La società ci vuole felici?

C’è qualcosa che tutti noi rincorriamo. Qualcosa che ogni mattina ci spinge ad alzarci dal letto, studiare, lavorare, incontrarci e scontrarci. Possiamo cercarla dentro di noi o come più spesso accade, relazionandoci con gli altri. È così importante che si potrebbe perfino dire che ogni nostra singola azione sia volta al suo perseguimento. Eppure è talmente sfuggente da non riuscire nemmeno a definirla.

La felicità è un concetto, un sentimento, un’utopia? Uno stato su Facebook?

L’etimologia del termine greco per “felicità”, eudaimonía, rimanda a una condizione esistenziale “buona” dovuta a un daímon, uno spirito benevolo a tutela dell’uomo, altrimenti in balia della sorte.  Con la filosofia socratico-platonica e poi con quella aristotelica la felicità viene dissociata dalla sorte e legata alla virtù, vista come capacità dell’individuo di affrancarsi dalle necessità e del destino e di affermarsi liberamente. Con Democrito si manifesta un distacco dell’idea di felicità dovuta al successo e al possesso di beni: essa consiste in uno stato interiore poiché “la felicità non consiste nel possesso del bestiame e neppure nell’oro; è l’anima la dimora della nostra sorte”.

Nell’antichità dunque, la felicità è stata considerata dai filosofi come il bene supremo sul quale progettare l’intera esistenza, in modo da poter sfruttare ogni occasione di coglierla e farne tesoro. Questo discorso può essere esteso sino ai primi secoli dell’età moderna.  Si potrebbe quindi pensare che il problema della felicità sia esclusivamente legato alla sfera privata, ma nei secoli a noi più vicini, caratterizzati da una forte fiducia nel progresso, si è cercato di realizzare una società in cui fossero universalmente garantite condizioni per essere felici spostando così il concetto di felicità alla sfera pubblica.

Si è scoperto poi che la felicità non è un bene solo per le persone ma anche, e sempre in misura maggiore, per gli affari e il management dal momento che tristezza e malcontento sono costi per lo Stato e per le aziende: spese del servizio sanitario, ricchezza non prodotta, gettito fiscale non riscosso…

Si tratta di una sorta di “economia della felicità” che esula dall’ambito filosofico per proiettarsi nel dominio della scienza. Nulla di più lontano dal classico sentimento metafisico così difficile da definire.

In “L’industria della felicità” l’economista e sociologo William Davies propone diversi esempi di come proprio le scienze sociali forniscano strumenti e dati utili a quantificare i sentimenti soggettivi “inquadrando le nostre emozioni e il nostro benessere in un calcolo più vasto di efficienza economica.”  La felicità è un fenomeno misurabile che si manifesta nel corpo, nel cervello soprattutto, e può essere indotta o bloccata in modo deliberato, per cambiare il modo in cui le persone si comportano. Una felicità “positivista” insomma, che Davies fa risalire alle opere del filosofo inglese Jeremy Bentham, il quale riteneva che le azioni dei governi degli Stati avrebbero dovuto puntare a massimizzare la felicità in modo scientifico. In tal senso si può capire l’utilità dei vari indici costruiti con lo scopo di stabilire se un Paese o una parte della popolazione è più o meno felice: il Better life Index OCSE (figura), l’Happy Planet Index della New Economics Foundation,il World Happiness Report dell’ONU ed infine Il FIL, la Felicità Interna Lorda , strumento per promuovere valori come lo sviluppo sostenibile, che si rifà per certi versi al PIL ma con criteri diversi rispetto alla produzione.

better life index

E se il Paese risulta essere “triste”?  Come visto, l’infelicità si traduce in passività per l’intero sistema ed è dunque compito delle politiche dei governi e delle imprese trovare il modo per ottenere consumatori e lavoratori “felici”.  Come? Una soluzione viene offerta dalle tecnologie: con la combinazione tra big data e la crescente digitalizzazione dei rapporti è aumentata la capacità di osservare e quantificare le relazioni stesse per poi sottoporle a verifica economica, stabilendone la convenienza. Non solo: queste strategie riescono addirittura ad anticipare le emozioni ed i comportamenti, se non a favorirli indirettamente.  Infatti, noi saremmo già il risultato di manipolazioni di lungo corso (almeno dalla fine del XIX secolo) da parte di pubblicitari, manager, governi ed aziende, create con il fine di raggiungere l’obiettivo di guadagno.  In più grazie alla sempre maggiore condivisione di sensazioni sui social media è possibile ottenere una “tracciatura psicologica” degli individui e questo porterebbe almeno due conseguenze:

  • la prima sicuramente spiacevole, se non preoccupante riguarda il livello di “controllo” ottenuto e ottenibile da parte di strumenti sempre più pervasivi, alimentati ogni giorno di più anche da noi stessi e dal nostro narcisistico bisogno di condividere i sentimenti sul web
  • la seconda, decisamente più vantaggiosa, riguarda invece la necessità di tali strumenti per garantire e monitorare la salute, il benessere, la felicità della società.

Serve dunque un trade-off tra le due poiché,sostiene ancora Davies, “qualsiasi critica all’ubiquità della sorveglianza include anche una critica alla massimizzazione del benessere, a costo di essere meno sani, meno ricchi, meno felici”.

E forse si, davvero oggi più che mai la felicità è (anche) uno stato su Facebook.

 

Fonti:

William Davies “L’industria della felicità. Come la politica e le grandi imprese ci vendono la felicità” Einaudi

Richard Layard “Felicità: la nuova scienza del benessere comune” Rizzoli

http://www.oecdbetterlifeindex.org/it/

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