La crisi della globalizzazione e come affrontarla

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La crisi della globalizzazione che sta colpendo i principali Paesi del mondo non ha precedenti; la globalizzazione è stata, finora, uno strumento utile a ridurre le disuguaglianze e combattere la povertà: dagli anni Novanta la percentuale di persona che vivevano in estrema povertà si è ridotta dal 47% al 14%, i Paesi più arretrati hanno visto aumentare i livelli di crescita e di welfare, l’allocazione delle risorse nel mercato dei capitali è diventata più efficiente, si è verificata una crescita del 500% del reddito medio pro capite mondiale, cosa che ha aumentato l’aspettativa di vita da 48 anni a 71. La globalizzazione è stata la principale causa di questo miglioramento, tuttavia questi vantaggi sono stati raggiunti anche grazie ai progressi della scienza e della tecnica, dalla maggiore presenza di idee liberiste all’interno delle economie sviluppate e dalle crescenti relazioni commerciali e finanziarie instauratesi tra le economie sviluppate.

Oggi però il sostegno alla globalizzazione si è ridotto sempre di più: gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, stanno proponendo un’agenda protezionistica attraverso lo slogan “Make America Great Again”; in Europa la Brexit ha mostrato i primi segnali di una perdita di coesione e le prossime elezioni in Francia e Olanda pongono una pericolosa ombra sul futuro dell’Eurozona. La Cina, al contrario, dal World Economic Forum di Davos ha proposto maggiore unione e cooperazione. Vi è stato un profondo mutamento dei ruoli nei confronti della globalizzazione: da un lato il comunismo cinese si pone come suo baluardo, dall’altro i Paesi capitalisti che, danneggiati da essa, tentano un’altra strada, il protezionismo, per risollevare le loro economie.

I primi segnali si sono verificati attraverso la delocalizzazione delle attività industriali iniziata negli anni Novanta dalle imprese statunitense nei Paesi asiatici. A fronte di minori costi, minori restrizioni e maggiori ritorni dei loro investimenti, le imprese statunitensi hanno deciso di delocalizzare. Questo è stato l’inizio di un processo di progressivo spostamento di attività che richiedevano sempre meno competenze ai loro addetti. In venticinque anni, la globalizzazione ha permesso a un miliardo di cittadini asiatici di uscire dalla povertà, creando allo stesso tempo mezzo miliardo di nuovi poveri in Occidente. Questo processo ha permesso alla Cina di diventare il principale Paese per produzione industriale ed esportazioni, accumulando più di 3 mila miliardi di riserve valutarie, dipendenti in gran parte dai disavanzi commerciali di altri Paesi, Stati Uniti in primis. Le dichiarazione cinesi a Davos chiariscono che l’obiettivo del colosso asiatico sia quello di sostituire l’America come principale attore economico globale: la Cina non vuole essere più sede di manifattura a basso costo, ma di produzione di beni finiti. Pechino infatti produce più mezzi di trasporto aereo-navali, missili, satelliti, treni ad alta velocità, centrali nucleari, robot e tecnologie di comunicazione del resto del mondo. Allo stesso tempo al ruolo di nuovo attore economico globale si affianca la strategia geopolitica della Cina: l’Africa, ormai, è la colonia per il sostegno della domanda alimentare cinese, mentre vi è un forte interesse di Pechino verso il Mare della Cina e le altre acque territoriali, in cui sono disponibili grandi quantità di petrolio.

