Facebook, WhatsApp e il settore tech: quando le azioni diventano moneta

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Le vicende giudiziarie dell’ultima settimana hanno visto, per una volta, Facebook uscire come parte sconfitta. Il caso in questione riguardava l’utilizzo che il social network di Menlo Park faceva dell’app di messaggistica, di recente acquisizione, WhatsApp. Ai più attenti non sarà certo passato inosservato l’aggiornamento dei termini di servizio effettuato il 25 Agosto, con cui lo stesso WhatsApp comunicava ai propri utenti che, dopo quattro anni, era giunto il momento di cambiare. L’app, da quel momento, diveniva strettamente interconnessa con Facebook dal punto di vista della condivisione dei dati.

“Offrire migliori suggerimenti di amici e mostrare inserzioni pubblicitarie più pertinenti” era la giustificazione fornita, parafrasi edulcorata con cui etichettare un’operazione con chiare finalità di marketing, che aveva come cavallo di battaglia la pigrizia dell’utente medio, decisamente poco propenso a scendere nei dettagli dei nuovi accordi sulla privacy. L’obiettivo era quello di trovare un escamotage per mettere le mani sull’enorme mole di big data, ottenibile dalle conversazioni private di milioni di persone. Proprio ieri Facebook ha annunciato (solo riguardo al territorio europeo) la sospensione della condivisione dati tra le due app, ripristinando i termini in vigore prima del 25 Agosto. Dietro front temporaneo per Zuckerberg, che ha lasciato intendere che tornerà all’attacco il prima possibile, assodata ormai la vera ragione dell’acquisto di WhatsApp: l’utilizzo di dati a scopo di marketing, possibilità che farebbe lievitare il valore degli spazi pubblicitari presenti sul social.

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I ricavi di Facebook: nel 2015 la sola pubblicità ha superato $15 miliardi

Al di là della cronaca, quello che vogliamo raccontarvi è come sia strutturato l’azionariato di Facebook e come questo abbia influito su acquisti importanti, uno dei quali è proprio quello di WhatsApp per $19 miliardi.

Partendo con ordine, le azioni possedute da Zuckerberg valgono circa $27 miliardi, mentre Facebook ha da poco toccato in borsa quota $340 miliardi di capitalizzazione. Mark possiede circa il 20% del capitale, tuttavia riesce a mantenere il controllo, avendo il 55% dei diritti di voto. Come è possibile tutto ciò? Nella società non esiste una sola categoria di azioni, bensì due: classe A, ovvero titoli che allegano un voto ad ogni azione di tale tipo e sono quelle vendute durante l’Offerta Pubblica Iniziale (IPO) e che si possono trovare quotate nei mercati di tutto il mondo; classe B, che allegano 10 voti ad ogni azione e sono possedute solo da Zuckerberg, i co-fondatori e gli investitori iniziali che, tutti assieme, controllano il 74% dei diritti di voto. Quella della doppia classe di azioni è una tecnica solitamente utilizzata dai fondatori, al momento della quotazione, che permette loro di mantenere il controllo nonostante non possiedano la maggioranza dei titoli. Per inciso, in Italia, ciò non sarebbe possibile, in virtù del d.l. 91/2014 che sancisce che “ciascuna azione a voto plurimo può avere fino ad un massimo di tre voti“.

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Il prezzo delle azioni Facebook ha superato i $120, più del triplo del valore dell’IPO

Un controllo come quello del CEO di Facebook permette di saltare completamente il processo decisionale in assemblea di soci, in quanto la sua volontà rappresenta, in termini di diritti di voto, già la maggioranza assoluta della società. Ciò gli dà la possibilità di emettere nuovi azioni ogni qualvolta lo desideri, ad esempio per l’acquisto di un’altra società, come è successo. L’azione di Facebook diventa dunque una vera e propria moneta con cui pagare gli acquisti. L’acquisto di Whatsapp è stato effettuato per $4 miliardi in denaro, mentre i restanti $15 sono stati coperti da azioni che Zuckerberg ha emesso ed ha conferito ai vecchi proprietari dell’app. In questo modo tutti i soci vengono diluiti, ovvero la loro frazione di capitale posseduta diviene minore, ma non hanno strumenti per opporsi alla volontà del CEO. Anche questo in Italia non sarebbe possibile, per lo meno in linea diretta, in quanto l’emissione di nuove azioni è vincolata al diritto di opzione. Tale diritto prevede che le azioni di nuova emissione siano offerte inizialmente ai soci in proporzione alle quote di capitale da loro già possedute, quindi, al verificarsi di situazioni simili, potrebbero bloccare l’acquisto semplicemente esercitando tale diritto e comprando le nuove azioni.

Facebook, tuttavia, non è né la prima, né l’unica azienda della Silicon Valley ad essersi dotata di questa struttura interna. Larry Page e Sergei Brin la utilizzano da anni a loro vantaggio in Google e, prima dell’avvento di Microsoft, lo stesso accadeva per i fondatori di LinkedIn. La loro abilità di acquistare liberamente, quasi gratuitamente, attraverso le azioni spiega, ma non giustifica, i prezzi esorbitanti a cui si sono concluse le ultime acquisizioni di start-up non profittevoli nel settore tech, come le varie Oculus ($2 miliardi), LinkedIn ($26,2 miliardi) e WhatsApp ($19 miliardi).

Il dato allarmante è che questi non sono sicuramente i prezzi che un investitore pagherebbe dopo aver valutato il valore intrinseco degli asset in questione, né tantomeno il valore con cui queste aziende verrebbero valutate ad una IPO. Il mercato potrebbe dunque riflettere dei prezzi che non sono più frutto delle preferenze aggregate, ma solamente delle decisioni di alcuni agenti.  Tali cifre, difatti, sono accessibili solamente ad alcune grandi aziende, grazie in parte alla capacità di stampare liberamente azioni/moneta e al valore che esse stesse attribuiscono al negare un vantaggio ai propri competitors. Tutto ciò alimenta la paura di bolle speculative, creando in questo settore ancora più incertezza di quella già dovuta dalla natura effimera della tecnologia, la cui misurazione del valore rimane, ancora oggi, un tabù per gli analisti.

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