Il Grande Fratello cinese

Non è la Londra del 1984 né la Washington del 2054, non ci sono né John Hurt né Tom Cruise e, soprattutto, non si tratta di un racconto distopico bensì di una concreta possibilità dal momento che l’ipotetica Cina del 2020 presenta numerosi e allarmanti tratti in comune con i testi di Orwell e di Dick.

L’ambizioso progetto del partito guidato da Xi Jinping è infatti quello di sviluppare su larga scala un sistema di rating sociale con l’obiettivo di misurare l’affidabilità dei singoli individui da un punto di vista politico, economico, sociale e legale, assegnando loro un punteggio indicativo su ciascuno di tali ambiti. Se da un lato non è ancora stato definito il parametro di riferimento per la valutazione di questi indicatori, né come verranno soppesate le varie qualità prese in esame, dall’altro il governo ha subito provveduto a mettere in chiaro quali saranno le conseguenze di un’eventuale rottura del rapporto di fiducia: i “colpevoli” saranno multati, sottoposti ad ancor più numerosi e rigidi controlli e sarà inoltre negata loro una serie di privilegi tra i quali poter scegliere la scuola in cui mandare i propri figli o i biglietti del treno.

Secondo quanto sostenuto da Lian Weiliang, il Vicepresidente della Commissione cinese per lo Sviluppo Nazionale e per le Riforme, l’obiettivo primario di tale progetto che rientra nell’ambito della politica di Internet Plus, è unicamente e strettamente economico: il sistema di rating sociale consentirà più agevolmente di esercitare un capillare controllo del mercato, permetterà di stimare il rischio di credito dei consumatori alla pari del FICO score americano, punirà le compagnie che truffano i clienti e gli uomini d’affari che accettano tangenti. Chi avrebbe mai potuto immaginare che un semplice punteggio potesse essere la panacea per tutti questi mali?

È tuttavia inevitabile osservare come, sebbene in modo del tutto non intenzionale come precisato da Weiliang, tale sistema di rating avrà delle ricadute sulle libertà individuali che casualmente ne risulteranno non tutelate ma al contrario limitate. Nella lista di comportamenti ritenuti, a totale discrezione del governo cinese, punibili con una riduzione di ben 50 punti, casualmente compaiono infatti: manifestare in pubblico, causare disordini che disturbano il lavoro dei funzionari governativi e usare Internet per rivolgere accuse presumibilmente false a membri politici. Niente panico: per riconquistare i punti persi con qualche commento di troppo su RenRen, Qzone o Kaixin (le versioni made in China dei censurati Twitter e Facebook) è sufficiente farsi insignire di titoli come quelli di cittadino e lavoratore modello dell’anno, onori che fruttano un significativo +100 nel rating complessivo.

I benefici per il non essere mai usciti dai ranghi o aver fatto passi falsi e azzardati sono numerosi: ai cittadini di “serie A” è garantito un trattamento preferenziale qualora vogliano entrare nel Partito e nell’esercito o aspirino a un lavoro nella pubblica amministrazione e inoltre l’appoggio del Governo se intendono avviare una attività in proprio. Come in ogni classe che si rispetti mentre i “migliori” vengono premiati, i più disubbidienti sono punti: ai cittadini di categoria D, la peggiore, non sarà infatti permesso effettuare alcune categorie di pagamenti online, come i ticket sanitari o il noleggio di automobili e biciclette, né acquistare biglietti in prima classe per treni e aerei, né prenotare soggiorni negli hotel considerati migliori. Le colpe dei padri ricadranno anche sui figli in quanto non potranno frequentare le scuole più prestigiose del paese e sarà limitata la loro libertà di viaggiare all’estero. Non pensate tuttavia che con tali misure si intenda rafforzare l’autorità del Partito Comunista cinese: il principale obiettivo del sistema di social rating rimane logicamente sempre quello di controllare l’economia, non di certo le opinioni dei cittadini.

“Il potere consiste infatti nel fare a pezzi I cervelli degli uomini e nel ricomporli in nuove forme e combinazioni di nostro gradimento”. 1984, George Orwell

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