Ancora battaglie contro i mulini a vento (ma non le pale eoliche)

È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo ambizioso piano di investimenti pubblici in Austria, eco di quello tedesco, volto a lanciare su una prospettiva decennale il settore, ormai emergente, delle automobili elettriche.

Ad essere sinceri, questa è l’ultima (si spera) notizia di un anno quanto mai caratterizzato dal tema dello sviluppo sostenibile, fra grandi impegni globali e sconsiderati disimpegni elettorali. Il “Paris Agreement” entrato ormai in vigore a partire dal 4 Novembre 2016, rappresenta uno storico passo in avanti, su questo non c’è dubbio, nella definzione di quella che è e che deve essere l’unica prospettiva veramente perseguibile dall’apparato economico globale: emissioni di CO2 zero entro fine secolo.

Mi si vorrà perdonare però se, per deformazione professionale, all’identità zero uguale zero, preferisco immaginare lo zero come somma di contributi opposti. Quando parliamo di fonti di energia ‘pulita’, l’orizzonte a cui ci affacciamo può sembrare estremamente eterogeneo, complesso e, a volte, incerto; ma non preoccupiamoci: è esattamente così, almeno dal punto di vista tecnico e applicativo.

 

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Un buon presupposto per esprimere un giudizio sul potenziale delle varie sorgenti energetiche, tuttavia, dati gli ordini di grandezza in gioco non ha bisogno di basi scientifiche; un articolo comparso su “The International Energy Agency SHCP Solar Update” nell’Aprile del 2009, stima pari a 23.000 TW l’energia irraggiata ogni anno dal Sole sulla Terra, a fronte di un consumo umano, in costante crescita, ma stimato attorno ai 18,5 TW/anno. Questo significa che, mediamente, la luce delle nostre giornate, è potenzialmente in grado di supplire al fabbisogno dell’umanità più di mille volte tanto quello che richiede. Dico potenzialmente perchè, stando così le cose, le istanze che hanno portato agli accordi sulla tutela del clima non sembrano ancora soddisfatte e questo essenzialmente per due problemi.

Il primo è sicuramente di natura tecnica prima ed economica poi: al di là delle basse efficienze, comunque in fase di miglioramento, che caratterizzano i ‘pannelli fotovoltaici’, la tematica del ‘energy storage’, del conservamento cioè dell’energia elettrica ottenuta, è sicuramente il fattore limitante più significativo per questi tipi di applicazione. La non omogenea distribuzione della radiazione solare sulla superficie del pianeta nè tanto meno nell’arco della giornata (basti pensare al confronto fra aree desertiche e zone a limitato irraggiamento per lunghi periodi dell’anno, come i paesi del Nord Europa o l’alternanza del giorno con la notte), rende necessaria la possibilità di stoccare e trasportare gli ingenti quantitativi energetici richiesti in Occidente dai paesi dove questi ultimi vengono prodotti (quello che, per intendersi, fanno ad oggi le navi metaniere o petroliere), per permetterne la distribuzione agli utilizzatori finali.

Tutte le altre pretese energetiche europee – fatta eccezione per il nucleare, la cui sostenibilità è però messa in dubbio, se non altro, da larghissime fette dell’opinione pubblica, leggasi cioè da chi “serrando e disserrando” decide del destino e del futuro di politici e nazioni – sembrano più spot elettorali che altro: l’unico modo di produrre convenientemente idrogeno, ad oggi, è dal petrolio stesso. Come fa inoltre notare Frank O’Sullivan su un articolo pubblicato su MIT Technology Review nel Giugno 2016, un incremento della disponibilità di energia solare, quanto mai a basso costo, avrebbe catastrofiche ripercussioni per il settore di impianti energetici legati alle fonti idrocarburiche, che richiede tempi significativi di ammortamento per gli investimenti effettuati.

 
Il secondo aspetto è di natura, se vogliamo, più pratica. Preso atto dell’esistenza dei ‘gas serra’, e della CO2 in particolare, la cui concentrazione ha superato ormai in atmosfera la soglia dei 400ppm, qualsiasi obiettivo di ridurre le emissioni di quest’ultima si pone in netto contrasto con l’evidenza che l’anidride carbonica immessa in questo ultimo secolo e mezzo, è già lì. L’intero complesso, poi, dell’industria dei materiali polimerici (fatta eccezione per i sacchetti bio del supermercato) è basato su derivati più o meno processati dei tagli petroliferi del greggio, si chiama industria petrolchimica non a caso. Secondo uno studio di Federchimica del 2014, inoltre, la Lombardia è la seconda regione a livello europeo per impiegati nel settore chimico, con un volume di affari che si aggira attorno ai 24,1 miliardi di euro, mentre l’intero paese di colloca terzo in Europa dopo Germania e Francia. Lascio immaginare al lettore gli immani danni economici derivanti da una demonizzazione irrazionale e tout court del settore, cosa che invece queste stigmatizzazioni istituzionalizzate non fanno altro che favorire.

 

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Volendo però cercare di proporre spunti costruttivi, salta all’occhio un articolo pubblicato su Harvardgazette il 2 Giugno 2016, dove un team interdisciplinare di biologi della Harvard Medical School e chimici della Harvard University è riuscito a replicare artificialmente uno dei processi più diffusi sulla superficie terrestre: la fotosintesi, ottenendo a partire dalla CO2 un combustibile liquido, quale è l’isopropanolo. Negli ultimi anni stanno infatti nascendo dal prolifero connubio fra le scienze biologiche e quelle tecnico-applicative alcuni dei più grandi traguardi della scienza moderna, dagli OGM alla fotosintesi artificiale. Il processo di organicazione del carbonio dalla sua forma che i chimici chiamano ‘ossidata’, ovvero la CO2, a quella ‘organica’, ad esempio il legno, viene svolto quotidianamente da tutto il mondo vegetale e parte di quello microbico grazie alla sola radiazione solare. Replicare in laboratorio tale processo risolverebbe da un lato il problema del surplus di anidride carbonica in atmosfera e dall’altra fornirebbe una fonte sicura ed abbondante di carburanti che potrebbero essere bruciati a fini energetici senza incorrere nel rischio di un aumento di gas serra, potendo successivamente a partire dal prodotto della reazione, tornare al combustibile di partenza semplicemente lasciando il reattore esposto alla luce del Sole.

Certo la strada è ancora lunga e i prototipi proposti sono tutt’altro che pronti per lo ‘scaling up’ industriale, rimane però l’interrogativo sul perché di questa ennesima battaglia senza possibilità di vittoria.

 

Bibliografia:
Bionic leaf turns sunlight into liquid fuel
https://www.technologyreview.com/s/601615/finally-in-sight-1-a-watt-solar-milestone-shows-long-
road-ahead/?utm_campaign=socialflow&utm_source=facebook&utm_medium=post

http://asrc.albany.edu/people/faculty/perez/2015/IEA.pdf

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