What IS is not – Parte seconda

ISLAMIC+STATE+ISIS+GENERIC

Come suggerisce il nostro ministro dell’Interno (Marco Minniti, al sole24ore): «È sbagliata l’equazione “immigrazione-terrorismo”. Tuttavia se mi dicesse: […] c’è un rapporto tra integrazione e terrorismo? Tra mancata integrazione e terrorismo? Io dovrei dirvi di sì: la storia degli attentati in Europa è icasticamente data. Da Charlie Hebdo in poi, sono storie di integrazioni che non hanno funzionato». Ma se il fondamentalismo islamico è al centro del nostro mirino, allora non stiamo guardando alla Siria o all’Iraq (o all’Afghanistan o all’Iran o a tutti quei famosi rogue state i cui nomi ci saltano in bocca quando sentiamo il termine “attentato”).

Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi costituiscono il centro esatto del radicalismo islamico, nella sua forma wahhabista. Sempre Noam Chomsky, sarcastico, nella stessa intervista: «in comparazione, l’Arabia Saudita fa sembrare l’Iran è uno stato moderno e tollerante».

E questa disanima, a sua volta, va messa da parte, quando si volesse anatomizzare l’intero fenomeno e scendere al livello degli individui. La cifra caratteristica di questo Isis non è neanche il fondamentalismo religioso, come racconta la testimonianza di Addi Abbas Sabhan, raccolta da Francesca Mannocchi per l’Espresso: «Non sono stato reclutato in moschea, loro si avvicinavano a noi ragazzi nelle piazze, nei luoghi pubblici, conoscevano i villaggi e le condizioni della gente, sapevano chi di noi aveva bisogno di soldi, e ripetevano che avrebbero aiutato e difeso le nostre famiglie, che avrebbero garantito loro una vita dignitosa. E noi una vita dignitosa non l’avevamo mai avuta. Quando ho giurato fedeltà, ho giurato per i soldi, non per la fede»

Giusto a proposito di denaro. Il terrorismo fondamentalista è un’azienda omicida, che produce morti e smercia terrore, ma il carburante che consuma è lo stesso che alimenta qualunque altra azienda. Denaro, una quantità spropositata di denaro. Per tirare su un impianto delle dimensioni di al-Qaida prima e Isis poi, è stato necessario un buon capitale da investire. Da dove arrivavano questi i soldi?

Non c’è bisogno di teorie del complotto che vedano gli Stati Uniti come segreti mandanti degli attentati dell’Isis. Le cospirazioni raccontano trame avvincenti, ma sono anch’esse affermazioni sintetiche. E lasciano il tempo che trovano quando si tratta di ricapitolare la storia e istituire un legame tra le cause e gli effetti.

Come si è detto, il fondamentalismo è una pianta infestante: è sufficiente parlare di condizioni iniziali e fattori scatenanti. Ma non possiamo negarci il dovere di riconoscere che da decenni i vari neonati gruppi di fondamentalisti islamici hanno ricevuto diretto appoggio economico da parte del mondo occidentale, nel tentativo di riassestare gli equilibri della politica internazionale, compromessi dalla fine della guerra fredda: in quel riassestamento, gli stati arabi sono stati postazioni strategiche. Il controllo dei produttori di petrolio era il controllo dell’economia globale. Lezione che l’Isis sembra aver diligentemente imparato, con grande vantaggio dei suoi acquirenti in Turchia.

“Un’azienda sovranazionale che produce omicidi di massa e che recluta indifferentemente mercenari stipendiati e indottrinati disgregati”. È una possibile articolazione dell’equivalente “gruppo terrorista” che sta a indicare la natura dell’Isis. Ed è solo il risultato di una breve parentesi di approfondimento. Una ricerca da cui la mediazione della comunicazione di massa ci concede il lusso di astenerci.

A tutti gli effetti, sarebbe più preciso parlare di immaginari collettivi, al plurale. Di “monadi” o “bolle di rappresentazione condivisa” che tra loro non comunicano e si producono al conflitto. La formazione di queste “bolle di rappresentazione” non è affatto una novità: ci piace avere a che fare e comunicare con chi condivide il nostro orientamento politico e una buona maggioranza delle nostre opinioni, ci piace riconoscerci all’interno di queste “prospettive parrocchiali”. Ma nell’epoca dell’informazione rapida –la nostra epoca– che ne è delle “monadi di immaginario” nel ciclo auto-accrescitivo generato da un algoritmo (EdgeRank) che valuta ogni interazione informatica tra utenti e, se questi hanno già interagito in passato, alimenta le probabilità che ogni nuovo post di uno compaia tra le news feed dell’altro? Ci piace questo contenuto? Allora ce lo ripropone ancora una volta. E ancora, e ancora. Accediamo a Facebook e vedremo che il mondo intero la pensa come noi e si interessa solo alle cose che interessano noi.

Su una immagine statica di questo genere, come dice Foucault, muoiono la nostra immaginazione e capacità di riflessione critica.

Ma facciamo attenzione a non gettare il bambino con l’acqua sporca: la comunicazione mediatica è necessaria. Nel tempo in cui i mass media sono sospettati di “establishment doloso”, come suggerisce Enrico Mentana nella sua conferenza a TEDx, il rischio è che l’anarchia della controfattualità regni sovrana. Ognuno informi sé stesso, senza mediazioni.

Ciò che davvero è necessario è recuperare la capacità di argomentazione. L’informazione a questo serve: a raccogliere gli argomenti necessari a sostenere un’opinione. Argomenti, e non affermazioni sintetiche.

