Apologia dell’indifferenziato (ogni Paese ha la propria cicuta)

termovalorizzatore

“Delle riforme non resterà nemmeno la puzza”: così si sussurra che abbia sentenziato Massimo D’Alema qualche giorno fa a Montecitorio, riferendosi alle prossime iniziative referendarie previste per il 2017 e, forse, non ha tutti i torti. Lo scorso 23 Marzo, infatti, il “Comitato sì blocca inceneritori” ha presentato la richiesta per indire un referendum, probabilmente nella primavera del 2017, per abrogare alcune misure previste dal decreto “Salva Italia” del 2014 che prevedono la costruzione di 15 nuovi termovalorizzatori sul territorio nazionale al fine di raggiungere l’autosufficienza in termini di smaltimento di rifiuti.

Il trattamento del Municipal Solid Waste (MSW), ovvero dei rifiuti urbani, presenta non poche problematiche dal punto di vista impiantistico ed operativo: prima fra tutta l’estrema eterogenicità con cui i rifiuti, di volta in volta, si compongono. Il loro stoccaggio ed opportuna fine è un problema se non altro di volumi: in un rapporto dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) si stima pari a 505 Kg/Anno pro capite, quanto nel 2012 gli italiani hanno gettato nella pattumiera ed essi, da qualche parte, dovranno pur finire.

Le soluzioni ad oggi proposte sono varie, ma sostanzialmente tre: lo stoccaggio in discarica, la combustione a fini (anche) energetici oppure il riciclaggio; l’ultima delle quali, sicuramente la più declamata, merita però un attimo di riflessione.

Lontano dal clamore della piazza (ma forse anche lì) è necessario inquadrare un problema con dei contorni razionali e il più possibile realistici. Il riciclaggio è sicuramente una pratica virtuosa, conveniente anche in molti casi, ma non sempre. Tutto (o quasi) il mondo dei polimeri di sintesi, le ‘plastiche’, che costituisce percentuali significative (20% circa secondo un’analisi merceologica del rifiuti svolta nel 2012 nell città metropolitana di Napoli) dei rifiuti, risulta quasi impossibile da riciclare. Quello che viene volgarmente chiamato ‘plastica’ è in realtà un universo estremamente variegato di composti chimici – praticamente tutti derivanti dal petrolio – caratterizzati dalla ripetizione costante di una singola unità, detta monomero, per un certo numero di volte, a formare delle lunghe catene di molecole. Nonostante però l’aspetto di questi composti tenda ad accomunarli sotto un unico nome, nella realtà essi sono profondamente differenti fra di loro, per struttura chimica, processi subiti e presenza eventuale al loro interno di altri composti per migliorarne le proprietà. Alcuni se sottoposti a riscaldamento tendono a sciogliersi, altri (la maggior parte), i termoindurenti, no. Possiamo riciclare le plastiche termoindurenti? No. Abbiamo un modo tanto semplice che chiunque, prima di gettare quotidianamente l’immondizia, può eseguire per distinguere le une dalle altre? No. Uno dei pochi modi in cui, per ora, è stata riciclata un tipo di plastica termoindurente, la gomma degli pneumatici, è stato triturarla per farne le pavimentazioni dei parchi giochi per bambini.

Lo stoccaggio in discarica, invece, rappresenta l’alternativa più economicamente conveniente, si prende un lotto di terra, lo si riempie di rifiuti su vari strati e poi si sta a guardare cosa succede (la banalizzazione è voluta, ma non così lontana da ciò che effettivamente avviene). L’alternativa più deprecata di tutte, la termovalorizzazione, è anche ovviamente la più ecologica e la più radicalmente risolutiva di tutte. Essa consiste, banalmente, nel bruciare i rifiuti; l’ingegneria ha aggiunto poi le condizioni controllate in cui avviene la combustione, la possibilità di generazione al contempo dell’energia elettrica sfruttandone il calore, oltre, ovviamente, a riuscire ad ottenere dell’aria di scarico tale e quale a quella che era stata prelevata dall’ambiente.

grafico

Secondo uno studio pubblicato il 5 Settembre 2015 su “Renewable energy” che prende in esame confrontando le emissioni di gas serra, il consumo di petrolio evitato grazie alla generazione di energia e i costi complessivi, di una discarica tradizionale ed un inceneritore nell’aerea metropolitana di Bangkok, le emissioni di greenhouse gases (GHG) a seguito dell’introduzione di un sistema di termovalorizzazione diminuiscono del 55%, mentre il risparmio in termini di consumi di petrolio evitati è del 190%, infatti l’energia prodotta dalla combustione è significativamente maggiore rispetto a quella impiegata per tutte le operazioni (benzina per il trasporto dei rifiuti, messa in avvio dell’impianto, funzionamento dei macchinari) che vengono svolte per lo smaltimento dei rifiuti.

L’unico vero problema è che il processo non è economicamente vantaggioso, al netto degli introiti provenienti dalla vendita dell’elettricità prodotta in eccesso, il costo per tonnellata di rifiuto smaltito infatti è del 16% circa maggiore rispetto alla dismissione in discarica classica, troppo quindi per renderlo commercialmente attraente. Un intervento dello Stato attraverso appositi incentivi potrebbe colmare questa deficienza; proprio per la conoscenza ferrea della materia, suppongo, il recente programma del M5S in materia di energia, proponeva l’abolizione di quelli esistenti. E le emissioni? Uno studio a cura di quattro ricercatori del Politecnico di Milano, pubblicato il 22 Maggio del 2012 su “Rev Environ Sci Biotechnol”, quantifica le concentrazioni di nanoparticolato e particolato ultrafine (quello, per intendersi, che pone problemi di salute pubblica) simile a quello emesso dalle comuni caldaie a metano che tutti abbiamo in terrazza e di circa due ordini di grandezza inferiori rispetto alle stufe a ‘pellets’ o alle più datate caldaie a diesel. In attesa quindi dell’atto fondativo del ‘Comitato sì blocca acqua sanitaria’, un’idea sommaria  di come votare al referendum già ce l’ho.

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