Un voto, quanto ti costa? Proporzionale e maggioritario a confronto

PARLAMENTO-15

L’attuale scenario politico italiano ha sperimentato un evidente passo indietro il 24 Gennaio di questo anno, giorno in cui la Consulta ha dichiarato incostituzionale l’Italicum proposto dall’allora segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi. La decisione dell’organo giudiziario italiano, ha segnato, a tutti gli effetti, il ritorno ad un sistema elettorale di tipo proporzionale, abbandonando il precedente di tipo maggioritario[1]. Tale definizione segue da un’attenta analisi della distribuzione delle preferenze dell’elettorato italiano (Figura 1 ) nei confronti dei vari partiti protagonisti ad oggi, che denota, tristemente, l’impossibilità per ogni singolo partito di raggiungere l’agognata quota del 40% che dà diritto al premio di maggioranza.

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Figura 1. Sondaggi elettorali a confronto, settimana 13-19 Febbraio 2017. (Fonte: Termometro politico)

In questa sede, non si sta chiaramente prendendo in considerazione la remota, seppur non escludibile, possibilità di alleanze inter-partito volte a formare coalizioni vincenti. Questa assunzione ci permette dunque di considerare il sistema elettorale attuale come di tipo proporzionale, nonostante tecnicamente sia ancora maggioritario.

Tralasciando le domande di rito riguardanti il vincitore con questo nuovo sistema, la stabilità del futuro gabinetto e l’effettiva necessità di tale cambiamento, la dimensione di analisi qui presentata è quella del flusso elettorale che può garantire un sistema proporzionale, considerata l’attuale distribuzione delle preferenze tra i partiti. La reale domanda che ci si pone è, dunque, se il sistema di tipo proporzionale, calato nell’Italia del 2017, può distorcere o meno i principi di democraticità e rappresentatività, di cui è storicamente garante indiscusso.

La necessità di rispondere a questa domanda sorge spontanea se si considera il crescente astensionismo che caratterizza le elezioni politiche italiane dal 1946 ad oggi (Figura 2), culminante con il 27,75% di astenuti del 2013.

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Figura 2. Elettori alla Camera dei deputati in Italia, dati in %. (Fonte: ISTAT)

Prima di analizzare la situazione attuale, occorre introdurre un recente studio di Herrera, Morelli e Palfrey, dove si dimostra l’esistenza di un forte legame tra l’incertezza sull’esito delle elezioni e l’afflusso di votanti alle urne. Nel loro articolo viene presentato un esperimento condotto in laboratorio dove vengono simulate tornate elettorali tra due partiti, con due sistemi differenti: “winner-take-all ”, ovvero un’estremizzazione del sistema maggioritario e “proportional power sharing “, in tutto uguale al comune proporzionale. La variabile su cui viene riposto maggior interesse è, tuttavia, un’altra: la distribuzione delle preferenze tra i cittadini aventi diritto di voto. L’analisi delle simulazioni porta ad affermare che più la popolazione è eterogenea, quindi più i partiti saranno sostenuti in media da porzioni identiche dell’elettorato, più le elezioni vedranno afflussi elevati. Questa tendenza al “giocare quando il gioco si fa duro”, seppur riscontrata in entrambi i sistemi elettorali studiati, nel maggioritario si rivela essere estremamente più accentuata (Figura 3 ).

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Figura 3. Afflusso alle urne al variare della distribuzione dei votanti.

Quando i partiti sono equamente supportati, l’afflusso alle urne è maggiore in un sistema maggioritario; il risultato è opposto nel caso in cui vi siano minoranze nette e consistenti.