Quella che era cominciata come una dialettica negativa circa le determinazioni di questo soggetto – ciò che l’Isis non è – si è tramutata, a conti fatti, con una semplice articolazione dell’informazione mediatica. Quello che si dice: un approfondimento.

D’accordo, ma perché dovremmo interessarci ad articolare l’informazione che riceviamo, come nell’esempio (decisamente riduttivo) esposto qua sopra? Perché una rappresentazione superficiale è esattamente ciò che significa: una superficie, liscia e compatta. Una barriera, un muro. E una delle principali condizioni di possibilità del terrore è precisamente il muro: un impedimento alla visuale aperta.

La distinzione chiara tra ciò che è familiare e conosciuto e ciò che invece è alieno, l’estraneo. Di qua l’humanitas, di là i barbari. Dato il confine, è possibile l’invasione. Dato il confine, è possibile il terrore.

Sto parlando di un muro nell’immaginario collettivo. Una cortina immaginaria che può delinea un immaginario confine tra le due immaginarie regioni chiamate Occidente e Medio Oriente. Basterebbe una veloce occhiata per vedere quanto noi europei siamo estremamente decentrati, rispetto alla geografia del nostro immaginario occidentale. La Grecia confina con la Turchia, la Turchia confina con la Siria e con l’Iraq. E tra Stati Uniti ed Europa c’è un oceano.

Tutto ciò che giace oltre la linea è un’altrove straniero, pressoché ignoto, dal quale la maggior parte di consapevolezza che raggiunge la nostra visuale sono nomi impronunciabili e cifre di morti esplosi. Hic sunt leones.

Dal 2014 ad oggi l’Isis si è dichiarato responsabile della morte di un totale di circa 1200 individui, al di fuori dei territori di Siria e Iraq, e di ben 15000 entro i confini dei due stati. Ma l’effetto emotivo di queste cifre è già inscritto all’interno della logica del terrore.

Nei paesi al di là del confine immaginario, invece, le cifre sono un dato accessorio che si somma alla quotidianità del terrore: i numeri sono senza volto e senza sangue. Ma per noi, animali conoscitori e quantificatori, la cifra è ciò che ci appaga. È sufficiente a stabilizzare quella certa dose di panico che istituisce, al di qua del muro, il terrorismo. Questo “feticismo della cifra” non rende conto, nell’irrealtà del nostro immaginario, della differenza tra terrore e terrorismo. Sono due situazioni, delle quali la seconda presuppone la prima.

L’estremismo islamico arriva a noi e bussa alle porte, un attacco alla volta. Ma immaginiamo che non sia così, che sia ben diverso, laggiù oltre i confini del nostro immaginario geografico. Che la vita nel terrore, in un paese che sostiene quelle cifre illustrate dal grafico, è una vita che se ne fotte delle cifre e della diffusione mediatica. Una vita che deve sopravvivere. Lo immaginiamo, appunto. Ma non lo vediamo. E questo non fa che aumentare il terrore: la bomba è caduta, ma qui da noi arriva solo l’eco del boato. Questa immagine fa paura.

Fin dal suo primo vero atto terroristico su larga scala in qualità di neo-proclamato Isis (massacro di Camp Speicher, il 12 giugno 2014), questo nuovo soggetto si è contraddistinto per il suo uso calibrato ed efficace dei mezzi di comunicazione di massa. Uno dei campi di battaglia dove l’Isis sferra gli attacchi più devastanti all’occidente è il suo nodo nevralgico più vitale: l’immaginario collettivo.

Questa constatazione non toglie e non sminuisce la drammaticità delle perdite umane subite a causa degli attentati omicidi, in Europa come altrove. Affatto. È proprio nel rispetto dell’incomparabile insostituibilità di ogni singolo innocente, morto per mano terrorista, che va riconosciuta –e minata nelle fondamenta– la profonda strumentalizzazione che l’azienda omicida Isis attua sui corpi delle sue vittime. L’uso mediatico del gesto omicida: questo va combattuto, al pari dell’atto stesso. Ripetiamolo. L’immagine bidimensionale è necessaria al terrore. E sono due i fronti sul quale il terrorismo attacca il suo nemico.

Uno dei padri teorici del concetto stesso di “immaginario collettivo”, in un libro intitolato, –significativamente– L’impegno razionalista, dedica un capitolo alla “psicoanalisi della conoscenza razionale”, e ci lascia una frase che suona come una minaccia, ma è in realtà l’espressione più esatta di quel processo disgregativo che la ragione riflessiva attua contro l’unidimensionalità delle immagini sintetiche: «Credo che ci si istruisca contro qualcosa, forse addirittura contro qualcuno, e sicuramente contro se stessi» (G. Bachelard).

L’immaginazione può sicuramente istruirsi contro sé stessa, e contro le sue stesse immagini. Forse addirittura contro quel terrorismo che devasta il nostro immaginario collettivo. Superare il confine della pura affermazione per ricercare, approfondire, interpretare e anche negare –in una parola: istruirsi– produce un gran numero di conseguenze sulla nostra comprensione della realtà (soprattutto circa quella parte di realtà che arriva a noi per via mediata).

Perché ci sia terrore è necessario un muro dietro al quale ripararsi dall’ignoto. Il terrorismo è l’estraneo che assedia la porta di casa. E forse riesce anche ad entrare.

Questo terzo millennio è un secondo medioevo. Ed è un millennio di muri, tempi duri, di barbari invasori alle porte, invasati d’ogni dove. Questa è la narrazione che si declama a gran voce, agli angoli delle strade.

Ma ci hanno dato occhi, per vedere. Mani, per arrampicarci sui muri. E il confine della rappresentazione del terrore, il muro dell’immaginario, non è altro che questo: un muro immaginario.

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