TAP e altre creature fantastiche

TAP

Da circa un mese un progetto di interesse europeo in costruzione in Puglia ha diviso ambientalisti e non, peccato che i primi si siano seduti dalla parte sbagliata. Mi riferisco ovviamente a TAP, acronimo per Trans-Adriatic-Pipeline, un gasdotto costruito per ridurre la dipendenza dei paesi europei dalla Russia e la produzione di energia elettrica da fonti altamente inquinanti come il carbone.

L’opera consiste in un tubo di circa un metro di diametro, intervallato da alcune stazioni per riportare il gas alla pressione ottimale durante il trasporto, con un tracciato che parte dal mar Caspio, dove si trovano i pozzi da cui il gas naturale viene estratto e, passando per Azerbaijan, Georgia, Turchia, Grecia ed Albania, approda in Italia sulle coste pugliesi, vicino Lecce, con una lunghezza complessiva di 3515 km di cui 8 sul suolo italiano. Dal punto di vista economico, sono già stati stipulati contratti dalle principali aziende del settore (fra cui ENEL) per 130 miliardi di euro, la cifra più importante nella storia di fornitura del gas con inoltre la potenzialità di ridurre la produzione di energia elettrica dal carbone come avviene invece nella vicina centrale di Brindisi e di creare centinaia di posti di lavoro fra aziende di servizi e forniture legate al progetto. Il lettore potrà a questo punto tirare un sospiro di sollievo: finalmente anche in Italia si riesce a fare pianificazione industriale strategica in una settore così vitale come quello energetico! Dagli undici ricorsi, l’ultimo dei quali proprio della Regione Puglia (che a più livelli si è espressa a favore della realizzazione dell’opera, sia attraverso i propri tecnici che le proprie agenzie ambientali) al TAR del Lazio, respinto solo Giovedì scorso, è facile dedurre che ovviamente non è così.

Un gruppo di “cittadini informati” infatti, ha colto l’occasione del trasferimento temporaneo di 211 ulivi, che si trovano lungo il tracciato dei famosi 8 kilometri italiani, per dare luogo ad una protesta che, a giudicare dai toni di chi la sostiene, sfiora i contorni di una psicosi di massa. L’industria paga certamente il prezzo di una politica che negli anni ’60 e ’70 è stata poco conscia e attenta all’impatto e al rischio ambientale, suscitando diffidenza e scetticismo; i quali, pur doverosi nell’ottica di ottenere il rispetto delle norme stabilite dal legislatore, non possono trasformarsi in un no categorico di fronte a qualsiasi intervento dell’uomo sulla natura. Questo perché immaginare uno sviluppo umano di qualsiasi tipo che abbia un impatto ambientale del tutto assente è fantascienza, l’attività antropica di qualsiasi tipo, che si tratti di una strada sterrata o di una centrale nucleare, modifica il luogo dove viene realizzata aggiungendo un rischio che sussiste sempre e comunque. Eliminare la produzione di energia elettrica dal carbone, laddove possibile ed economicamente conveniente, allineandoci così agli sforzi degli altri grandi paesi europei (tranne la Germania) rappresenta una grande conquista nel campo dell’ecologia. Lo sfruttamento di una fonte come il metano o il GPL che presentano per ragioni naturali meno inquinanti, una maggiore facilità di combustione, un processo estrattivo profondamente meno impattante e delle emissioni di CO2 inevitabilmente più basse (per il metano un terzo e circa la metà per il GPL) del carbone è una via percorribile ed auspicabile; soprattutto a fronte delle grandi limitazioni imposte dallo stato attuale delle cose alle energie rinnovabili come il solare o l’eolico, che comunque richiederebbero grandi superfici all’aperto e l’eradicazione permanente di ben più di 211 ulivi.

Il Regno Unito che venerdì 21 Aprile ha dichiarato di aver raggiunto l’indipendenza energetica dal carbone per un giorno intero, come non succedeva dal 1882, l’inizio della rivoluzione industriale, si sta muovendo proprio in quest’ottica, puntando però sulla costruzione di nuove centrali nucleari, che in Italia non rappresentano un’alternativa opzionabile. Nel nostro paese invece i responsabili comunicazione del TAP spendono giornate a cercare di far capire l’innocuità dell’impianto posto alla fine del gasdotto, una centrale di decompressione, che deve semplicemente diminuire la pressione con cui il gas arriva per permettergli di essere immesso nella rete di distribuzione e che inevitabilmente avrà dei consumi energetici dovuti alla presenza di alcune caldaie a metano (le stesse che si trovano nei terrazzi delle nostre abitazioni per l’acqua calda) e che hanno delle emissioni minori di quelle di un normalissimo motore diesel. La transizione energetica ci sarà comunque verso nuove fonti, poiché quelle fossili sono in via di esaurimento (benché il gas naturale sia ancora relativamente poco sfruttato e quindi disponibile per tempi più lunghi del petrolio); la prospettiva con cui il mondo si sta muovendo però è di integrazione graduale delle varie forme di energia (eolica, nucleare, geotermica, solare, fossile…), non della scelta esclusiva senza cognizione di causa di una sola. Far arrivare la luce elettrica nelle abitazioni, avere l’acqua calda e permettere alle industrie di funzionare è nell’interesse di tutti, non delle lobby finanziarie.

 

Fonti:

http://www.bbc.com/news/business-37369786

https://www.eia.gov/energyexplained/?page=coal_environment

https://www.ft.com/content/8f65f54a-26a7-11e7-8691-d5f7e0cd0a16

https://www.tap-ag.it/

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/inquinamento/2016/10/24/emiliano-al-via-tavolo-tecnico-per-decarbonizzare-industria_47f8c864-d967-4e57-aa0b-d231f6cdab06.html

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