La globalizzazione è stata identificata come un gioco a somma zero, con vincitori e vinti senza benefici alla collettività, e perciò come la ragione della perdita di posti di lavoro e della delocalizzazione della produzione. Tuttavia la perdita di posti di lavoro ha più a che fare con l’evoluzione e lo sviluppo di nuove tecnologie: il lavoro dell’operaio può essere sostituito da quello di una macchina. Le necessità di questo momento storico non sono evidentemente le stesse di 50 anni fa, ormai sono necessarie maggiori competenze specifiche acquisibili solo attraverso lo studio. Nuove professioni che anni fa non esistevano sono state create: è sbagliato dunque credere lavori indispensabili un tempo siano ancora essenziali e richiesti nel mercato del lavoro, poiché le vecchie professioni verranno facilmente sostituite in seguito all’innovazione tecnologica. Le posizioni protezionistiche si stanno sviluppano anche grazie all’onda dell’insicurezza sociale dovuto all’immigrazione e alle forze esterne che minacciano stabilità e pace. L’opinione pubblica sembra favorevole a erigere barriere commerciale e maggiore controllo delle frontiere, che tuttavia non possono essere considerate una reale soluzione. Le barriere commerciali e il protezionismo da un punto puramente economico danneggiano il benessere della collettività, rendendo più costosi i fattori produttivi e perciò disincentivando l’investimento all’interno del Paese. Quindi una strategia di questo tipo non produrrebbe nessun tipo di beneficio.

Un possibile strumento con cui ricostruire la fiducia all’interno della globalizzazione potrebbero essere gli accordi commerciali multilaterali o regionali-bilaterali, con adeguate modifiche alla luce della realtà attuale. Tali misure potrebbero essere una possibile soluzione permettendo da un lato di mantenere i benefici dati dalla globalizzazione e dalla libera circolazione delle merci, dall’altro costituirebbero un argine contro i populismi. Questo è il caso della Transatlantic Trade and Investment Partnership accordo commerciale in corso di negoziazione dal 2013 fino ad oggi tra l’Unione Europea e gli Stati Uniti. Il TTIP ha avuto molto spazio nel dibattito pubblico italiano e anche europeo per le criticità che hanno suscitato alcune sezioni dell’accordo stesso. La principale ragione di dibattito era in merito a un sistema di risoluzione delle dispute tra Stato e investitori (il sistema ISDS) che garantirebbe la possibilità agli investitori di delegittimare tutte le tutele in merito a protezione ambientali, tutele al lavoro e salute definendole come discriminazioni per gli investimenti. Altra ragione di dibattito è stata la possibile convergenza normativa causata dall’accordo che avrebbe permesse la vendita nel mercato europeo di OGM e altri prodotti alimentari contenenti sostanze quali ormoni, cloro, magnesio e pesticidi i cui effetti sulla salute umana sarebbero alquanto negativi. I suoi sostenitori ritengono invece che garantirebbe maggiori flussi commerciali, competitività e crescita per le imprese operati nell’export e una scelta più varia per i consumatori.

Il TTIP tuttavia più che un’importanza economica potrebbe averne una ai fini della globalizzazione. Alla luce delle criticità emerse dall’accordo stesso, sarebbero necessarie delle riforme nel processo dell’ISDS e nella convergenza normativa lasciando maggiore spazio alla libertà di azione e decisione dei singoli Stati. Questo è infatti l’obiettivo principale, creare una maggiore collaborazione attraverso la quale tutti le parti in causa ricevano benefici ma senza imposizioni e prevedendo possibilità di recesso qualora il trattato non si adatti alle necessità dei singoli membri. Inoltre, attraverso misure di salvaguardia, l’accordo garantirebbe la libertà di decisione per i singoli Stati membri, nonché la protezione delle economie nazionali nel caso in cui l’apertura al mercato internazionale le danneggiasse. In questo modo gli accordi commerciali permetterebbero di mantenere il commercio internazionale evitando l’aumento di dazi, fornendo allo stesso modo strumenti con cui lo stato possa proteggersi da eventuali costi o danni; per questo motivo potrebbero essere uno dei possibili strumenti per arginare le conseguenze che potrebbero scatenarsi continuando a percorre la strada del nazionalismo.

Oltre a queste misure è tuttavia necessaria una forte presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica e dei policy maker: la globalizzazione non è perfetta e presenta diverse criticità, tuttavia occorre capire che sostituirla con il protezionismo costituirebbe per tutti un danno molto grave.

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