What IS is not

La diffusione mediatica lavora per affermazioni. È la sua funzione. Descrizioni cui unico riferimento è il mondo dei fatti, esposti così per come essi sono.

Il gruppo terroristico Isis si è imposto sulle frequenze dei mass media di tutto il mondo attraverso un largo impiego di azioni teatrali. Il video della decapitazione di James Foley eseguita dal famigerato Jihadi John (agosto 2014) e la conquista e devastazione del sito archeologico di Palmira (maggio 2015) sono due tra gli esempi più eclatanti. I canali mediatici si sono presto saturati dell’unica risposta all’unica domanda: Che cos’è l’Isis?

All’aprile del 2016 l’Isis aveva già prodotto più di 4000 decapitazioni, delle quali solo una piccola parte divulgata per via mediatica; nel marzo 2016 l’esercito siriano aveva sottratto Palmira al controllo dei terroristi che nel dicembre dello stesso anno l’ha prontamente riconquistata (per perderla nuovamente a marzo di quest’anno). Ora che la nostra descrizione definita “Isis” ha un preciso riferimento, non è più necessaria alcuna domanda preliminare al riguardo di questo soggetto mediatico. Chi ha provocato le morti di novembre a Parigi? L’Isis. A chi ha giurato fedeltà Omar Mateen, il killer del night club di Orlando? All’Isis. Chi ha fatto questo? Chi ha rivendicato quest’altro? L’Isis è il soggetto di quei predicati che sono gli attentati, le stragi, i rapimenti, i bombardamenti.

Ci stiamo muovendo all’interno di quelli che sono i possibili “confini dell’immaginario collettivo”. È un racconto senza autore e senza fonti, ma dentro al quale si svolgono la maggior parte delle rappresentazioni che la nostra società produce per orientarsi alla comprensione della realtà. In queste regioni dell’immaginario, l’Isis sembra essere l’estremismo islamico par excellence: certo, l’attentato alle Torri Gemelle del 2001 è lo spartiacque. Nomi come al-Qaida, Boko Haram, al-Nusra, al-Jihād, iniziano a imporsi nell’immaginario collettivo. Ma dopo un decennio, fin dalla sua prima apparizione ufficiale (gennaio 2014), l’Isis arriva a controllare il 90% delle azioni sulla rappresentazione del terrorismo e, rivendicazione dopo rivendicazione, acquisisce pressoché l’intero monopolio sulla rappresentazione mediatica del terrorismo di matrice islamica. L’attentato a Charlie Hebdo è stato rivendicato da al-Qaida, non dall’Isis.

Affermazione sintetica: l’Isis è questa cosa qua. Perché abbiamo bisogno di definire e denominare, è ben chiaro: fa molta più paura un nemico senza nome. E se le rappresentazioni dell’immaginario sono rapide e superficiali e perché così devono essere: sono indicazioni, strumenti per orientarsi, etichette sui faldoni negli archivi.

Ma la realtà è materia viva, che si sposta e si evolve, che cambia forma e dimensione. Tutto questo al di sotto delle immagini con le quali l’abbiamo identificata. Ma se è vero che non c’è nemico più temuto dell’incognito, è anche vero che non c’è pericolo più grande di quel che si crede di conoscere – quando si rivela completamente diverso.

La diffusione mediatica lavora per affermazioni sintetiche: questa cosa è questo. Denominazione, immagine, punto. I media sono questo, lo suggerisce il termine stesso: una mediazione. L’informazione è necessariamente mediata, poiché di alcune realtà non possiamo avere percezione diretta. Ma non basta. Circa le dinamiche interne dell’immaginario in quanto “esistenziale esperienza costruttrice di mondi”, come suggeriva M. Foucault nel commento alle tesi sartriane circa l’immaginario (quello individuale, non collettivo), «avere un’immagine è […] rinunciare a immaginare» (Il sogno, 1954). La riflessione che si ferma alla rappresentazione è una riflessione che rinuncia alla comprensione profonda: il mondo è così, fine del pensiero. Ma prosegue Foucault, e ci dice che, nel tentativo di emanciparsi dalle determinazioni dell’immaginario collettivo –cioè quel campo della rappresentazione che si nutre, in gran parte, delle immagini sintetiche dell’informazione mediatica– gli strumenti che l’immaginario individuale può impiegare sono due soltanto: «la riflessione uccide l’immagine, così’ come la uccide anche la percezione, mentre entrambe rafforzano e alimentano l’immaginazione». Ma di queste, solo la prima interviene a disgregare le immagini sintetiche della rappresentazione mediata.

Insomma, l’immaginazione, se vuole sopravvivere alle sue proprie creazioni, deve imparare a distruggerle.

La riflessione dissolve quella sintesi che l’immaginario collettivo fornisce all’immaginario individuale, e resuscita la possibilità di una comprensione autonoma più profonda. Il primo atto di emancipazione dall’immagine sintetica è Innanzitutto la tracciatura dei suoi confini. La riflessione incomincia mettendo bene in chiaro che cosa non è l’oggetto della sua analisi.

L’Isis è il soggetto del verbo “attentare”. È quella fonte che rivendica il sostantivo “attentato”. Lo sappiamo fin troppo bene. Ma se ci soffermassimo a districare, nodo per nodo, quel groviglio di informazioni che nel nostro immaginario rispondono al nome “Isis”, ci ritroveremmo in mano l’esatto contrario di un’immagine, il contrario di un’affermazione sintetica: vedremmo chiaramente, punto per punto, ciò che l’Isis non è.

