Legge elettorale? No, grazie

unnamed
Il 4 dicembre ha segnato, nel bene o nel male, uno spartiacque decisivo per la politica italiana: con il voto referendario costituzionale si è deciso di bocciare nettamente una stagione politica che era cominciata sotto i migliori auspici, ovvero quella dell’ex premier Matteo Renzi.

A distanza di quattro mesi da quell’esito sembra non sia rimasto nulla su cui riflettere, sia per chi ha fortemente voluto la riforma e sia per chi l’ha altrettanto fortemente contrastata: il Governo prosegue nelle sue attività, anche se condizionato dalle vicende interne al Partito Democratico, mentre le opposizioni protestano, s’indignano e controbattono su ogni piccolo inciampo dell’esecutivo, salvo dimenticarsi anche loro delle impellenti riforme che vanno necessariamente attuate, prima su tutte quella elettorale.

Ciò che più preoccupa del Belpaese è, infatti, la mancanza di una legge che determini chiaramente il vincitore di eventuali elezioni: dopo la sentenza della Consulta del 25 gennaio i cittadini si ritrovano con due leggi elettorali diverse, che porterebbero di fatto ad una situazione di ingovernabilità nel caso in cui nessuna delle attuali forze politiche raggiungesse il 40%; e comunque il premio di maggioranza previsto al raggiungimento di tale soglia è valido solo per la Camera dei Deputati, mentre al Senato la situazione appare ingovernabile sin da ora.

Quello che appare ancor più sconcertante è però l’apparente disinteresse dell’intero Parlamento rispetto all’argomento: di fatto si è passati dalla frenesia post referendaria ad una pressoché totale indifferenza.

La situazione è facilmente spiegabile in questo senso: il PD, partito di governo, non affronterà la questione fintanto che non si saranno concluse le primarie e Renzi, promesso vincitore, sarà ufficialmente ri-legittimato ad imporsi come protagonista politico; il Movimento 5 Stelle ha da tempo dichiarato di voler modificare la legge elettorale il prima possibile per poi andare al voto anticipato, dimenticando però che per farla approvare serve un accordo fra più forze ed è quindi necessaria una mediazione, pratica abbastanza invisa al partito; il comparto delle forze politiche di Centro-Destra è al momento troppo frammentato al suo interno per poter esprimere un’opinione comune e sembra comunque non particolarmente preoccupato dalla questione, conscio del rischio di perdere voti nel caso si ricorresse ad elezioni anticipate, eccezion fatta per la Lega Nord di Matteo Salvini che invece preferirebbe capitalizzare subito il consenso accumulato negli ultimi mesi.

A questa situazione va poi sommata l’ormai celebre questione delle pensioni parlamentari: da settembre tutti i parlamentari ancora in carica avranno diritto a riscuotere una pensione a partire dai 65 anni di età in ossequio ai loro quattro anni e mezzo di attività politica. Sia chiaro, non si vuole discutere sulla legittimità o meno di un tale trattamento, ma semplicemente rimarcare come una buona legge elettorale, che permetterebbe di andare serenamente ad elezioni anticipate, non sia tra le priorità di molti deputati e senatori che con ogni probabilità non avranno il privilegio di risedersi fra gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

A conti fatti questa sembra essere l’ennesima dimostrazione dell’inaffidabilità ed autoreferenzialità di una classe politica che appare più che mai sconnessa dal paese reale: ciò che gli italiani hanno voluto affermare con il voto sulla legge costituzionale è stata anche la sfiducia in una categoria, quella dei governanti, che non riconosce come propria.

Oggi più che mai, approvare una buona legge elettorale che garantisca piena governabilità e concedere quindi nuove elezioni potrebbe permettere a questa legislatura di concludere il suo mandato con una nota positiva, riservando una speranza per la futura stabilità del Paese.
Ma questo è un dossier che si deve affiancare a quelli (specialmente economici) già aperti dal Governo: bisogna ricordare, infatti, che sulla nostra nuca pendono come una spada di Damocle le clausole di salvaguardia dell’UE che, se scattassero a gennaio 2018, determinerebbero un ulteriore peggioramento dello scenario economico.
Vota i nostri posts