiva 2007 n 30 e regolamento 603 / 2013, tende ad essere garantista: mere fallacie già viste all’interno di Dublino I – Dublino II in materia d’asilo.

La politica dell’accoglienza non deve essere la politica dell’assistenzialismo, dell’omologazione culturale, del rifiuto di riconoscere che i confini dell’Europa nell’ambito della difesa e sicurezza si estendono nel Nord Africa, dell’assenza di una visione mediterranea dell’Europa del Sud. È evidente un’assenza di un progetto di nazione e di Europa che vada a scoprire i valori cristiani ed europei per far fronte ad un mondo che è destinato al cambiamento. È arrivato il momento di pensare le politiche migratorie dentro una agenda Europea ma soprattutto Mediterranea della sicurezza e difesa comune, così come di fare della cooperazione internazionale il braccio di una azione di collaborazione costruttiva e preventiva nei paesi situati nelle frontiere esterne dell’Europa del Sud. Solo cambiando queste letture giuridiche e geo-politiche potremmo forse parlare di una Politica europea comune e trovare soluzioni generalmente condivisi e realizzabili.

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