Innanzitutto, e ovviamente, è di dovere sottolineare che lo Stato Islamico di Iraq e Siria non è uno Stato, e ancor più non è islamico. In quanto alle sue celebrate origini siriane e irachene, lasciano terreno fertile per una lunga serie di riflessioni (e contestualizzazioni che si propagano anche ben oltre i confini di Siria e Iraq).

La Siria conosce una lunga storia di ba’thismo. Il partito transnazionale del Ba’th è un partito di ideologia nazionalista. La dottrina dominante, prevalentemente laica, è il cosiddetto socialismo arabo la cui missione dichiarata è il risorgimento e l’unificazione del mondo arabo. Un socialismo nazionalista. Nel 1966, con un colpo di stato, il partito del Ba’th installa in Siria il regime di Hafiz al-Assad, che continua fino ad oggi con suo figlio Bashar. Un regime, è vero, ma che ha saputo radicarsi in un largo consenso sociale grazie a una laicissima politica di welfare e intervento pubblico. Un consenso che la politica neo-liberale dell’ultimo decennio non è più riuscito a sostenere. Nessun dubbio che un orientamento reazionario conservatore, in Siria, significhi innanzitutto un atteggiamento di ostilità verso ogni forma di “occidentalizzazione”, se questo significa “laicizzazione liberal-progressista”.

Tra 2011 e 2012, sulla coda lunga delle primavere arabe, la stagione di manifestazioni –duramente represse dal regime di Assad– si traduce in una vera e propria guerra civile, e nel disordine vede sorgere le azioni estremiste del gruppo al-Nusra, generosamente finanziato dall’opposizione al governo e dall’altro gruppo terrorista penetrato dal confine con l’Iraq: tale ISI (senza S). Due anni dopo, tra il dicembre 2013 e il gennaio 2014, si produce una crisi diplomatica tra i tre principali gruppi di combattenti jihadisti –al-Nusra, al-Qaida e ISI– a causa della dichiarazione di intenti di Abu Bakr al-Baghdadi, capo dell’ISI, di formare una joint venture tra combattenti iracheni e siriani, fondare il califfato islamico in quei territori, e proclamarsi califfo.

ISI e Abu Bakr al-Baghdadi arrivavano dall’Iraq: un paese che dal 1980 ad oggi ha conosciuto forse cinque o sei anni di pace ufficiale. Saddam Hussein, leader assoluto dal 1979, era la controparte irachena del ba’thismo siriano, con la sola differenza che il suo governo laico ha dovuto fare i conti con un paese già di per sé attraversato da gravi tensioni religiose (un dato eccezionale per il mondo arabo: i sunniti, 34,5%, rappresentano una grossa e invadente minoranza in confronto al 62,5% della popolazione sciita): instabilità tenuta a controllo con la violenza. Invaso dalle forze armate anglo-americane nel 2003, l’anno successivo l’Iraq vede infiltrarsi e attecchire le prime propaggini di al-Qaida –importato dall’Afghanistan grazie ad Abu Musab al-Zarqawi–, che prontamente inizia a produrre vittime shiite.

Nella stagione 2007/2008 al-Qaida perde terreno, sorge l’ISI ma senza soluzione di continuità, una transazione quasi impercettibile. Il futuro capo dell’ISI e poi, attualmente, dell’Isis –il già citato Abu Bakr al-Baghdadi– frequenta una improvvisata “scuola di terrorismo” dentro il campo di detenzione statunitense di Camp Bucca.

Il fondamentalismo non nasce –per quanto forte possiamo pensarlo, fino a farci sanguinare il naso– dalla lettura di un testo sacro. Le radici del fondamentalismo si infiltrano nelle intercapedini culturali delle società devastate dai perenni conflitti interni e destabilizzate dalle continue “invasioni democratiche”: è da situazioni di profonda disorganizzazione sociale e di segregazione che un fenomeno del genere trae maggior nutrimento.

Come suggerisce Noam Chomsky, l’Isis è innanzitutto uno «stato missionario». Le sue armi, prima dei coltelli e dei fucili, sono scuole e moschee. Si diffonde e resiste come una pianta infestante, ma ha dapprima bisogno di un terreno fertile in cui attecchire.

Insomma, estremisti non si nasce. Si diventa. Il celebre Anis Amri, il ventiquattrenne tunisino, sospettato esecutore della strage del 19 dicembre 2016 a Berlino, era sbarcato ancora minorenne in Italia. Incarcerato per aver provocato un incendio nel centro di accoglienza, aveva trascorso quattro anni rimbalzando da un istituto carcerario all’altro. Ed è durante questo ping pong penitenziario che il futuro attentatore è entrato in contatto con l’ideologia estremista islamica e si è «radicalizzato».

Si parla di lupi solitari. Ma il terrorismo islamico, che da decenni vediamo prodursi nel centro del nostro occidente, non è la singola azione di individui slegati che agiscono nell’ispirazione del momento: sono soggetti disturbati che si presentano come ottimi candidati. Entrano in contatto con reti terroristiche preesistenti. La prima persona che ha accolto Anis Amri, ex-galeotto, quando ha messo piede in Germania, è il tale Abu Walaa (Ahmad Abdulaziz Abdullah), un predicatore di stanza a Hildesheim.

I tanto temuti “lupi solitari” che minacciano l’Occidente sono burattini nelle mani di predicatori fondamentalisti ben radicati nel paese dal quale gestiscono l’impresa terrorista. Questi strateghi non sono certamente arrivati a Lampedusa con i barconi: l’associazione mentale tra immigrazione clandestina e terrorismo invasore è un’immagine seducente.

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