Una chiave di lettura del fenomeno che qui si propone è basata sull’impatto marginale del singolo voto. In un sistema proporzionale, qualunque sia lo scenario politico, la decisione del singolo votante ha sempre un peso, seppur infinitesimale, in quanto l’assegnazione dei seggi è calcolata direttamente sulla percentuale dei voti. In breve, con un proporzionale nessun voto va sprecato. In un sistema maggioritario invece, il voto del singolo può avere valore nullo oppure essere la chiave di volta, questo a seconda di come siano distribuite le preferenze tra gli elettori. È chiaro come nel caso in cui due fazioni siano equamente sostenute e, dunque, entrambe potenziali vincitrici del premio di maggioranza, l’afflusso alle urne sarà massimo, in quanto ogni elettore può rivelarsi quello fondamentale per la conquista di tale premio. Dopo queste osservazioni, si può dedurre che, qualora le preferenze siano eterogenee, il valore marginale del singolo voto è più elevato in un maggioritario rispetto ad un proporzionale.

Tornando indietro dalla teoria alla pratica, si può adesso interpretare in ottica differente l’intricato canovaccio dietro lo spettacolo politico degli ultimi due mesi in Italia. Come mostrato in figura 1, l’elettorato del bel paese è estremamente eterogeneo e lo sarà ancora di più quando si saranno delineati i tratti delle cellule che nasceranno dalla scissione del Partito Democratico. Viene da sé, alla luce del modello descritto poche righe fa, come un sistema maggioritario con soglia del 40% sia completamente inefficace, in quanto gli elettori sono perfettamente consci dell’impossibilità di raggiungere tale quota da parte di ogni partito. Ciò comporta inevitabilmente l’abbassamento dello stimolo ad esercitare il diritto di voto in alcuni individui e non aiuta certo ad invertire il crescente trend dell’astensionismo. Da qui la lettura proposta ad inizio articolo, dove si definisce il Consultellum come un maggioritario nella teoria ma un proporzionale nei fatti. In quanto tale manca di trasformare la, per usare un eufemismo, vivacità politica attuale in senso di dovere verso il recarsi alle urne, rischiando così di affossare definitivamente il dato sull’affluenza e fornendo un “alibi da bar sport” a tutti coloro che vedono come ingovernabile il prossimo Parlamento. Sotto quest’ottica, appare dunque chiaro come un proporzionale finisca per fornire risultati maggiormente distorti rispetto ad un maggioritario (a patto che si fissi una soglia per il premio di maggioranza più consona), in quanto l’affluenza alle urne nel primo caso è sicuramente inferiore.

In un momento simile, dove la partecipazione alla vita politica dovrebbe essere più fondamentale che mai, una modifica di questo genere non può che flettere e rendere più debole il sistema italiano. O forse, di fronte al dilagante fenomeno del populismo, può rivelarsi, risposta ottima.

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Figura 4. Indice di ricerca del termine “populismo”. (Fonte: Google Trends )

Quello che si evince dall’analisi è, tuttavia, l’inattuabilità della soluzione che si va proponendo tra le righe. Per stimolare l’elettorato, secondo quanto detto precedentemente, sarebbe opportuno abbassare la soglia per far ottenere il premio a una qualche coalizione. Il gioco può non valere la candela però, in quanto questa soglia finirebbe per crollare tra il 33% e il 37%, riachiando di distorcere ancor di più il risultato delle votazioni.

In conclusione, quest’analisi normativa porta a comprendere come una variazione di sistema elettorale può difficilmente risolvere l’enigma politico. L’impasse tra proporzionale e maggioritario può essere risolta solo attraverso un giudizio soggettivo, squisitamente basato sulle preferenze del legislatore: governabilità o rappresentanza? Nessuna conclusione nitida e razionale può essere dunque raggiunta senza assunzioni di tipo etico/sociale alla base. Ciò non toglie che il faro dell’attenzione, in questo preciso momento storico, vada spostato dal meccanismo elettorale alla (s)composizione dell’universo parlamentare italiano. Sempre più frammentato, sempre più confuso, sempre più ingovernabile.

 

Note:

[1] Per semplicità, in questo articolo ci si riferisce solamente alla Camera dei deputati, in quanto il sistema elettorale per il Senato della Repubblica non ha subito ingenti modifiche.

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