La sfida dell’immigrazione e la teoria di Everett Lee

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Insicurezza, contraddizione e omertà. Siamo di fronte alla più grave crisi migratoria dopo il secondo conflitto mondiale e le ‘risposte da parte dei paesi sviluppati non sono soddisfacenti sotto diversi profili. L’insicurezza e la fragilità travolgono i vacui discorsi dei ministri degli esteri, che da un lato promettono la distruzione delle barriere razziali e dall’altro incentivano la costruzione di solidi e possenti muri fisici, eretti con la medesima calce dei mattoni della Bernauer Straße berlinese. Ma siamo davvero così sicuri che sia questo l’unico modo per poter tamponare la grande falla di un sistema difettoso e tale da portare alle estreme conseguenze un fenomeno tutt’altro che impossibile da prevedere e, di conseguenza, affrontare?                                                                                                                                      

Esiste, infatti, uno schema concettuale, noto come teoria di Everett Lee, utile per capire i vari fattori che concorrono a determinare la scelta di un individuo di emigrare. Lo studioso li suddivide in quattro categorie:        

 1. il luogo di origine: elementi positivi, negativi o neutri che determinano le caratteristiche dell’attaccamento di una persona a un luogo;

2. luogo di destinazione: tenendo conto del fatto che spesso i migranti sono in possesso solo di informazioni parziali sui luoghi di destinazione, ottenute per lo più in via indiretta;                                            

3. eventuali ostacoli più o meno considerevoli, ma in ogni caso determinanti per la scelta della partenza: i costi di viaggio, la distanza e, nel caso delle migrazioni internazionali, la possibile difficoltà nel reperire un passaporto o un visto (non necessariamente autentici);

4. fattori personali, che costituiscono il 50% circa nel peso della decisione: la scelta personale, infatti, è molto più complessa di una semplice valutazione dei pro e contro e coinvolge le percezioni e le circostanze, come la presenza dei figli (a cui si imporrebbero le conseguenze della migrazione) o anche più banalmente l’attitudine individuale nei confronti dei cambiamenti.                                                 

La teoria di Lee, pur non essendo un algoritmo matematico in grado di fornire numeri attendibili sugli spostamenti, è, però, di una certa utilità per capire a fondo la questione dei profughi e analizzarne le cause alla radice. Se si vogliono prevenire gli effetti, in fondo, è giocoforza annichilire le cause di questi ultimi. Nella pratica, per fare qualche esempio, si potrebbero fornire a chi è in procinto di partire informazioni certe e dettagliate relative alle mete ambite per il trasferimento oppure si potrebbero istituire consultori per aiutare chi è in difficoltà a orientarsi verso una scelta salda che possa riservare certezze per il futuro. Sarebbero auspicabili anche interventi sul luogo di origine, migliorando nel complesso la qualità della vita degli abitanti.                                                                                                                                  

«Non c’è niente di casuale nel cammino di un profugo» aveva dichiarato un paio di anni fa in un articolo sul Corriere della Sera Boijdar Spasic, funzionario del Bia, i servizi di sicurezza di Belgrado. Non possiamo sapere se Spasic conoscesse la teoria di Lee, certo è invece che le sue parole dimostrano un’assiomatica verità: la migrazione non può e non deve essere vista banalmente come uno spostamento improvvisato da un paese a un altro. Le cifre parlano chiaro. Attualmente i migranti internazionali sono all’incirca 214 milioni, pari al 3% della popolazione complessiva del pianeta. Un dato troppo scottante per essere relegato in un angolo e liquidato come pura casualità. E anche se i conflitti armati rimangono la causa principale di fuga, assieme alle persecuzioni delle minoranze religiose ed etniche, degno di rilevanza è il caso dei profughi ambientali, di cui poco si sente discutere.                                                                                                                       Profughi ambientali vengono definiti coloro che lasciano i propri paesi per via di circostanze legate ai cambiamenti climatici del pianeta, quali siccità e desertificazione, innalzamento del livello marino, inondazioni, cicloni e uragani hanno reso improduttivi e perfino invivibili i loro territori. La pericolosità di questi eventi è legata al fatto che, a causa dell’aumento della popolazione mondiale, sono densamente abitate anche zone a rischio, per esempio le terre dei delta di alcuni fiumi, isole con un’altitudine di poco superiore al livello del mare oppure zone ai margini dei deserti. Stando ai calcoli dell’Alto Commissariato per i rifugiati dell’ONU, nel 2008 i profughi ambientali furono 20 milioni e si stima che raggiungeranno addirittura i 150 milioni entro il 2050. Infatti si prevede che, in seguito al cambiamento climatico, il 20% della superficie del globo e 3,4 miliardi di persone si troveranno in aree esposte a gravi rischi ambientali. Inoltre, le migrazioni ambientali si presentano problematiche perché si risolvono sempre più spesso nel definitivo sradicamento di milioni di persone dai loro territori.

La teoria di Lee e il caso dei profughi ambientali ci devono far riflettere su come il rischio di trovarci impreparati e indifesi dinnanzi ad una nuova emergenza umanitaria sia sempre più concreto e tangibile; temporeggiare non è certo la scelta migliore e intanto il conto da pagare, in termini di vite umane, si avvicina.  Ma quanto sarà salato?    

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